Sino alla fatidica notte tra il 14 e il 15 luglio 1789, a Versailles, Luigi XVI era ancora convinto che i tumulti locali rappresentassero la manifestazione di una ribellione passeggera, destinata a essere ben presto sedata.
Secondo un aneddoto risalente all’epoca, sarà il duca di Liancourt, un nobile liberale dalle ampie vedute, a irrompere nelle stanze e ragguagliarlo in merito all’imminente crollo strutturale dell’Ancien Régime.
A seguito della presa della Bastiglia, infatti, alla domanda del sovrano «È una rivolta?», egli rispose con un esplicativo «No, Sire, è una rivoluzione».
Due moti dal confine apparentemente labile e sovrapponibile, ma in grado di segnare in differenti modi e misure il corso della storia.

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Il confine tra rivolta, rivoluzione e l’eredità di Camus
Albert Camus ne L’uomo in rivolta, un ambiguo discorso filosofico sulla rivoluzione, delinea i due concetti come poli distinti, di cui uno positivo e l’altro negativo.
Se la rivolta, infatti, è per il filosofo un sussulto viscerale dinanzi ai soprusi e alle ingiustizie, un “no” accomunato da ideali, valori e amore per un’umanità che non esiste ancora, la rivoluzione è, invece, un disegno politico volto a rovesciare un sistema in favore di un ordine nuovo, uno strumento indispensabile per il rivoltoso, ma potenzialmente distruttivo.
La rivoluzione è una sorta di stadio successivo, proprio perché in grado di imbrigliare l’energia caotica della rivolta con il prioritario obiettivo di riplasmare il corso della storia.
Il potere liquido e la scomparsa della Bastiglia
Le attuali proteste e insurrezioni, in Italia e all’estero, vengono assiduamente accostate a quel rivoluzionario 1789 parigino: un paragone azzardato e, forse, sin troppo romanzato, ma che ci ricorda comunque che “siamo tutti foglie dello stesso albero, onde dello stesso mare, foglie dello stesso giardino”.
Tuttavia, proprio come allora, con la stessa sufficienza con cui Luigi XVI guardava contadini e borghesi in rivolta, convinto protestassero “solo” per il prezzo del pane, leader e governi contemporanei si affacciano sulle piazze globali certi di detenere il più preminente dei vantaggi: il potere.
Forse sta proprio qui una delle più spietate differenze tra la Rivoluzione francese e i moti odierni: nella mancanza di un nemico visibile, una meta o un modello a cui aspirare. Perché quel potere non è più identificabile in una monarchia assoluta o in privilegi feudali, ma dilaga in forme più subdole e inaccessibili.
Il tiranno incoronato è stato gradualmente sostituito da un potere sistemico, quasi “liquido”. E mentre ogni cittadino si ritrova a fare i conti con le proprie scelte elettorali (basti pensare che, durante la campagna elettorale del 2022, la premier Giorgia Meloni prometteva un taglio delle accise sui carburanti e una riforma del sistema fiscale), le grandi Big Tech non vengono tassate e noi restiamo schiacciati non “solo” tra precarietà e carovita, ma anche tra cemento e plastica.
Così l’inflazione diventa insostenibile, i governi investono cifre esorbitanti per la militarizzazione delle città, prediligendo la repressione del dissenso piuttosto che l’ascolto e realizzando che no, non c’è una Bastiglia da assaltare.

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Pacificatori e distopie fatte realtà
Le distopie che amavamo da ragazzini non sono più solo romanzi fantascientifici, ma scene di vita quotidiana.
Basti pensare, ad esempio, alle immagini del centro di Torino e all’agghiacciante contrapposizione tra civili intenti a camminare e famiglie con passeggini, e forze dell’ordine munite dell’equipaggiamento antisommossa, la cui presenza finisce per evocare l’inquietante figura dei Pacificatori di Hunger Games.
Viviamo alla ricerca del soma di Huxley, lobotomizzati dal consumismo e intrappolati in un sistema di fazioni che ci definiscono e dividono. Possiamo essere eruditi, candidi, pacifici, abneganti o intrepidi. Possiamo essere degli esclusi o dei divergenti, bloccati in una sorta di Mondo Nuovo, in cui rivolte e guerre diventano uno spettacolo televisivo trasmesso in diretta per un pubblico anestetizzato che non sa più scindere la tragicità del dolore umano dall’intrattenimento algoritmico.
I giovani di oggi sono i concorrenti de La lunga marcia di Stephen King, una generazione costretta a correre, a non rallentare, poiché fermarsi significa essere eliminati. Non c’è una meta reale, solo una marcia estenuante, brutale: uno sfinimento generazionale sempre più normalizzato, con la promessa che alla fine, se si continua a camminare, si arriverà alla gloria.
Ma quando? Come? A che prezzo?
Oltre il virale: l’umanità dietro la rabbia
A differenza di ciò che la morale borghese vuole lasciarci credere, i ragazzi di oggi non sono meri scansafatiche.
Ogni storia ha diversi punti di vista, così come, per fortuna, li ha anche la nostra società. Non potrà dunque essere il nostro feed, o qualsivoglia circuito mediatico, a detenere incontestabili realtà ontologiche.
Basti pensare all’ambivalenza di telegiornali e social nella deliberata scelta di dare ampio spazio a violenza e scontri, urlando alla “fame di distruzione”. Da ciò, il rischio di tralasciare realtà non virali, che non si interrompono con il devastante saccheggio di capi d’abbigliamento, ma proseguono con giovani “criminali” che offrono quei vestiti rubati a un clochard, dicendo: «Ti devi coprire, arriva l’inverno, fa freddo».
Nell’impeto di condannare disordini e proteste, città militarizzate e “pacchetti sicurezza” diventano la risposta dello Stato contro lavoratori, studenti e cittadini sempre più consci della propria condizione precaria.
Guadagnarsi da vivere con umiltà, studiare — persino vivere una vita dignitosa! — sono lussi che sempre meno persone possono permettersi. Fingere che non ci siano state avvisaglie, dimenticare che il marciume è strutturale e ci accompagna da decenni, significa sottovalutare la necessità di un cambiamento radicale e duraturo.
Nonostante l’intransigenza etica con cui condanna, a prescindere, la violenza e il cosiddetto “fine che giustifica i mezzi”, Camus ci ricorda che ribellarsi è energia vitale, un atto d’amore che esprime una richiesta all’essenza dell’essere.
Attivarsi, studiare, creare rete e tessere legami significa costruire. La distruzione rappresenta solo il sintomo di una degenerazione strutturale e ambientale, nonché il collasso di un sistema disfunzionale che (a priori) toglie alle persone tutto ciò che hanno da perdere.
Secondo il sociologo Adolphe Quetelet, infatti, è la società a racchiudere “i germi di tutti i delitti che verranno commessi”.
L’albero della resistenza: da Parigi a un futuro da ricostruire
Lo scorso 17 ottobre, a Parigi, durante una delle manifestazioni studentesche, l’Orchestre du Nouveau Monde ha intonato The Hanging Tree in Place de la République.
Il video, divenuto virale, ritrae circa 400 musicisti intenti a eseguire la celebre colonna sonora di Hunger Games, tra gas lacrimogeni e granate.
La canzone, tratta dal romanzo omonimo di Suzanne Collins e resa celebre dall’interpretazione di Jennifer Lawrence per la trasposizione cinematografica della saga, rappresenta, già da tempo, un inno universale di resistenza giovanile.

Fonte: https://commons.wikimedia.org/wiki/User:BenTanXiaoMing
Si tratta di una ballata macabra, una sorta di lamento d’amore reinterpretato in chiave corale da “ribelli” che, non avendo più nulla da perdere, non temono la morte. Divenuta manifesto di riscatto esistenziale e politico, narra la tragica storia tra un uomo giustiziato e la sua amata, alla quale chiede di raggiungerlo a mezzanotte.
L’invito all’albero degli impiccati e l’esortazione a correre “se ci vuoi liberare” rappresentano una chiamata alle armi per la liberazione collettiva.
La conclusione
Verrai, verrai / all’albero verrai, / di corda una collana, insieme a dondolare?
rimane invece sospesa tra un tetro romanticismo e una sovversiva profanazione del potere.
La cruda metafora della “collana di corda” e l’invito a “dondolare insieme” non rappresentano, però, un’esortazione al suicidio, ma l’affermazione di un legame indissolubile, un amore in grado di comprendere che è meglio resistere e morire insieme da uomini liberi, piuttosto che vivere come schiavi, nella sofferenza.
Dal legame alla rivoluzione
La rivolta, anche in questo caso, non nasce da un impulso distruttivo o nichilista, ma da un sussulto di dignità: quel momento in cui l’individuo dice “no” a un limite invalicabile, scoprendo che esiste qualcosa per cui vale la pena lottare e persino morire.
Accusato da Sartre di essersi alienato dalla storia con il suo “moralismo astratto” nei confronti del marxismo e del comunismo sovietico, Camus scriveva il cogito del
Mi rivolto, dunque siamo.
Possiamo essere d’accordo con uno o con l’altro e, ad oggi, condannare o meno i modi e i termini di un’insurrezione, ma dobbiamo necessariamente concordare sulla necessità umana di ribellarci.
La ribellione è legame sociale, valori comuni e consapevolezza. Uscire dall’indifferenza e agire significa ritrovare il coraggio di amare un uomo e un mondo che ancora non esistono, ma di cui dobbiamo comunque aver cura.
Forse, considerando l’attuale scenario politico globale, dovremmo evitare la romanticizzazione rivoluzionaria.
Forse dovremmo agire di più e parlare di meno. Ma lo diceva lo stesso Gramsci:
Ogni movimento rivoluzionario è romantico per definizione.
La gente in piazza, le vittorie, le manganellate ci ricordano che la rivolta non basta finché è solo una fiamma.
Bisogna unirsi, stringersi l’un l’altro e farsi “rivoluzione”.
Alimentare il fuoco e bruciare.
Fino a scovare il dente di leone:
Il giallo brillante che significa rinascita anziché distruzione.
Valeria Giorgianni