L’abitudine al vuoto. Perché questa generazione non riesce a respirare

A volte mi fermo, nel silenzio di una stanza qualunque, e mi chiedo da dove arrivi questo peso sul petto. Non è un attacco di panico, non è solo stanchezza. È qualcosa di più profondo, più antico. Un senso di vuoto che si è insinuato piano, anno dopo anno, fino a diventare parte del respiro stesso.

Io sono uno di questa generazione e quando parlo di ansia e di vuoto non lo faccio da osservatore esterno. Lo faccio da dentro. Perché questo malessere non è mio soltanto, è il sottofondo comune di chi è cresciuto con la promessa di un mondo aperto e si è ritrovato con infinite porte che non portano da nessuna parte.

Kierkegaard, già nell’Ottocento, aveva capito tutto. Parlava della «vertigine della libertà», quell’angoscia che ti prende quando ti rendi conto che nulla è predeterminato, che puoi scegliere qualsiasi strada, ma nessuna ti garantisce un senso. Noi l’abbiamo ereditata moltiplicata per mille. Ogni mattina apriamo gli occhi e il mondo ci urla che possiamo essere chiunque – creator, nomade digitale, attivista, imprenditore di noi stessi – eppure, dentro, resta la stessa domanda muta: perché niente sembra mai abbastanza?

I social non hanno inventato questo vuoto, lo hanno solo reso visibile, costante, ossessivo. Scrolli per ore, vedi vite apparentemente piene di viaggi, successi, corpi perfetti, relazioni luminose, e il confronto silenzioso ti erode. Non è semplice invidia. È la percezione che la tua esistenza sia ridotta a una performance continua, misurata in like, follower, storie che spariscono dopo ventiquattro ore.

Pascal lo aveva chiamato «divertissement», il bisogno disperato di distrarci per non guardare in faccia il nulla. Noi lo abbiamo reso industriale. Serie tv infinite, notifiche, swipe a destra, consegne a domicilio alle tre di notte. Tutto pur di non restare soli con questo silenzio interiore.

Il vuoto non nasce solo dallo schermo. Nasce anche dalla storia che ci è toccata in sorte. Siamo la prima generazione dopo decenni a dover fare i conti, di nuovo, con la paura concreta della guerra. Non è più un ricordo dei nonni o una pagina di libro di scuola. È qui, adesso. La Palestina, le tensioni nel Medio Oriente, le minacce nel Pacifico, il ritorno delle armi nucleari nei discorsi pubblici.

Viviamo con la sensazione che il mondo possa scivolare in un conflitto globale da un momento all’altro, mentre noi continuiamo a pagare affitti impossibili, a fare colloqui per lavori precari, a fingere che il domani sia ancora programmabile. È un’ansia doppia, intrecciata: quella esistenziale di chi non trova un senso alla propria vita individuale, e quella collettiva di chi sa che la storia potrebbe cancellare tutto senza preavviso.

Heidegger parlava dell’«essere-per-la-morte», la consapevolezza della finitezza che dovrebbe renderci autentici. Noi la viviamo su due livelli. Da una parte la morte personale, inevitabile e silenziosa. Dall’altra la possibilità di una morte collettiva, violenta, tecnologica. E in mezzo, la vita di tutti i giorni che continua, quasi surreale.

Leopardi lo aveva chiamato «noia», quel sentimento che rende vane tutte le cose una volta raggiunte. Non è semplice noia da pomeriggio domenicale. È la percezione che il desiderio stesso sia destinato a rimanere insoddisfatto, che l’infinito ci sfugga sempre.

Oggi quella noia ha mille volti nuovi: il doomscrolling davanti alle notizie di guerra, la precarietà cronica del lavoro, la difficoltà di costruire qualcosa di stabile: una casa, una relazione, un progetto che duri più di qualche stagione. Camus descriveva l’assurdo come lo scontro tra il nostro bisogno disperato di significato e il silenzio ostinato dell’universo. Noi non ci ribelliamo più contro l’assurdo. Ci abbiamo fatto l’abitudine. Lo abbiamo normalizzato.

E proprio in questa rassegnazione quieta emerge, a volte, una forma strana di solidarietà.

Mi torna spesso in mente una strofa di Tamango, semplice e tagliente come una confessione da bar:

Perché ci ho fatto l’abitudine

E mando giù a testa alta

Una birra calda

Che stasera sono empatico col barman.

Ecco, quella è la nostra empatia. Non è l’empatia dei social. È quella silenziosa, un po’ stanca, di chi riconosce nell’altro lo stesso sforzo quotidiano di tirare avanti. Il barman che pulisce i bicchieri, lo sconosciuto al bancone, diventa improvvisamente fratello. Perché anche lui sa cosa significa mandare giù, a testa alta, senza fare troppa scena.

Sartre parlava della «nausea», la vertigine di fronte alla gratuità pura dell’esistenza, al fatto che niente abbia un’essenza data in anticipo. Noi la proviamo spesso, senza nemmeno avere le parole per dirlo.

Ci svegliamo con il petto stretto, usciamo, lavoriamo, ridiamo alle battute, postiamo storie per sembrare vivi.

Eppure dentro resta quel buco. Non sempre è drammatico. A volte è solo una malinconia diffusa, una sensazione che il tempo scorra senza che noi riusciamo davvero a abitarlo. Abbiamo visto crollare le grandi narrazioni – il progresso lineare, il lavoro per tutta la vita, la famiglia come porto sicuro – e al loro posto abbiamo trovato solo frammenti. Frammenti di identità, di futuro, di senso.

Il cambiamento climatico aggiunge un altro strato a questo sfondo apocalittico. Non è più un dibattito da talk show, è l’ennesima prova che il pianeta stesso potrebbe diventare inospitale. E noi, generazione che ha ereditato tutto questo, continuiamo a provare a costruire qualcosa di normale: una relazione, un progetto, un piccolo angolo di stabilità.

È quasi commovente, nella sua ostinazione.

Non ho soluzioni da offrire. Questo non è un manifesto con risposte facili. È una confessione. La mia, e credo di molti di noi. Ammettere il vuoto non lo riempie, ma almeno lo rende visibile, condivisibile. Riconoscere l’ansia – quella per il proprio futuro incerto, quella per il mondo che potrebbe esplodere – non la dissolve, ma la rende meno solitaria. Forse l’unico atto di resistenza che ci resta è proprio continuare a esistere dentro questo paradosso. Mandare giù, a testa alta, senza fingere che tutto sia splendente, senza cadere nella trappola del cinismo totale.

Bukowski diceva che alcune persone non impazziscono mai e che devono condurre vite davvero terribili. Noi siamo impazziti piano, in silenzio, continuando a funzionare. Abbiamo imparato a sorridere nelle foto di gruppo, a scrivere «tutto ok» nei messaggi, mentre dentro continuiamo a navigare questo mare di incertezza.

Proprio in questo abbraccio lucido e un po’ disperato con il nulla, c’è qualcosa di profondamente umano. Non è grandezza eroica. È grandezza fragile, ostinata, fatta di birre calde condivise, di conversazioni notturne, di silenzi che dicono più di mille parole. Siamo la generazione che ha imparato a convivere con la perdita di ogni certezza.

E forse, proprio nel riconoscerlo senza drammatizzarlo troppo, troviamo un piccolo, quieto barlume di senso.

Io mando giù. Tu?

Gaetano Aspa