“L’Estranea”: la destabilizzazione del familiare con la firma di Paolo Strippoli

l’8 Ottobre 2026 è arrivato al cinema L’Estranea, il nuovo film di Paolo Strippoli. Ad accompagnarlo un cast d’eccezione: Jasmine Trinca, Romana Maggiora Vergano, Adriano Giannini e Valeria Bruni Tedeschi. Presentato all’83esima Mostra d’arte cinematografica di Venezia (in concorso) e al Toronto International Film Festival nella sezione Midnight Madness (conquistando il secondo posto, first runner-up, al People’s Choice Midnight Madness Award), il film è nella lista dei probabili candidati per rappresentare l’Italia agli Oscar.

Una famiglia a pezzi

Roma, 2025. Anna (Jasmine Trinca) decide di andare a trovare la figlia Alice (Romana Maggiora Vergano) per raccontarle la verità sulla storia della loro famiglia: i Colonna. Il racconto si sposta a Bari, al ferragosto 1999. Anna e suo marito Walter (Adriano Giannini) hanno costruito il suo successo con le loro mani: grazie alla loro sartoria nel centro di Bari hanno raggiunto una posizione apicale e non vogliono cadere giù. La coppia ha due figli: Alice, appunto, e Tobia. La prima, durante la festa organizzata nella casa nuova, viene gravemente ferita dal cane di famiglia. Con i gravi danni riportati alla gamba viene portata di corsa in ospedale

Nella cappella della clinica, Anna si vede arrivare una figura misteriosa, un’estranea (Valeria Bruni Tedeschi). Quest’ultima le propone un patto: l’aumento di Tobia in cambio della gamba di Alice. Dopo alcuni tentennamenti, Anna accetta. Da quel momento la vita della famiglia Colonna cambia radicalmente. Nel corso degli anni una serie di sfortunati eventi la vedranno protagonista e, puntualmente, l’estranea si farà viva per contrattare nuovamente con Anna. E man mano che il racconto prosegue la figlia mette insieme i pezzi della storia.

l'estranea
Fonte: Movieplayer

L’Estranea: un thriller psicologico nato come racconto

Il film (suddiviso in quattro capitoli e un epilogo, ognuno dedicato a un personaggio), che come raccontato dal regista è nato come racconto, pur essendo un’opera di genere, riesce a far riflettere su numerosi temi che attraversano la dimensione thriller e psicologica per toccare fragilità profondamente umane. Sono diversi gli argomenti che emergono nel corso della storia, componendo un quadro doloroso di solitudini, incomprensioni e sofferenze che spesso rimangono nascoste dietro le mura domestiche. Il regista pugliese è riuscito a inserirli in un racconto in cui il dolore individuale si intreccia con quello familiare, dando forma a un’umanità incapace, in molti casi, di affrontare le proprie ferite.

Al centro della vicenda troviamo una famiglia in cui nessuno sembra disposto ad accettare il fallimento e il dolore. Anna rappresenta una maternità in crisi, mossa da un bisogno di controllo che finisce per estendersi nella propria vita, in quella dei figli e al mondo intero. Ne è un esempio il tentativo di realizzare attraverso la figlia il proprio sogno mancato, quello di diventare attrice. È una donna che sembra perdere fin dall’inizio, anche quando dà l’impressione di vincere. Nel suo ostinato tentativo di governare ogni cosa, finisce per rivelare tutta la propria impotenza di fronte a ciò che non può controllare. Perché il dolore, quando non viene riconosciuto e affrontato, non scompare, ma trova altre strade per manifestarsi.

Chi è, quindi, l’Estranea?

E poi c’è l’Estranea. Una figura misteriosa, che sembra non appartenere a nessun tempo né a nessun luogo. Accompagnata dal suo impermeabile (che come affermato da Strippoli, è più un costume che un concreto capo d’abbigliamento) e dalle sue sigarette. Una presenza enigmatica che sembra collocarsi al di fuori delle regole ordinarie, ma che, allo stesso tempo, intercetta un bisogno profondamente umano: quello di trovare una soluzione quando non siamo più in grado di accettare la realtà. Forse, allora, la domanda più interessante non è tanto chi sia l’Estranea, quanto perché Anna senta il bisogno di rivolgersi a lei.

È in questo bisogno che la figura dell’Estranea acquista il suo significato più inquietante: non tanto una minaccia proveniente dall’esterno, quanto il riflesso delle nostre fragilità, delle nostre paure e di tutto ciò che saremmo disposti a fare pur di non affrontare una perdita. Perché, a volte, il vero orrore non sta nella presenza di qualcosa che non comprendiamo, ma nella disperazione che ci porta ad affidarci a essa.

l'estranea
Fonte: Il Bo Live – Unipd

Tra simboli e credenze

All’interno del film è presente una simbologia non indifferente. Con il suo movimento che sembra riportare continuamente al punto di partenza, la spirale può essere letta come l’immagine di un dolore da cui non si riesce a uscire, di dinamiche familiari che si ripetono e di personaggi intrappolati in un percorso che sembra già scritto. L’acqua, invece, richiama una dimensione ambivalente: può essere associata alla purificazione e al passaggio, ma anche alla dissoluzione e alla perdita di controllo.

Un altro elemento che richiama un altro aspetto ricorrente nel cinema di Strippoli è il bisogno umano di affidarsi a qualcosa che vada oltre la razionalità, di trovare una spiegazione alla sofferenza e una possibilità di salvezza quando tutto il resto sembra fallire. La fede, in questo senso, non è soltanto una questione religiosa, ma può diventare una forma di dipendenza. Una promessa a cui aggrapparsi per dare un senso a ciò che non riusciamo a comprendere.

Ogni cosa ha un prezzo

Uno dei concetti principali che emerge da questo terzo capitolo della trilogia della pioggia, dopo Piove (2022) e La valle dei sorrisi (2025), è che non abbiamo bisogno veramente di credere, ma siamo così disperati che dobbiamo necessariamente (e istintivamente) aggrapparci a qualcosa.

Cosa siamo davvero disposti a fare pur di salvare qualcuno che amiamo?  A volte, la paura di perdere chi amiamo è così grande da spingerci a sacrificare tutto il resto. La nostra umanità, la nostra lucidità, persino ciò che credevamo impossibile da tradire. Paolo Strippoli esplora proprio quel confine sottile in cui l’amore smette di essere soltanto protezione e diventa ossessione, in cui il desiderio di salvare qualcuno finisce per confondersi con la volontà di non accettarne la perdita, a qualsiasi costo. E forse è proprio qui che l’orrore rivela il suo volto più autentico. Non nell’ignoto che ci minaccia dall’esterno, ma in ciò che siamo capaci di diventare quando la disperazione prende il posto della ragione. Perché, in fondo, la domanda più inquietante non è se saremmo disposti a fare qualsiasi cosa per chi amiamo, ma nel tentativo di salvarlo, saremmo ancora capaci di riconoscere noi stessi?

l'estranea
Fonte: Sentieri selvaggi

Rosanna Bonfiglio