Si sa, l’Odissea di Omero ha sempre rappresentato l’archetipo perfetto del viaggio, il superamento del limite umano e del ritorno. Un grande classico che da sempre ha affascinato ogni generazione con le sue tematiche e l’emozione che solo i versi omerici possono regalare. Ma cosa succede quando un classico viene reinventato per potersi avvicinare alle nuove generazioni e sfondare anche nel panorama della cultura popolare?
La risposta ce la dà Jorge Rivera-Herrans, l’autore di Epic: The Musical. È importante notare, come il nome non riporti quello dell’ originale poema omerico, proprio perché si tratta di una rivisitazione con modifiche alla trama. Ad esempio, Odisseo non tradirà mai Penelope con Circe, generando un figlio: Telegone. Nel panorama del teatro musicale, Epic: The Musical si configura come uno dei progetti artistici più ambiziosi e dirompenti degli ultimi anni.
L’opera si presenta come un concept album suddiviso in nove sezioni distinte, denominate Sagas, ognuna di esse racconta una parte del viaggio del poema. Questo progetto non nasce come un’opera destinata ai palchi tradizionali di Broadway o del West End, bensì si è sviluppato attraverso un modello di distribuzione e produzione nativo del tutto digitale.
La struttura dell’opera

Rivera-Herrans seleziona e riorganizza le colonne portanti del poema omerico distillando la celebre narrazione greca in 40 tracce musicali. La progressione delle saghe segue la cronologia originale che accompagna il viaggio del protagonista dal termine della guerra di Troia fino al sofferto ricongiungimento con la sua amata patria, Itaca.
Prima parte (Atto I): Comprendente la Troy Saga, la Cyclops Saga, la Ocean Saga, la Circe Saga e la Underworld Saga, questa prima macro-sezione traccia l’inizio del viaggio e il progressivo deterioramento dei rapporti tra l’equipaggio e le divinità.
Seconda parte (Atto II): Si sviluppa attraverso la Underworld Saga (dove si trova il punto di svolta dell’opera, come vedremo tra poco), la Thunder Saga, la Wisdom Saga, la Vengeance Saga e la Ithaca Saga, delineando così la risoluzione del conflitto sia bellico che interiore
Ad ognuno un suono: l’architettura musicale in Epic
L’elemento di maggior spicco di Epic risiede nella sua architettura musicale eclettica. Rivera-Herrans, infatti, non si limita ai canoni del musical tradizionale, ma opera una sofisticata fusione di generi che riflette la natura stessa dei personaggi e delle situazioni drammatiche da loro affrontate. Le partiture, difatti, intrecciano orchestrazioni sinfoniche classiche, elementi di pop contemporaneo, ritmiche hip-hop/urban e degli innesti di musica elettronica (EDM).
Inoltre, nel corso della narrazione è fortemente presente l’uso dei leitmotiv e dell’attribuzione strumentale: ogni personaggio, o entità divina, è associato a uno strumento o timbro specifico: la chitarra elettrica per Hermes, il violoncello per Odisseo o i sintetizzatori elettronici per le manifestazioni divine. Questa ingegnosa stratificazione sonora permette all’opera di veicolare informazioni narrative e mutamenti psicologici molto complessi esclusivamente attraverso l’ascolto, rendendo l’opera un esempio di avanguardia puramente uditiva e transmediale.
La vera forza di Epic: uno specchio della nostra contemporaneità
Il viaggio di Odisseo diventa una metafora del conflitto interiore moderno: la lacerante dualità tra l’uomo e il mostro. Oggi come allora, ci interroghiamo spesso su quanto siamo disposti a sacrificare. Diventiamo spietati e cinici, pur di proteggere noi stessi e i nostri interessi dal dolore che ci provoca il mondo esterno, mettendo in luce tutto l’egoismo difensivo proprio di ogni essere umano. Diventare mostri, infatti, non significa proteggere solo chi amiamo, ma diventa uno scudo per proteggere noi stessi da ciò che potrebbe ferirci.
In una società che isola sempre di più, il musical mostra come la paura del dolore possa spingerci a un profondo individualismo radicale. L’unica priorità diventa la nostra sopravvivenza emotiva, anche a costo di anestetizzare l’empatia verso gli altri. Trasformarsi in mostri, dunque, diventa una scelta egoistica ma necessaria per non soffrire. Un conflitto interiore in cui decidiamo deliberatamente di escludere il mondo esterno per difendere il nostro nucleo vulnerabile.
È il conflitto di chi sceglie di indurirsi e mettere solo sé stesso al centro, preferendo diventare carnefice piuttosto che tornare a essere la vittima. Si soffre e si perdono dunque pezzi del proprio io, arrivando a distruggersi giorno dopo giorno per il pensiero di non voler ferire gli altri, chiedendosi se anche questi ultimi sarebbero pronti a fare questo stesso pensiero autodistruggente nei nostri confronti.
Questo momento di svolta si presenta impeccabilmente nella canzone Monster, la traccia che ridefinisce l’intera evoluzione di Odisseo. Davanti al fantasma di sua madre e dei suoi compagni caduti si chiede se il ciclope sia attanagliato come lui dal senso di colpa, al punto di non dormire, per aver fatto del male a qualcuno, arrivando persino a dubitare della propria gentilezza e bontà. In un momento di totale smarrimento della propria identità etica a causa di tutta la sofferenza provata, l’eroe realizza una verità cruda e attualissima. In un mondo brutale, l’innocenza è una debolezza fatale, arrivando a chiedersi: “E se per tornare a casa dovessi diventare io il cattivo della storia?”.
La rappresentazione perfetta di questo dualismo si ha mettendo a confronto due pezzi di due numeri musicali. In Luck Runs Out con
“I still Believe in goodness, I still Believe that we could be kind”
E, appunto, in Monster con
“And if I gotta drop another infant from a wall in an istant so we all don’t die, then I’ll become the monster, I will deal the blow”.
Qui si traduce perfettamente il conflitto interiore che ognuno di voi vive nei momenti di massima vulnerabilità.
Trasformarsi in mostri diventa un tentativo di autoconservazione radicale. Non si tratta più di proteggere gli altri, ma di erigere un muro egoistico attorno al proprio io per non soffrire più. È la perfetta rappresentazione musicale di quel cinismo moderno che ci spinge a isolarci, disattivare i sentimenti e calpestare ciò che ci circonda. A causa di ciò, ci convinciamo inevitabilmente che l’unico modo per non essere uccisi in questo mondo, sia uccidere.
Gabriele Giordano