Nella notte di Ferragosto, il MuMe – Museo Regionale di Messina – è stato teatro di un furto dal valore inestimabile, che ha profondamente scosso l’intera comunità messinese.
Il Museo Regionale Interdisciplinare di Messina
Il Museo sorge sull’area che un tempo ospitava il cinquecentesco monastero basiliano di San Salvatore dei Greci, distrutto dal terremoto del 1908, del quale restano tuttora visibili l’impianto e la cripta, inglobati nell’area espositiva.
Istituito nel 1806 come Museo Civico, cambiò più volte sede nel corso del tempo, fino all’inaugurazione di una grande struttura nel giugno 2017, intitolata alla professoressa e storica dell’arte Maria Accascina. A lei si deve il riordinamento del Museo dopo i danni causati dai bombardamenti bellici e la sua riapertura definitiva nel 1954.
Oggi, il MuMe ospita più di 350 opere: un percorso che attraversa millenni di storia, dai reperti archeologici alle collezioni dell’Ottocento.
Tra le opere di assoluto spicco, ci sono i dipinti di Antonello da Messina, maestro del Rinascimento, che ha contribuito a rendere noto il nome della città in tutto il mondo, le grandi tele di Michelangelo Merisi da Caravaggio, e il gruppo scultoreo di Giovan Angelo Montorsoli, collaboratore di Michelangelo Buonarroti e autore dell’originale Fontana del Nettuno, simbolo della città di Messina. Di quest’ultima, il Museo ne custodisce le statue originali di Nettuno e di Scilla, sostituiti in città da una copia.
Attraverso questo ricchissimo patrimonio, il Museo mantiene viva la memoria e l’identità di una città che, più volte nella sua storia, è stata tragicamente distrutta e ricostruita.
Il grande furto al Museo lede inevitabilmente l’intera comunità messinese, poiché non si traduce soltanto nella sottrazione di beni materiali dal grandissimo valore, ma colpisce l’identità collettiva e il legame profondo tra Messina e la sua storia superstite.
Le grandi opere di Antonello da Messina perse
Ed è proprio la figura di Antonello a incarnare il cuore più profondo di questa identità violata. Maestro della pittura, è stato il solo capace di compiere una sintesi perfetta tra due mondi apparentemente inconciliabili: la precisione estrema della pittura fiamminga e la solida monumentalità prospettica del Rinascimento italiano.
Ma il vero genio di Antonello risiede nella psicologia dei suoi volti: l’artista ha liberato le figure sacre dalla rigida bidimensionalità medievale, conferendo loro un’umanità vibrante, fatta di sguardi capaci di interrogare direttamente chi osserva.
Portando il nome della propria città nella storia dell’arte mondiale, il suo lavoro è la testimonianza diretta di una stagione in cui Messina è stata capitale e punto d’incontro delle più alte correnti culturali d’Europa.

Polittico di San Gregorio
Il MuMe custodiva cinque delle sei tavole superstiti del monumentale Polittico di San Gregorio, realizzato da Antonello nel 1473, su commissione della Badessa del monastero di Santa Maria extra moenia.
L’impianto espositivo si articola intorno a una tavola centrale, nella quale sono raffigurati la Madonna in trono con il Bambino, affiancata da due pannelli laterali, dai quali emergono San Gregorio Magno e San Benedetto. Sul ripiano superiore, due tavole più piccole raffigurano l’Arcangelo Gabriele e la Vergine durante il momento dell’Annunciazione.
Nonostante il fondo oro di ascendenza tardo-medievale, l’opera si impone per la tridimensionalità delle sue figure grazie a un’importante studio della prospettiva e dei volumi dei corpi, tratti che consacrano Antonello come uno dei massimi artisti rinascimentali.
Nel corso del blitz, i ladri sono riusciti a portare via tre delle cinque tavole del polittico esposte, lasciandone due indietro durante la fuga.
Tavoletta bifronte
L’altra opera sottratta al Museo è una tavoletta bifronte, realizzata da Antonello da Messina tra il 1465 e il 1470, un capolavoro tascabile nato per la preghiera privata. Il dipinto dalle piccole dimensioni raffigurava sul recto la Madonna con il Bambino benedicente e un francescano in adorazione, mentre sul verso compare il Cristo in Pietà.
Davanti a quelle pareti del Museo rimaste improvvisamente spoglie, il vuoto non è soltanto spaziale: riapre la ferita della perdita, una costante nella storia di una città abituata a vedersi sottrarre la propria bellezza da terremoti, guerre e ricostruzioni frettolose.
Fonti:
Antonella Sauta