Girando quell’angolo

Non sono più riuscita a superare l’incrocio che separa casa tua dalla strada che, quando ero piccola, facevo tutti giorni per andare a scuola.

Quel giorno mi ritrovai su una strada che non percorrevo da tempo. Non mi feci domande, fino a quando non girai quell’angolo.

Il mio cuore cominciò a battere molto forte.

Chissà cosa si aspettava.

Sperava che, girando l’angolo, ti avrei ancora visto sulla veranda a salutarmi.

In fondo sapevo bene che non ci sarebbe stato nessuno.

Scendendo dalla macchina mi guardai attorno. Le case che riempivano quella stradina ormai le conoscevo perfettamente, le mura rosa non erano cambiate, il cancello neanche, e le serrande erano sempre le stesse, ma era come se tutto fosse diventato grigio e scuro. Non ho sentito  il calore che mi accoglieva e che percepivo semplicemente avvicinandomi a quel marciapiede. Con un nodo in gola, sono scesa dalla macchina e, con passi quasi timidi, come se non conoscessi quel portico, mi avvicinai al cancello, quel confine silenzioso che separava il mondo da quello che per me è stato sempre il mio nido, il portale magico che nascondeva i giudizi mostrandomi solo spensieratezza e serenità.

Anche se fosse stata una casa modesta, con pochi mobili, avrei comunque amato quelle mura nella loro semplicità: hanno saputo accogliere i miei sensi di colpa e le insicurezze infondate con carezze delicate, anche quando io ero troppo piccola e sembravano schiacciarmi, ma quelle stesse mura mi stavano accogliendo e proteggendo.

Superato il cancello, l’aria era avvolta dal solito profumo. Ho aspettato, quasi senza rendermene conto, che qualcuno mi chiamasse dalla cucina, oltre quella porta.
Davanti a me, invece, c’erano solo vecchie buste piene di cose da buttare.

Ho percepito un forte dolore alla pancia, come una fitta. Ho cercato di controllare l’uragano di emozioni che, con molta rapidità, stavano avvolgendo la mia mente, facendomi provare nostalgia fusa con tristezza, quella tristezza che ti logora fino a lasciarti quasi senza respiro.

Mi chiedo come si possa provare così tanto amore per qualcosa che si è spento, che non c’è più, che non puoi più toccare, per qualcuno che è diventato un semplice respiro, quel venticello che mi avvolge e che riesce a cullarmi quando sento di non farcela, quella presenza che però allo stesso tempo é anche assenza.

È facile amare quando le persone camminano accanto a noi. Ma continuare ad amare quando restano solo ricordi, profumi, parole… forse è questa la dimostrazione più forte di quanto un legame possa essere profondo.

Senza accorgermene, mentre mi avvicinavo al giardino, una lacrima stava già scendendo sul mio viso. Non mi importava, ero totalmente annebbiata da quell’amore che sentivo più forte che mai, come se loro fossero ancora lì con me, in quella casa, in quel giardino.

Ogni angolo mi parla di loro: le rose delicate e profumate come la nonna, l’aiuola sistemata come solo il nonno sapeva fare, la panchina dove parlavamo nei pomeriggi estivi mentre il sole calava e noi non ce ne rendevamo conto.

C’era tutto, tutto quello che conoscevo, nello stesso punto in cui l’avevo lasciato, eppure mancava qualcosa…

Rimasi lì per qualche istante, in silenzio, come se stessi aspettando ancora. Poi capii che forse non dovevo cercarli nelle stanze, né dietro quella porta, né tra gli oggetti rimasti intatti.

Forse erano proprio lì, in quel battito improvviso del cuore girando l’angolo, in quella fitta allo stomaco, in quella lacrima che non riuscivo a fermare.

Forse non se n’erano mai andati davvero.

E, per la prima volta dopo tanto tempo, attraversare quell’angolo non mi fece solo male, mi fece sentire di nuovo a casa.

 

Giosi Caristi 

Illustrazione di Marco Castiglia