Omeostasi e Transistasi: la danza segreta tra restare e diventare

C’è un momento, quasi ogni giorno, in cui mi accorgo di quanto sia fragile e al tempo stesso tenace il nostro stare al mondo. Succede quando, dopo una nottata agitata, il corpo cerca di recuperare il ritmo; o quando una notizia inaspettata mi costringe a ricalibrare intere priorità. In quei frangenti sento all’opera due movimenti opposti e complementari, l’omeostasi e la transistasi. Non sono termini da manuale di fisiologia in senso stretto, ma rendono bene l’idea di due polarità che convivono in noi: la spinta a restare, a conservare, a difendere l’equilibrio raggiunto, e quella a mutare, a transitare verso un nuovo assetto quando le condizioni lo richiedono.

L’omeostasi: la quiete che protegge

L’omeostasi è la forza del “rimanere lo stesso”. È ciò che i fisiologi chiamano la tendenza dell’organismo a mantenere costanti certi parametri vitali – temperatura, pH del sangue, livelli di glucosio, pressione – nonostante le oscillazioni del mondo esterno. Claude Bernard, nel XIX secolo, parlava di “costanza del milieu intérieur”; Walter Cannon, nel 1929, diede a questo fenomeno il nome di omeostasi, “stabilità simile”.

Nel quotidiano la riconosciamo ovunque. Quando fuori fa freddo, i vasi sanguigni si contraggono e iniziamo a tremare per generare calore. Oppure quando mangiamo troppo zucchero, il pancreas rilascia insulina. Quando dormiamo, il corpo ripara e consolida. L’omeostasi è anche psicologica: la resistenza al cambiamento, il bisogno di routine, il comfort della zona conosciuta. È la voce interiore che dice “meglio non rischiare”, “restiamo qui, dove sappiamo come funzionano le cose”.

Personalmente la vivo come una forma di fedeltà a me stesso. Ci sono abitudini – il caffè della mattina, andare al supermercato, certi rituali di scrittura – che non sono pigrizia, ma ancore. Senza di esse mi sentirei disperso, come una barca senza scafo. L’omeostasi ci permette di non consumare energia in continuazione; ci dà la base da cui partire. È la condizione minima per poter pensare, amare, creare.

Ma ha un limite. Se diventa rigida, se rifiuta ogni scostamento, diventa una prigione. Un sistema che non accetta alcuna variazione finisce per spezzarsi di fronte a uno stress prolungato.

La transistasi: la stabilità attraverso il cambiamento

Di fronte a questa rigidità interviene la seconda forza. La transistasi, ispirata al concetto di allostasi introdotto da Sterling e Eyer nel 1988: “stabilità attraverso il cambiamento”. Non si tratta più di riportare tutto al punto di partenza, ma di spostare i set-point, di accettare un nuovo equilibrio adattato alle circostanze.

Quando lo stress è forte o prolungato – una malattia, un lutto, un cambiamento di vita, anche solo una stagione di lavoro intenso – l’organismo non si limita a “tornare come prima”. Attiva mediatori (ormoni dello stress, catecolamine, citochine), modifica comportamenti, anticipa le esigenze future. Il cervello gioca un ruolo centrale: ricorda, prevede, rivaluta. È la differenza tra sudare leggermente sotto il sole e decidere di spostarsi all’ombra e bere qualcosa di fresco. È la differenza tra resistere a un carico e riorganizzare intere priorità per non crollare.

La transistasi è dinamica, anticipatoria, flessibile. Ci permette di sopravvivere a contesti che l’omeostasi da sola non reggerebbe. È la capacità di cambiare mestiere a quarant’anni, di ricostruire una relazione dopo una crisi, di accettare che il corpo non è più quello dei vent’anni e trovare nuovi modi di starci bene. È anche, in senso più ampio, la forza che ci spinge a crescere: ogni volta che usciamo dalla zona di comfort e poi ritroviamo un nuovo equilibrio, stiamo praticando una forma di transistasi.

Il prezzo, però, esiste. Si chiama carico allostatico: il costo cumulativo degli aggiustamenti continui. Se la transistasi rimane cronica, se non c’è mai un ritorno a una relativa quiete, il sistema si usura. Ipertensione, infiammazione, esaurimento, ansia persistente: sono i segni di un organismo che ha dovuto “cambiare per restare stabile” troppo a lungo e troppo intensamente.

Come convivono nell’uomo

La bellezza – e la difficoltà – sta proprio nel fatto che queste due forze non si escludono. Vivono l’una dentro l’altra.

L’omeostasi fornisce i parametri essenziali che non possono variare troppo (certi valori biochimici, certi bisogni affettivi di base). La transistasi interviene quando quei parametri devono essere temporaneamente o stabilmente ricalibrati. È un dialogo continuo: il sistema nervoso, endocrino e immunitario lavorano insieme, a volte in feedback negativo (per riportare all’equilibrio), a volte in modalità anticipatoria (per prepararsi al prossimo cambiamento).

Nella vita interiore il dialogo è ancora più sottile. C’è la parte di noi che vuole restare fedele a un’immagine di sé, a un progetto, a un’identità consolidata. E c’è la parte che sente il richiamo del nuovo, della crisi che apre, della trasformazione necessaria. Quando queste due voci dialogano in modo sano, nasce qualcosa di generativo: non il immobilismo, non il cambiamento continuo e disorientante, ma una stabilità dinamica. Una persona capace di restare se stessa mentre evolve.

Penso a quanti momenti della mia esperienza – e di quella di chiunque – siano stati attraversati da questa tensione. Un periodo di intenso lavoro in cui il corpo chiedeva riposo (omeostasi) mentre la mente spingeva avanti (transistasi). Una relazione che chiedeva di essere protetta nella sua forma conosciuta e, al tempo stesso, di essere rinnovata. Un’idea di sé che resistette a lungo e poi, di fronte a un evento, si lasciò trasformare, trovando un equilibrio più ampio.

L’uomo, a differenza di molti altri organismi, ha una coscienza riflessiva di questo dialogo. Può osservarlo, può intervenire, può scegliere – entro certi limiti – quanto ascoltare l’una o l’altra forza. Può coltivare rituali che nutrono l’omeostasi (sonno, alimentazione, relazioni stabili, luoghi di quiete) e, allo stesso tempo, praticare piccole e grandi uscite dalla zona di comfort che allenano la transistasi (imparare qualcosa di nuovo, cambiare prospettiva, accettare l’incertezza).

Un equilibrio che non è mai definitivo

Non esiste un punto di arrivo in cui le due forze si placano una volta per tutte. L’equilibrio è sempre provvisorio, sempre negoziato. E forse è proprio questo il tratto più umano: non la conquista di una stabilità definitiva, ma la capacità di danzare tra conservazione e trasformazione.

Quando l’omeostasi prevale in modo eccessivo, rischiamo di irrigidirci, di chiuderci, di vivere una vita più piccola di quella che potremmo. Quando prevale la transistasi senza contromisure, rischiamo di disperderci, di consumarci, di non avere più un centro a cui tornare. La saggezza sembra stare nella loro convivenza consapevole. Saper restare quando è tempo di restare, saper mutare quando è tempo di mutare e, soprattutto, saper riconoscere quale delle due forze sta parlando in un dato momento.

In fondo, ogni giorno siamo chiamati a questa negoziazione silenziosa. Il corpo la fa in automatico. La mente e il cuore possono imparare a farla con più grazia. E forse è proprio in questo dialogo continuo, a volte faticoso, a volte sorprendente, che si gioca gran parte della nostra possibilità di vivere una vita non solo sopravvissuta, ma pienamente abitata.

Gaetano Aspa