Je so’ pazzo di Nicola Prosatore è una storia d’amore chiamata Napoli

Diretto da Nicola Prosatore e liberamente ispirato alla biografia scritta dal figlio Alessandro, Je so’ pazzo racconta con intensità e passione la vita di Pino Daniele. Dirigere un biopic è sempre un azzardo ed è discutibile l’idea di pretendere che un attore possa restituire l’essenza di un artista. Inevitabilmente questo significa confrontarsi con una figura che appartiene all’immaginario collettivo con il rischio di ridurne la complessità a una successione di eventi, aneddoti e momenti funzionali alla narrazione cinematografica. Al di là della ricostruzione biografica, ciò che emerge è la musica come possibilità di riscatto, come strumento attraverso cui sottrarsi da una realtà complicata e ad una condizione familiare altrettanto fragile. è proprio attraverso questo percorso, quasi catartico, dell’artista che inizia la sua carriera; dagli esordi come chitarrista fino alla graduale definizione di cantautore, capace di mescolare la tradizione napoletana con le sonorità del blues e della musica internazionale.

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C’eri tanto… quasi

Gestualità, modulazione della voce e immagine restituiscono,in parte,  l’immagine di un giovane Pino Daniele, ma del resto, in questo spazio tra fedeltà alla figura storica e la necessità di costruire un personaggio cinematografico si misura inesorabilmente la difficoltà di un biopic musicale. Massimiliano Caiazzo prova a restituire l’autenticità dell’artista ma l’impressione è che questa aderenza non riesca a mantenersi costante, come se il personaggio finisse per sovrapporsi all’uomo. Uno dei numerosi rischi per un attore è rimanere intrappolato in un’espressività già vista che restituisce solamente l’interpretazione piuttosto che l’essenza della persona rappresentata. Il cinema ha bisogno di costruire una narrazione, quindi di cause, svolte e momenti decisivi, come il trauma che spiega il genio e la sofferenza che quasi sempre genera creatività, ma non sempre un artista funziona così e non sempre un’opera nasce da un evento preciso. I geni sono sempre incompresi per un motivo.

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Napule è… Pino Daniele

Nicola Prosatore non pretende di dirci chi era Pino Daniele ma ci suggerisce una possibile chiave di lettura, per avvicinarsi all’uomo oltre che all’artista stesso. Je so’ pazzo, in questo senso, riesce a farlo con un’estrema sensibilità. Un film piacevole da guardare grazie anche alle inquadrature, alla cura visiva e ai costumi che costruiscono con naturalezza il racconto, ma quello che emerge di più è la delicatezza con la quale viene raccontato il legame viscerale di Pini con la musica. Una presenza così forte da sottrargli il sonno ma che dà rifugio e anche sollievo.

E poi c’è Napoli, una città dalla quale sembra impossibile separarsi davvero. La pellicola è dunque non solo il racconto della vita di Pino, ma anche la storia di Napoli, che diventa la storia d’amore più grande per l’artista, nonchè fonte d’ispirazione per la sua musica. Una bolla in cui Pino è immerso, tra gli amici, la famiglia, la donna che ama e la sua band, ma anche le contraddizioni di una città che non smette di interrogarlo. Lui vuole restare e raccontare la sua terra, cantarne la bellezza senza nasconderne le ferite, perchè amare Napoli significa desiderare che possa essere diversa e diventare ciò che non è.

La musica non conosce l’oblio

La voce originale di Pino all’interno del film restituisce qualcosa che nessuna ricostruzione sarebbe capace di replicare; dentro ci sono tutte quelle sfumature come il dolore e l’ironia che solo la voce autentica di un’artista riesce a custodire. Le sue canzoni fanno parte della memoria di tante persone, infatti dopo il terremoto che ha colpito Napoli nel 1980, la città non aveva solo la necessità di essere ricostruita materialmente ma anche di trocare una dimensione collettiva, un senso di appertenenza che Pino ha regalato nel 1981, con il grande concerto organizzato in piazza Plebscito, dimostrando quanto la musica, ma credo in generale l’arte, potesse unire una comunità. Ecco, quel gesto racconta meglio di tante parole il suo modo di intendere la musica, qualcosa che non conosce distanze nè differenze. 

Asia Origlia