Silenzio.
Era sempre stata la lingua che conosceva meglio.
C’era un certo conforto in quella mancanza di corrispondenze. Era proprio lì che aveva imparato a conoscere se stessa.
A dire il vero, quel silenzio non era del tutto fitto. Veniva spesso accompagnato dal rumore rombante del sangue che le scorreva dentro le orecchie, dal fastidioso scricchiolio dei denti che serrava con forza e dal frusciante strofinio dei polpastrelli contro il tessuto dei suoi jeans. Degli appena percepibili suoni di sottofondo, che erano finiti per diventare la colonna sonora della sua vita.
Il silenzio, si diceva, era il suo personale motore. Quella forza propulsiva che, dopo qualche attimo di incertezza, la spingeva ad agire. A rimediare. A colmarlo.
Perché sì, in fin dei conti, forse non era quel caldo abbraccio in cui amava crogiolarsi.
Si era convinta che le andasse bene, che lo potesse gestire, che fosse in grado di affrontarne le conseguenze.
Ma quando vedeva labbra strette, occhi sfuggenti, muscoli irrigiditi, il desiderio di ristabilire la quiete, la pacifica armonia familiare, le ribolliva come un fuoco sotto pelle.
Talvolta, non doveva aspettare né fare tanto prima che accadesse.
Altre, invece, le toccava di tutto per adoperarsi e ottenerla.
Chiedere scusa era lo strumento più efficace. Forzare un contatto e pensieri amorevoli poteva aiutare.
Solo allora il silenzio veniva spezzato.
Nella sua testa, però, un ronzio petulante le surriscaldava i lobi, le incendiava le orbite.
E si ritrovava a camminare sulle punte, a rimpicciolirsi. Le pareva di indossare una calzatura scomoda.
Eppure, sopportava, perché non farlo avrebbe avuto un fine imprevisto e sicuramente peggiore.
Quindi, metteva tutto a tacere. E, seppur la sua casa fosse una sinfonia di chiacchiericci, risate, piatti tintinnanti e canzoni stonate, dentro di lei il silenzio permaneva.
Valeria Vella
Illustrazione di Marco Castiglia