Berserk è un capolavoro assoluto del fumetto mondiale, scritto e disegnato da Kentaro Miura. Esso è considerato ampiamente come uno dei pilastri del genere dark fantasy. È celebre per la sua narrazione matura, i temi profondi, tavole di grande bellezza grafica, ma crude e brutali.
L’ Eclissi dell’Io: la ferita di Griffith e la filosofia della causalità in Berserk
Nel vasto panorama della cultura grafica contemporanea, Berserk di Kentaro Miura si configura come un compatto e denso trattato filosofico. Difatti, si incentra sulle grandi tensioni tra determinismo, volontà di potenza puramente nietzschiana e un isolamento esistenziale totale.
Sebbene l’opera si espanda attraverso la modalità stilistica del dark fantasy, il suo nucleo drammaturgico risiede nella complessa architettura psichica dei protagonisti. In tale contesto, la figura di Griffith rappresenta un esempio perfetto di una parabola emblematica di iper-compensazione narcisistica. La sua trasformazione da leader carismatico a entità demoniaca non è l’esito di un calcolo cinico predeterminato, bensì il risultato di una catastrofica ferita narcisistica innescata dell’abbandono di Guts.
Tutto crolla con allontanamento del cavaliere nero, in cerca del suo scopo di vita, dopo aver ascoltato il discorso di Griffith sull’importanza dei sogni e di come l’esistenza stessa sia effimera senza questa presenza dentro quest’ultima. Tale cesura non si limita ad infrangere un sodalizio militare, ma scardina il solipsismo messianico. Non solo per un punto di vista di “orgoglio”, bensì perché, per la prima volta, Griffith ha abbassato il proprio muro, e ha legato la sua felicità a qualcos’altro di differente dal proprio sogno: la presenza di qualcuno nella propria vita.
La presenza di Guts, infatti, segna una svolta fondamentale nel progetto del falco: per la prima volta, si affeziona a qualcuno, e affida tutto a quest’ultimo. Griffith, per la prima volta, trova qualcuno capace di fargli dimenticare il suo sogno. Tutto questo costringe il leader a un radicale ripiegamento egoistico che troverà la sua sanzione metafisica nell’intervento della Mano di Dio.
Il collasso della struttura messianica. La ferita narcisistica di Griffith e la filosofia della causalità in Berserk
Come abbiamo visto, l’egocentrismo di Griffith non si manifesta come una banale arroganza, ma come un solipsismo radicale. Per lui, la Squadra dei Falchi non è un gruppo di amici o commilitoni, bensì un’estensione della sua volontà. Lo dichiara esplicitamente: sono pedine, strumenti necessari per innalzare la sua figura. Egli è il salvatore dei reietti della società medievale offrendo loro uno scopo. Lui si percepisce il re in quanto l’unico in grado di dare un ordine al caos del mondo, brama di un suo regno.
Griffith interiorizza di non appartenere al mondo comune dall’infanzia, precisamente da quando riceve il Behelit scarlatto, destinato a finire in mano al re dei desideri. Il suo sogno di ottenere un regno non è un mero desiderio di potere politico, ma la ricerca di una consacrazione mistica. Fin dal fatidico duello sulla neve, la psiche si Griffith poggiava su un delirio egocentrico di matrice radicalmente provvidenziale. Egli si percepiva come un individuo eletto, ontologicamente superiore, destinato unicamente al conseguimento di un proprio Sogno dinastico.
In questa economia prettamente psichica, l’alterità era azzerata, i membri della Squadra dei Falchi non erano configurati come sodali. Essi infatti erano meri strumenti funzionali alla teleologia del loro leader. Tuttavia, tale sovrastruttura celava una vulnerabilità profonda: l’investimento, appunto, affettivo, inconscio e totalizzante nei confronti di Guts. Nel momento in cui quest’ultimo rivendica la propria autonomia e Sconfigge Griffith, la sua illusione del controllo assoluto si frantuma.
In questo momento non si assiste a una comune dinamica di lutto o separazione, beneì al collasso di un sistema di coordinate esistenziali. Incapace quindi di integrare il rifiuto e la perdita di possesso, Griffith esperisce un’importante regressione psicotica: l’unione impulsiva con Charlotte. Anche quest’ultima rappresentava per Griffith una pedina, ma non al livello delle altre. Era la pedina che avrebbe portato il Falco allo scacco matto. Una volta unitosi con la principessa Charlotte, coltivando meticolosamente e con cura il loro rapporto, sarebbe entrato di diritto nella dinastia reale, raggiungendo dunque il suo regno tango agognato. Griffith, facendo innamorare perdutamente la principessa, timida e chiusa nella sua stessa campana di vetro, si assicura così la posizione reale desiderata.
Prima di tutto, per capire la motivazione futura (apparente) dell’arresto ordinato dal re verso Griffith, è fondamentale indicare la differenza di età dei due. Griffith, infatti, aveva 20 anni, mentre la principessa Charlotte 16. Al momento dell’azione, Invece, la suddetta unione impulsiva non risponde a regole strategiche o pulsioni, ma rappresenta un disperato tentativo di riaffermare la propria efficacia e il proprio potere sul mondo. Infatti, l’apoteosi e il crollo della psiche di Griffith e del suo ego, avvengono proprio quando tutto procede per il verso giusto. La squadra dei falchi, dopo aver vinto la guerra da sola, viene proclamata nobile, diventando la squadra della fenice bianca, avvicinando Griffith al suo sogno.
Guts però, abbandonando la squadra sul punto più bello e cruciale, annientando totalmente l’ego di Griffith e il legame affettivo costruito, è fautore indiretto della rovina. Tutto è un chiara dimostrazione: quando l’egocentrismo viene privato del suo perno emotivo, si tramuta in una forma puramente distruttiva. Per Griffith, infatti, l’abbandono di Guts rappresenta una privazione dal punto di vista emotivo e del controllo, portando Griffith a una visione disperatamente nichilista del mondo.

Il nichilismo della colpa e il crollo biologico
Il periodo di reclusione e tortura nelle segrete di Wyndham, conseguente all’arresto ordinato da parte del re verso Griffith per aver giaciuto con la figlia, rappresenta l’anello di congiunzione filosofico e biologico tra il crollo dell’ego e la totale sottomissione al male come salvezza e conservazione della propria esistenza, chiudendo ogni possibilità di sofferenza futura. Privato dei suoi attributi puramente apollinei (la parola, la mobilità, la bellezza androgina), il corpo di Griffith si fa metafora del suo interiore.
Esso, infatti, rappresenta un guscio vuoto, mutilato, impossibilitato a esercitare alcuna forma di dominio sulla realtà. Guts, apprendendo della prigionia di Griffith, tornerà ad aiutare la squadra a salvarlo. Per un soggetto affetto da un profondo egocentrismo messianico, essere oggetto di pietà da parte di colui che ha causato la propria rovina, è un supplizio psicologico intollerabile. Si pensa, infatti, che egli, privo provi a strangolarlo, mentre Guts lo scambia per un abbraccio.
L’ atto di compassione di Guts riapre costantemente la ferita dell’abbandono, spingendo, come detto poc’anzi, la psiche di Griffith verso un radicalismo radicale. Infatti, se non può più essere il centro radioso dell’adorazione collettiva, egli si farà epicentro della distruzione universale pur di raggiungere il Sogno, il suo scopo di vita.
Le coordinate filosofiche di Berserk: Casualità e Volontà di Potenza
Il determinismo (causalità)
L’universo di Berserk è retto dal principio della Causalità (Inari). Si tratta di un disegno macroscopico orchestrato da forze ancestrali in cui il libero arbitrio appare come una mera illusione ottica. Le privazioni originali di Griffith e la sua stessa fragilità relazionale non sono contingenze. Esse sono infatti vettori predisposti per condurlo al punto di rottura. Tutto questo venne stabilito nel momento in cui acquistò il behelit scarlatto, che garantisce la rinascita in Apostolo della Mano di Dio a patto di un sacrificio. Anche quest’azione, era stabilita dall’inizio dei tempi: Griffith era destinato a ricoprire tale ruolo, a rinascere.
La volontà di Potenza ed Egoismo Radicale
Recluso e privato della propria integrità fisica, Griffith radicalizza il proprio egocentrismo. Di fronte al fallimento della sua dimensione umana, abbraccia una declinazione aberrante della volontà di potenza nietzschiana. Per sfuggire alla sottomissione del dolore e dell’abbandono, l’Io si decreta come unico valore assoluto. Il bene comune e l’altruismo, dunque, vengono rigettati in favore di una totale indifferenza verso il destino altrui.
L’ eclissi rappresenta il momento di convergenza tra la fragilità psicologia del singolo e le strutture metafisiche del cosmo. La Mano di Dio, quintetto di entità vicarie della Volontà degli Abissi, non agisce tramite coercizione fisica, bensì attraverso una sofisticata maieutica del trauma. Nel celebre e controverso capitolo 83, ritirato da Miura a seguito di importanti rivelazioni sulla trama, viene spiegato il tutto. Griffith incontra l’Idea del Male, Dio. Lui stesso però, gli dice di prestare attenzione.
Egli infatti dirà di non essere il Dio creato dagli uomini, dunque della religione cristiana. Quest’ultimo non esiste, è frutto della necessità degli uomini di tendere verso l’Assoluto. Egli infatti è generato dal subconscio collettivo dell’umanità per dare una spiegazione e una causa alla sofferenza cosmica. Nasce, dunque, proprio da tutto il male e la sofferenza prodotti dall’animo umano. L’entità rivela infatti a Griffith una verità metafisica sconvolgente. L’intera storia umana, i flussi migratori e gli incroci genetici dei suoi antenati sono stati manipolati per millenni al solo scopo di produrre la sua nascita e la sua specifica configurazione psicologica.
Durante l’Eclissi, figure come Ubi e Void agiscono come analisti spietati della coscienza del Falco. Non inoculano la malvagità, ma ne esplicitano la necessità storica ed esistenziale, mostrando al condottiero la scia di cadaveri su cui ha edificato la propria ascesa, portandolo a riflettere su come sia stato lui la causa di tutto il sangue sparso, sacrificando ognuno di quei caduti in nome del suo sogno.
Gli causa particolare sofferenza il ricordo di un bambino, una giovanissima recluta della squadra, morta in battaglia, in nome del Castello, simbolo per eccellenza del suo sogno
La mano di Dio offre a Griffith una via di fuga epistemologica. Gli viene offerto di tramutare la sofferenza in divinità attraverso il sacrificio rituale. L’ accettazione del patto demoniaco è l’atto egocentrico supremo.
Per non occupare mai più la posizione di vittima vulnerabile, Griffith sceglie deliberatamente di preservare il proprio Sogno a discapito di tutti coloro che lo avevano amato. Il determinismo appronta il palcoscenico, ma è l’egoismo radicale di Griffith a recitare la battuta finale.
Il sacrificio avviene per sua esplicita e rivendicata volontà. La decisione finale avviene quando Guts raggiunge Griffith sul luogo del sacrificio. Quest’ultimo, avendo la causa di tutto quel dolore davanti ai suoi occhi non ha più dubbi. A questo punto, verrà pronunciata la frase che racchiude tutto il procedimento logico derivante dall’intelletto di Griffith.
Sì. Tra migliaia di alleati e di nemici, tu sei stato l’unico… tu sei stato l’unico a farmi dimenticare del mio sogno. Li consacro.

La sua più grade debolezza e sconfitta è stata fidarsi di qualcuno, affezionarsi. Da questo ragionamento, prende la decisione finale, consacrando la squadra e sacrificandola. Griffith, rinato a seguito del sacrificio col nome di Phempt, il Re dei Desideri, deciderà di vendicarsi verso colui che ha portato al crollo il suo castello di carte, immobilizzando e violentando brutalmente Caska, costringendo Guts a guardare totalmente privo di capacità di azione, in quanto immobilizzato.
La compagna del protagonista, vice comandante della banda, prima follemente innamorata del Falco, è sempre stato l’archetipo della pedina perfetta. Vedere che anche colei che lo idolatrava come una divinità si discosta da quest’ultimo, smettendo di seguirlo, trattandolo con pietà e perdendo la testa per nient’altro che l’infrangitore del proprio sogno, contribuisce copiosamente al declino verso il delirio.
L’ eclissi della Morale. L’analogia tra la scelta di Griffith e la reazione dell’essere umano reale.
Il nucleo più disturbante della parabola di Griffith non risiede nella sua componente fantastica, ma nella sua spietata verosimiglianza antropologica. Di fronte alla scelta avvenuta durante l’eclissi, l’opera compie un salto dell’analisi del singolo all’indagine clinica sulla natura umana in condizioni di deprivazione estrema.
Spogliato della sua iconografia demoniaca, il bivio di Griffith non è più un mero atto di malvagità letteraria. Si rivela come una risposta psicobiologica prevedibile, uno specchio di come un qualsiasi essere umano reale reagirebbe se sottoposto alla medesima distruzione sistematica dell’identità e del proprio scopo di vita.
La repressione animale e l’azzeramento dell’empatia
Quando un essere umano viene ridotto a un guscio di dolore puro, la sua mente sperimenta una contrazione cognitiva: l’altro scompare. Non esiste più spazio emotivo per computare la sofferenza del prossimo. L’intera energia psichica residua è totalmente sequestrata dall’istinto primordiale di far cessare la propria agonia.
Si chiede dunque a Griffith, in uno stato di totale polverizzazione dell’Io, di esercitare un altruismo eroico verso i falchi. Ciò non è possibile: significa esigere un comportamento che viola le leggi neurobiologiche e morali umane. La mano di Dio infatti offre a un uomo agonizzante l’alternativa più violenta che la mente umana possa concepire. Da una parte rimanere un peso eterno, un relitto deforme che vive della pietà altrui. Si può comprendere bene come ciò sia un supplizio atroce per chiunque, ancor più per un soggetto narcisistico. Dall’altra parte risorgere come divinità assoluta azzerando il proprio dolore al prezzo della vita altrui.
Facendo delle ricerche, si scopre che la storia e la sociologia mostrano che l’essere umano, posto di fronte a un tale baratro, sceglieremo quasi invariabilmente il sacrificio. Si pensi ai traumi reali. Nei concetti di isolamento estremo la mente umana attua un meccanismo di difesa estremo. Tale meccanismo consiste nell’identificazione con l’oppressore e l’egoismo radicale. L’uomo non sceglie il male perché lo desidera.
Egli lo sceglie perché diventa l’unico mezzo per riemergere dal vuoto della non-esistenza. Dunque, possiamo davvero giudicare le azioni di Griffith? O meglio, giudicare il movente causante come oggetto totalmente distante dal nostro intelletto? Miura mette a nudo la fragilità morale comune. La moralità, l’empatia e il rispetto per la vita altrui sono nient’altro che lussi cognitivi.
Essi possono esistere solo finche si possiede un briciolo di dignità e integrità fisica. Quanti di noi, a fronte di quanto scritto, sono ancora capaci di discostarsi da queste azioni? Questo articolo non intende porsi come apologia al suo operato, ma come motore di ragionamento collettivo sulla natura dell’egoismo umano, presente inevitabilmente in ognuno di noi. La domanda, dunque, è la seguente. Quanti di noi, in una situazione del genere, preferirebbero rimanere inermi, totalmente inadatti alla vita?
Avendo raggiunto uno stato di impossibilità concreta dell’attuazione dei propri scopi, chi deciderebbe di vivere in tali circostanze? Non è, forse, una scelta comprensibile se ci immedesimo nel personaggio analizzato? Chi, di fronte alla possibilità di rinascere e ottenere il pieno controllo sulla vita, l’onnipotenza, e soprattutto, il conseguimento del proprio scopo, sceglierebbe ancora la vita altrui?
Spesso critichiamo azioni che sembrano totalmente aberranti e mostruose come questo. Tendiamo ad opporci fermamente, con fastidio e orrore, a concetti morali del genere. Non sarà, forse, che tali condanne avvengono perché, inconsciamente, abbiamo paura della consapevolezza che anche noi, in fondo, ne saremmo capaci? Condannando tali azioni, infatti, siamo portati a non guardarci nella nostra interiorità, e non affrontare spettri della nostra anima che ci terrorizzerebbero.
L’uomo, forse, di sua natura, è un essere puramente egoista. Forse, la bontà è solo una maschera che regge finché noi abbiamo la forza di tenerla. Dunque, raggiunta la follia o il delirio, perdiamo il senno o acquisiamo la piena consapevolezza della nostra essenza?
Gabriele Giordano