La cosa peggiore non è essere triste.
La tristezza ha ancora una forma. Posso darle un nome, una causa, perfino una data. Posso dire che è cominciata in un certo momento, che ha avuto il volto di qualcuno, che è entrata in una stanza e poi non ne è più uscita. La cosa peggiore è non sapere più chi sia quello che soffre.
Mi sveglio ogni mattina con la sensazione di avere dimenticato qualcuno. Poi capisco che quel qualcuno sono io. Ho passato anni a costruirmi. Libri, fotografie, città, ambizioni, frasi scritte sui margini dei quaderni. Ho accumulato tutto con la convinzione che un giorno le cose finiranno per comporsi. Voglio scrivere. Voglio essere qualcuno. Non necessariamente importante, ma necessario. Voglio lasciare qualcosa dietro di me che non sia soltanto il ricordo impreciso di essere passato in una stanza. Forse è questa la mia vanità più grande. Non voglio vivere soltanto. Voglio che la mia vita abbia una forma. E adesso quella forma mi sfugge.
Cammino per Messina e riconosco le strade, i bar, i palazzi, il mare. Conosco la città abbastanza bene da sapere dove girare senza pensarci. Eppure, tutto mi sembra estraneo. È come tornare in una casa dopo che qualcuno ha portato via i mobili. Le stanze sono le stesse. Ma non so più perché dovrei starci.
A volte prendo il treno, guardo dal finestrino e penso a Roma. Penso che forse basterebbe cambiare città, cambiare lavoro, scrivere un libro, innamorarsi di nuovo, fare soldi, diventare finalmente l’uomo che ho immaginato.
La mia mente produce continuamente uscite di emergenza. È una delle sue specialità.
Ogni volta che arrivo davanti al vuoto, mi costruisce una porta. Il problema è che dietro ogni porta ci sono ancora io.
Ogni mattina trovo l’anello con le margherite sul comodino. Lo prendo. Lo osservo. È assurdo quanto poco sia necessario a riportare qualcuno dentro una stanza. Non una fotografia. Non una lettera. Non una voce registrata. Un anello con delle piccole margherite. Tutto qui.
Lo infilo al dito e per qualche secondo ho la sensazione che il passato sia tornato. Poi capisco che non è tornato niente. È quello il punto. Il passato non torna mai. Siamo noi che lo trasciniamo nel presente e poi ci lamentiamo perché pesa.
Penso a lei, come faccio sempre.
Mi domando se mi manchi la persona oppure la vita che ho immaginato con lei. Non riesco a distinguere le due cose. Forse non è mai stato possibile. Quando ami qualcuno, pensi di desiderare il suo corpo, la sua voce, il modo in cui ride. In realtà desideri anche tutto ciò che la sua esistenza rende possibile nella tua. Una casa, una domenica, una cucina, un caminetto, un futuro. Una versione di te stesso che ancora non esiste.
Quando quella persona se ne va, non perdi soltanto lei. Perdi tutte quelle persone che avresti potuto essere. Questa è la cosa che non riesco ad accettare. Non mi manca soltanto una donna. Mi manca l’uomo che sono stato quando credevo che quella storia potesse diventare una vita. E forse mi manca soprattutto quello. Il resto è silenzio.
La gente mi chiede come sto. Dico bene. È la parola più semplice. Bene. Una parola piccola, educata, quasi pornografica nella sua falsità. Come se bastasse pronunciarla per rimettere ordine nelle cose. Continuo a lavorare, a scrivere, a parlare, a progettare, a pensare ai libri che scriverò. A immaginare che un giorno qualcuno leggerà le mie pagine e capirà qualcosa di me.
Ma che cosa dovrebbe capire?
Che ho avuto paura? Che sono stato innamorato? Che ho perso qualcuno? Che ho passato intere giornate a chiedermi quale sia la ragione per continuare?
Non c’è niente di originale nella sofferenza, è questo che mi irrita. Anche il mio dolore è già stato vissuto da milioni di persone. Uomini hanno perso donne prima di me. Uomini hanno guardato il soffitto durante la notte. Uomini hanno desiderato morire senza avere veramente il coraggio di volerlo. Uomini hanno scritto libri per convincersi che la propria esistenza fosse diversa dalle altre. E io non faccio eccezione. Sono soltanto un altro uomo seduto dentro la propria coscienza. Un altro prigioniero che ha ricevuto la libertà come condanna. Perché posso scegliere. È proprio questo il problema.
Posso scegliere di restare. Posso scegliere di partire. Posso scegliere di scrivere. Posso scegliere di non scrivere. Posso amare di nuovo. Posso non amare più nessuno. Posso costruire una vita nuova. E nessuna di queste possibilità contiene una risposta. La libertà non mi sembra più una conquista. Mi sembra l’obbligo di decidere senza avere nessuna garanzia che la decisione abbia senso.
La morte, invece, non chiede niente. La morte non ha ambizioni. Non vuole diventare qualcuno. Non vuole pubblicare libri. Non vuole essere amata. Non vuole essere ricordata. La morte semplicemente arriva e cancella il problema. Forse è questo a renderla così affascinante. Non la desidero ma la capisco. E capire qualcosa del genere mi fa paura.
Una sera torno a casa tardi. Non accendo subito la luce. Rimango vicino alla finestra. Di fronte, Messina continua a brillare senza di me. Il mare è nero. Le finestre illuminate sembrano migliaia di vite dentro le quali non entrerò mai.
Penso a tutte le persone che in questo momento stanno facendo l’amore, litigando, cucinando, tradendo, partorendo, morendo, ridendo. Il mondo continua. Sempre quella cosa oscena. Continua. Prendo l’anello. Lo rigiro tra le dita. Le margherite sembrano quasi vive. Mi viene da ridere. È un riso breve, cattivo. Ho affidato a un pezzo di metallo la memoria di una persona, la memoria di un amore, la memoria di un uomo che non sono più. E adesso pretendo che quell’oggetto mi dica cosa fare.
Lo appoggio sul comodino. Potrei buttarlo. Non lo faccio. Potrei conservarlo per sempre. Non so se lo farò. È questa la cosa più terribile. Non so più cosa significhi scegliere.
Vado a letto. Rimango supino, al buio. Penso al libro che vorrei scrivere. Penso alla città da cui voglio andare via. Penso a quella in cui voglio arrivare. Penso alla donna che ho perso. Penso alla morte. Penso a me. Poi mi accorgo che sono tutte la stessa cosa. Futuro, passato, amore, morte, ambizione. Tutto esiste soltanto dentro la mia testa. Fuori c’è la stanza, il letto, il comodino, l’anello, le margherite e nient’altro.
Chiudo gli occhi.
Vorrei dormire. Non per riposarmi, soltanto per non esserci per qualche ora. Ma anche il sonno mi sembra un’altra forma di attesa. E sono stanco di aspettare che la mia vita cominci. Perché forse è già cominciata. Forse è proprio questa. Questa stanza. Questo corpo. Questo vuoto. Questa libertà senza istruzioni. E allora capisco la cosa peggiore di tutte: non c’è nessuno che verrà a salvarmi. Non perché non esista, ma perché non è mai esistita.
Rimango immobile. Sul comodino le margherite continuano a brillare nel buio e, per la prima volta, non penso a lei. Penso soltanto a quanto sia assurdo che qualcosa di così piccolo possa ricordarmi che una volta ho creduto nel futuro.
Poi mi volto dall’altra parte e aspetto il mattino. Non perché lo desideri, ma perché arriverà comunque.
Gaetano Aspa
Illustrazione di Silvia Bruno