L’isola dai mille volti
Nella sua millenaria storia, la Sicilia ha sperimentato numerose e interessantissime realtà, che rendono la cultura siciliana, oggigiorno, una delle più ricche e profonde d’Italia.
La peculiarità della cultura isolana è insita proprio nella sua varietà e nella sua natura multiforme. Nel convergere di diversi elementi provenienti dalle più disparate civiltà che, nelle varie città, si sono fusi dando vita a una tradizione raffinatissima.
Ripercorreremo — senza entrare troppo nel dettaglio ed evitando dunque noiose parentesi fin troppo specialistiche — una delle sue esperienze storico-culturali più affascinanti.
Abitata da oltre un millennio da popolazioni grecofone e inglobata, poi, nel vasto dominio romano e bizantino, la Sicilia fu raggiunta e conquistata da una cultura della quale, fino a qualche secolo prima, si conosceva ben poco: quella araba.
La nascita dell’Islam fu un evento epocale nella storia mediterranea. Stravolse gli antichi equilibri politici e sociali in Oriente, finendo per costituire una minaccia anche per i regni cristiani d’Occidente. Ciò che si creò in Sicilia, tuttavia, più che un costante pericolo sembrò essere una società ibrida, all’interno della quale elementi cristiani e musulmani poterono coesistere. A seguire, dunque, le tappe della conquista islamica della Sicilia.
Il contesto storico: la Sicilia prima degli Arabi
In seguito al crollo dell’Impero Romano d’Occidente nel 476 d.C., la Sicilia passò dapprima sotto il controllo dei Vandali — insediatisi nell’Africa settentrionale dopo aver attraversato la Gallia e la Hispania — e successivamente sotto il dominio ostrogoto.
Nel VI secolo, l’isola fu ricondotta nell’orbita di Costantinopoli dall’Impero Bizantino, che la trasformò in un perno strategico di fondamentale importanza nel cuore del Mediterraneo.
L’appartenenza all’impero d’Oriente, pur durata per quasi tre secoli, andò progressivamente incrinandosi. Le crescenti pressioni fiscali, le divergenze religiose e le frequenti scorrerie marittime già da tempo flagellavano le coste siciliane.

Fonte: https://www.storicang.it/a/i-califfi-omayyadi-creazione-dellimpero-musulmano_14810
Questa situazione di precaria stabilità fu, infine, definitivamente spezzata dall’avanzata dell‘Islam. Sotto la dinastia omayyade, gli Arabi completarono la conquista del Maghreb, giungendo a contemplare la Sicilia dal braccio di mare che la separa dal Nordafrica.
Dopo una fase caratterizzata da incursioni temporanee e da un primo, infruttuoso tentativo d’invasione, la svolta decisiva avvenne con le vicende interne all’amministrazione bizantina. Fu infatti la ribellione di Eufemio da Messina a fornire agli Aglabiti il pretesto per intraprendere una campagna di conquista sistematica dell’isola.
La rivolta di Eufemio
Secondo un noto aneddoto riportato dalle cronache — verosimilmente un topos narrativo dal sapore romanzesco —, Eufemio, turmarca della flotta bizantina di stanza in Sicilia, avrebbe costretto al matrimonio una giovane monaca dopo averla rapita.
I fratelli della donna si rivolsero direttamente all’imperatore Michele II, il quale ordinò al nuovo stratego della Sicilia, Fotino, di indagare rigorosamente sulla vicenda. Qualora le accuse si fossero rivelate fondate, avrebbe punito severamente il comandante.
Eufemio, respingendo ogni addebito e temendo la condanna, incitò le proprie truppe alla ribellione aperta.
È assai più probabile, tuttavia, che tale racconto nasconda motivazioni squisitamente politiche e che Eufemio abbia colto il momento di massima debolezza dell’impero per affrancarsi dal controllo di Costantinopoli.
Bisanzio, infatti, si trovava in grave difficoltà. Aveva da poco perduto l’isola di Creta, caduta in mano araba, e doveva far fronte alle conseguenze della vasta insurrezione guidata da Tommaso lo Slavo.
Nonostante l’iniziale successo della rivolta, che destò profonda inquietudine a Costantinopoli, due dei più fidati collaboratori di Eufemio lo abbandonarono, sconfiggendolo e costringendolo ad abbandonare Siracusa, dove si era rifugiato.
Visto il precipitare degli eventi, Eufemio cercò l’alleanza con i tradizionali nemici dell’impero. Salpò alla volta dell‘Ifrīqiya e giunse alla corte degli Aglabiti, chiedendo udienza all’emiro Ziyadat Allah I. In cambio di un contingente militare con cui riconquistare l’isola, il generale bizantino promise il pagamento di un tributo annuale e la sottomissione formale.
La prospettiva di estendere la jihad alla Sicilia e di conquistare una posizione di primissimo ordine nel Mediterraneo persuase l’emiro ad accettare l’accordo.
Nel giugno dell’827, un’armata di circa 10.000 fanti e 700 cavalieri — a cui si unirono i vascelli superstiti di Eufemio — salpò da Sousse alla volta delle coste siciliane, sbarcando a Mazara del Vallo.

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La Jihad siciliana: gli Arabi invadono l’isola
Le truppe sbarcarono a Mazara del Vallo il 17 giugno dell’827, sotto il comando del giurista e generale di origine persiana Asad ibn al-Furat.
In tempi relativamente brevi, la porzione occidentale dell’isola fu sottomessa alla dominazione musulmana. La parte orientale, al contrario, sia per la conformazione aspra del territorio, sia per la fiera resistenza delle guarnigioni bizantine, si rivelò assai più complessa da piegare.
Le schermaglie tra Bizantini e Musulmani si protrassero pertanto per diversi decenni. Nell’843, grazie anche all’appoggio tattico di contingenti inviati dal Ducato di Napoli — interessato a stringere proficue intese commerciali con i nuovi conquistatori —, gli Arabi occuparono Messina.
Successivamente, nell’859, cadde la roccaforte di Enna, snodo difensivo di primaria importanza nel cuore dell’isola. Infine, nell’878, capitolò Siracusa, la principale metropoli siciliana dell’epoca. La città fu sottoposta a un devastante saccheggio da cui non si sarebbe più ripresa, perdendo per sempre il proprio ruolo egemone.

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Il rango di capitale dell’isola passò così a Palermo. Proprio sotto la dominazione islamica, conobbe uno straordinario sviluppo urbanistico, economico e culturale, assurgendo a una delle più splendide metropoli del Mediterraneo.
È opportuno precisare, per rigore storiografico, che gli armati giunti dal Nordafrica non furono esclusivamente di etnia araba. Il nucleo principale dell’esercito era, infatti, composto da popolazioni berbere, con una presenza di elementi persiani e andalusi.
L’impiego del termine “arabi” — utilizzato anche nella storiografia divulgativa — viene qui inteso in senso lato, per definire complessivamente le forze e la civiltà di fede musulmana che guidarono la conquista.
La Sicilia Araba
In seguito alla conquista, la Sicilia conobbe un periodo di profonda trasformazione culturale, sociale ed economica. Questa fase di prosperità e di crescita vide l’ascesa di centri fino ad allora secondari, come Agrigento, e l’affermazione della già citata Palermo.
Si assistette a una rinnovata vivacità urbana, favorita da un’ampia autonomia locale e da un sistema fiscale sensibilmente più snello e meno oppressivo rispetto a quello bizantino.
Oltre a introdurre una nuova e prestigiosa moneta d’oro, il tarì, gli Arabi portarono nell’isola importanti innovazioni in campo culturale, scientifico e agronomico. Furono introdotte colture fino ad allora sconosciute o poco diffuse — quali il cotone, il gelso per la produzione della seta, la canna da zucchero e gli agrumi —, che rinnovarono la struttura agricola e diedero un forte impulso all’industria tessile.

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Parallelamente, si sviluppò la pesca e la lavorazione del tonno. La rete delle tonnare, disseminate lungo le coste siciliane, rappresenta proprio l’eredità di quell’antica tradizione e delle avanzate tecniche alieutiche portate dai Musulmani.
Durante l’epoca islamica, la Sicilia raggiunse così uno splendore straordinario, assurgendo a snodo commerciale e logistico fondamentale, ponte culturale e strategico tra il Mediterraneo orientale e quello occidentale.
Dall’isola e dai porti dell’Italia meridionale, inoltre, i Saraceni mossero per ulteriori spedizioni e insediamenti nel continente, giungendo a fondare l’Emirato di Bari e a spingersi, con le loro scorrerie, fino alle mura di Roma.

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Cosa resta oggi?
Qual è, dunque, l’eredità della cultura araba in Sicilia? Cosa rimane oggi di tangibile e visibile di una civiltà la cui memoria fu, in seguito, ridimensionata e rielaborata dalla conquista normanna avviata da Ruggero d’Altavilla?
La conquista normanna, avviatasi nella seconda metà dell’XI secolo e consolidatasi nel XII, non cancellò affatto le tracce del passato islamico. Al contrario, i nuovi sovrani le assimilarono e le integrarono nel proprio sistema di governo, avvalendosi delle competenze amministrative, scientifiche e artistiche delle maestranze arabe.
A tal proposito, le testimonianze dell’epoca — come il celebre resoconto di viaggio dell’erudito andaluso Ibn Jubayr — mostrano con nitidezza l’importanza politica ed economica della città dello Stretto e rivelano quali elementi della tradizione islamica fossero ancora vivi e operanti sotto la corona normanna.

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Oggi, la presenza araba si rivela pienamente integrata nella vita quotidiana dell’isola. Essa sopravvive nella toponomastica, nell’onomastica, nella tradizione enogastronomica — con l’invenzione di celebri dolciumi legati all’uso della canna da zucchero e degli agrumi — e nell’architettura. Lo stile sincretico arabo-normanno trova espressione in monumenti iconici come il Palazzo dei Normanni a Palermo — sorto sulle fondamenta del precedente palazzo degli emiri (al-Qaṣr) — e in numerose testimonianze urbanistiche diffuse in tutta la Sicilia.
Straordinaria è la traccia lasciata nella lingua e nei nomi dei luoghi. Il toponimo Favara, ad esempio, deriva dall’arabo fawwāra (“sorgente d’acqua”) e Canicattì da Xandaq al-ṭīn (“fossato d’argilla”). I nomi d’abitato che iniziano con i prefissi Calata- o Calta- (come Caltagirone o Calatabiano), poi, traggono origine dal sostantivo qala’a (“rocca”, “castello”).
Parimenti emblematici sono i cognomi, particolarmente diffusi nel Messinese e nell’oriente siciliano: Vadalà (“servo di Dio”), Zappalà (“forza di Dio”), Fragalà (“gioia di Dio”), Cangemi (dall’arabo al-ḥajjām, “il barbiere”), Saccà (dall’arabo saqqā’, “l’acquaiolo”), Sciortino (da shurṭī, “la guardia”) e Morabito (da murābiṭ, “l’uomo pio”, il devoto).
Segni tangibili di una storia antica che continua a parlare la lingua del nostro presente.
Fortunato Nunnari
Bibliografia:
- Piccinni, Gabriella, I mille anni del Medioevo, Milano, Bruno Mondadori, 2007
- Amari, Michele, Storia dei Musulmani di Sicilia, 3 voll., Catania, Prampolino, 1933-1939
- Cammarosano, Paolo, Storia dell’Italia medievale. Dal VI all’XI secolo, Roma-Bari, Laterza, 2001