Che cosa significa, oggi, conoscere una persona? La domanda potrebbe sembrare banale. Conosciamo qualcuno quando ci viene presentato, quando iniziamo a parlarci o condividiamo del tempo insieme. Ma possiamo anche seguirlo sui social, osservarne le fotografie, leggere ciò che scrive e provare a ricostruire la sua personalità attraverso quello che decide di mostrare.
Tra sapere qualcosa di una persona e conoscerla davvero esiste una distanza tutt’altro che trascurabile. Possiamo conoscere i suoi gusti, le sue frequentazioni e i luoghi che ama visitare, senza sapere come affronti la solitudine, la paura o la fragilità. Il rischio è confondere la familiarità con la conoscenza, fino a convincerci di sapere già chi abbiamo davanti.
L’illusione di sapere chi abbiamo davanti
I social network hanno modificato il modo in cui ci avviciniamo agli altri. Prima ancora di incontrare qualcuno, possiamo averne osservato il profilo, le fotografie e gli interessi. Quando finalmente ci troviamo faccia a faccia, rischiamo di vivere l’incontro come una verifica delle aspettative che abbiamo già costruito.
Il sociologo Erving Goffman, in La vita quotidiana come rappresentazione, descrive la vita sociale attraverso la metafora del teatro. Nelle relazioni non ci limitiamo a essere noi stessi, ma cerchiamo anche di controllare l’impressione che produciamo sugli altri. Selezioniamo parole, gesti e comportamenti in base alla situazione.
Sui social questa dinamica si amplifica. La nostra vita diventa una narrazione composta da frammenti scelti, attraverso i quali costruiamo un’immagine pubblica di noi stessi. Non significa necessariamente mentire, ma selezionare ciò che vogliamo mostrare, lasciando fuori tutto il resto.
Il problema nasce quando dimentichiamo che ogni rappresentazione è parziale e cominciamo a considerarla sufficiente per comprendere una persona. Finisce così che non incontriamo qualcuno per scoprirlo, ma per verificare se corrisponda all’idea che ci siamo fatti di lui.
Quando anche conoscersi diventa una performance
Sarebbe facile attribuire ogni responsabilità ai social, immaginando un passato in cui le relazioni erano più autentiche. Ma il desiderio di piacere, la paura del giudizio e il bisogno di essere riconosciuti esistono da sempre. Ciò che è cambiato, forse, è la continuità con cui siamo chiamati a confrontarci con la nostra immagine.
Questa dinamica non rimane confinata agli schermi. Ci accompagna anche negli incontri dal vivo, quando cerchiamo di essere interessanti, brillanti, desiderabili. Ci domandiamo che cosa dire, quale impressione dare, quanto rivelare di noi stessi. E mentre cerchiamo di capire se l’altro ci piace, ci chiediamo continuamente se noi stiamo piacendo a lui.
Così anche la conoscenza rischia di trasformarsi in una performance. Non ci presentiamo soltanto per incontrare qualcuno, ma anche per essere scelti da qualcuno.
Il problema non è pretendere una spontaneità assoluta, probabilmente impossibile. È domandarsi quanto spazio rimanga per essere imperfetti quando sentiamo di dover sempre offrire la versione migliore di noi stessi.
L’incontro trasformato in una valutazione
Anche senza social, possiamo incontrare una persona e non riuscire davvero a conoscerla. Arriviamo agli incontri con aspettative, categorie e desideri. Valutiamo il modo in cui l’altro parla, si veste, si comporta; cerchiamo segnali che ci dicano se sia interessante, compatibile, abbastanza simile a noi.
Naturalmente, formulare impressioni è inevitabile. Il problema nasce quando il giudizio diventa una conclusione prematura e smettiamo di ascoltare perché crediamo di aver già capito abbastanza.
Ogni incontro rischia allora di assumere la forma di una selezione, quasi fosse un colloquio in cui entrambi devono dimostrare di avere qualcosa da offrire. Una conversazione incerta diventa una prova fallita, un silenzio un segnale negativo, una differenza un’incompatibilità da registrare.
Questo meccanismo può penalizzare chi ha bisogno di più tempo per mostrarsi, chi non è immediatamente brillante o non sa trasformare ogni conversazione in un’occasione per attirare l’attenzione. La capacità di colpire subito non coincide necessariamente con quella di costruire una relazione significativa.
Se pretendiamo che qualcuno ci conquisti immediatamente, rischiamo di privilegiare chi sa presentarsi meglio rispetto a chi avrebbe qualcosa di più profondo da condividere. Conoscere una persona richiede invece tempo, incertezza e disponibilità a cambiare idea.
La paura di mostrarsi per ciò che si è
Dietro questa necessità di apparire interessanti si nasconde forse la paura di non avere abbastanza da offrire. Siamo costantemente esposti alle vite degli altri, o meglio alle versioni selezionate delle loro vite, e il confronto può trasformarsi nell’obbligo di essere sempre stimolanti, desiderabili, capaci di lasciare il segno.
Ma nessuno è interessante in ogni momento. Ci sono giornate vuote, pensieri confusi, silenzi e conversazioni banali. È proprio dentro questa normalità, tuttavia, che può nascere una parte importante dell’intimità.
In L’essere e il nulla, Jean-Paul Sartre riflette sul modo in cui lo sguardo altrui modifica la percezione che abbiamo di noi stessi. Quando ci sentiamo osservati, diventiamo consapevoli di essere anche ciò che immaginiamo di apparire agli altri. Nelle relazioni questo può portarci a controllare continuamente le nostre parole e i nostri gesti, persino mentre vorremmo lasciarci andare.
Tratteniamo una confidenza per paura di sembrare fragili, nascondiamo l’entusiasmo per timore di apparire ingenui, evitiamo di mostrare il nostro coinvolgimento per non esporci al rifiuto. Ma esiste una differenza tra proteggere la propria intimità e impedire a chiunque di avvicinarsi davvero.
Conoscere qualcuno comporta una quota di vulnerabilità. Significa accettare che l’altro possa vedere qualcosa che non sappiamo controllare completamente. Non possiamo eliminare ogni rischio senza eliminare anche una parte delle possibilità di incontro.
L’altro non è la nostra idea dell’altro
In Io e Tu, Martin Buber riflette sulla differenza tra considerare l’altro come qualcosa da definire e incontrarlo come una presenza che non può essere esaurita dalle nostre categorie.
Spesso, invece, vediamo le persone attraverso il ruolo che potrebbero occupare nella nostra vita. Le interpretiamo come possibili amici, partner, colleghi o presenze interessanti, dimenticando che esistono anche al di fuori delle nostre aspettative.
Una persona non può essere conosciuta una volta per tutte. Ha una storia che non comprendiamo interamente, contraddizioni che non possiamo risolvere per lei e aspetti che emergeranno soltanto con il tempo.
Conoscere non significa arrivare a una definizione definitiva, ma mantenere aperta la possibilità di scoprire qualcosa che ancora non sappiamo.
Non serve rinunciare ai social o rimpiangere un passato idealizzato. Serve, piuttosto, recuperare un modo diverso di stare con gli altri, accettando che non tutti debbano conquistarci immediatamente e che non ogni differenza rappresenti un motivo per allontanarsi.
Forse dovremmo concederci il diritto di non sapere subito, di incontrare qualcuno senza avere già pronta una conclusione, di lasciarci sorprendere e di mostrare qualcosa di noi senza trasformare ogni gesto in una strategia.
Perché, se arriviamo a un incontro già convinti di sapere che cosa dovremmo trovare, rischiamo di non lasciare all’altro il tempo di diventare qualcosa di più della sua prima impressione.
Siamo ancora disposti a conoscere una persona per ciò che è, oppure preferiamo sapere in anticipo chi è, per evitare il rischio di scoprirlo?
Gaetano Aspa