L’evoluzione dell’educazione: un viaggio tra pedagogia e società

C’è un istante preciso, quasi impercettibile, in cui tutti noi siamo diventati chi siamo. Non è accaduto tra le pagine di un libro di testo, né durante un’interrogazione alla lavagna. È accaduto quando una mano si è posata sulla nostra spalla nel momento esatto in cui avevamo paura di sbagliare, o quando qualcuno ha ascoltato la nostra fragilità senza giudicarla, offrendoci semplicemente uno spazio in cui esistere.

L’educazione non è mai stata una questione di programmi da svolgere, di regole da impartire o di banchi da riempire. L’educazione è, prima di tutto, un atto d’amore e di coraggio. È l’arte antica e difficilissima di accompagnare un essere umano che ancora non sa bene chi è, verso la scoperta della propria libertà.

Se facciamo un passo indietro e ascoltiamo l’eco della storia, ci accorgiamo, tuttavia, che la pedagogia è stata raramente lasciata libera di essere questo atto d’amore. Per secoli è stata imbrigliata, piegata, sottomessa ai poteri di turno, che hanno tentato di sfruttarla come strumento di addomesticamento.

Fin dalla Grecia antica, quando i filosofi si chiesero per la prima volta come formare l’uomo, la grande intuizione della paideia — la fioritura dell’essere umano nella sua interezza — è stata subito imbrigliata dalle esigenze della polis. Ad Atene come a Sparta, la pedagogia è stata spesso ridotta a un dispositivo per forgiare il “buon cittadino” o il guerriero obbediente, confinando il pensiero critico entro i margini tollerati dalla città. Chi pensava davvero fuori dagli schemi, come Socrate, pagava con la vita.

Successivamente, il pensiero religioso dogmatico e le istituzioni ecclesiastiche hanno trasformato l’educazione in un esercizio di disciplina e contenimento del peccato. Per secoli, abbiamo trattato chi cresceva come il coltivatore tratta un bonsai: potando i rami che uscivano dallo schema, piegando il tronco, esigendo un’obbedienza cieca e silenziosa. Abbiamo punito i corpi, preteso che i bambini stessero fermi e muti in banchi rigidi come i banchi delle chiese, trasmettendo l’idea che educare significasse conformare, cancellare la natura originaria del fanciullo per piegarla a un dogma morale, sudditi perfetti per un sistema che decideva a priori cosa fosse il bene e cosa il male. Persino la bellissima idea della Bildung neoumanistica, la formazione armonica dell’uomo attraverso l’arte e la cultura, per secoli è rimasta un privilegio per pochi, un vestito su misura destinato solo a chi se lo poteva permettere.

Con l’avvento dello Stato moderno e delle grandi ideologie del Novecento, la pedagogia ha subito la sua sottomissione più violenta, diventando uno spietato ingranaggio di propaganda e controllo di massa.

C’è voluto il buio pesto del Novecento — con le sue guerre totalitarie, la follia dell’eugenetica, la devastazione dei campi di concentramento e l’angoscia della bomba atomica — per farci spalancare gli occhi. Nel Secondo Dopoguerra, tra le macerie di un’Europa ferita, la pedagogia ha vissuto un risveglio profondo, quasi un grido d’allarme: mai più. Abbiamo capito che, quando l’educazione diventa un mezzo per indottrinare, per creare soldati obbedienti o cittadini addomesticati, il risultato finale è la morte del pensiero e, con essa, la tragedia.

È nata così una pedagogia critica, una corrente di luce guidata da maestre e maestri straordinari, che hanno scelto di stare dalla parte degli ultimi. Pensiamo a Don Milani, che, nella sua scuola di Barbiana, insegnava ai ragazzi bocciati dalla scuola ufficiale che la parola è l’unica chiave per diventare liberi. O a Mario Lodi, che, dopo essersi formato sotto il regime fascista, ha avuto il coraggio di gettare alle ortiche i vecchi metodi autoritari per insegnare ai bambini delle elementari a pensare con la propria testa, a cooperare, a non aver paura del diverso.

Eppure, quel riscatto è durato poco. Con il declino delle ideologie del Novecento, la pedagogia non è diventata libera: è passata semplicemente sotto un nuovo padrone, ancora più pervasivo e silenzioso: il mercato.

Negli ultimi decenni, il capitalismo cognitivo e il modello neoliberista hanno colonizzato l’immaginario scolastico. L’educazione è stata progressivamente piegata alle logiche dell’efficienza, della competizione, dell’addestramento funzionale al sistema produttivo. Gli studenti non sono più stati visti come anime in fioritura, ma come “capitale umano” da addestrare, consumatori ansiosi da plasmare fin dall’infanzia, contenitori di competenze spendibili secondo i canoni della domanda e dell’offerta.

Ed è così che arriviamo a oggi.

Se ci guardiamo intorno, viene quasi un senso di smarrimento. Un nodo alla gola, che oscilla tra la tristezza e un sorriso amaro. In un mondo che corre all’impazzata, dove le intelligenze artificiali ridefiniscono il nostro modo di comunicare e i nostri ragazzi crescono immersi nel mare aperto dei social media, il discorso pubblico sulla scuola e sull’educazione sembra essersi incagliato in una secchezza disarmante.

Soggiogati dalla burocrazia e dalla paura, ci siamo rifugiati nelle metriche. Si parla con freddezza di “risultati misurabili”, di test standardizzati, di tetti del trenta per cento per gli studenti stranieri nelle classi. Vengono riesumati fantasmi che profumano di classi differenziate. Si fanno battaglie ideologiche sui simboli, sul velo, su cosa ci sia sopra la testa di un adolescente, anziché su cosa gli stia passando nel cuore.

Ridurre la bellezza complessa e viva dell’incontro umano a una questione di percentuali, di quote o di recinti, è l’illusione più grande di chi pensa che governare significhi controllare. Ma le persone non sono numeri da bilanciare in un registro. Sono storie, ferite, speranze che chiedono solo di essere viste.

Oggi, questa sfida è diventata immensamente più complessa. I ragazzi vivono immersi in un flusso continuo di immagini, di modelli irraggiungibili e di giudizi spietati, che arrivano dagli schermi che tengono in tasca.

L’adolescenza è sempre stata un’età di tempesta, un momento in cui ci si sente inadeguati e fragili. Ma oggi quella fragilità viene amplificata a dismisura da un mercato della presenza digitale che monetizza le loro insicurezze. La paura del giudizio degli altri non si spegne più quando si chiude la porta di casa. Resta accesa notte e giorno.

E noi cosa facciamo di fronte a questo disagio? Spesso facciamo l’errore di rifugiarci nelle diagnosi. Chiamiamo la psicologia per spiegare cosa c’è nella testa del bullo o della vittima. Chiediamo alla sociologia di darci i dati sulle devianze giovanili. O ci nascondiamo dietro etichette mediche per categorizzare ogni forma di irrequietezza.

Ma la psicologia e la sociologia, per quanto preziose, si limitano a fotografare ciò che è successo. Non risolvono il problema. Rischiano, anzi, di far sentire il bullo definitivamente “sbagliato” e la vittima definitivamente “impotente”.

L’educazione, invece, fa una cosa completamente diversa. Non si accontenta della fotografia. Scommette sul futuro. L’educazione dice a un ragazzo:

«So cosa hai fatto, so come ti senti oggi, ma so anche che tu sei molto di più del tuo errore o della tua sofferenza».

Ecco perché oggi abbiamo un disperato bisogno di ricucire lo strappo e ritrovare una filosofia dell’educazione che metta al centro la complessità. E, soprattutto, l’intelligenza emotiva.

Per secoli, la nostra cultura ha esaltato la logica, la razionalità pura, considerando le emozioni come una debolezza o un disturbo. Quante volte abbiamo sentito o detto frasi come «non piangere», «non fare il bambino», «non essere triste»? Abbiamo insegnato a soffocare il sentire.

E il risultato è che oggi ci ritroviamo analfabeti emotivi. Non sappiamo riconoscere la nostra tristezza, né sappiamo gestire la nostra rabbia. Di conseguenza, facciamo fatica a capire cosa prova chi ci sta di fronte.

Ma un ragazzo che non impara a dare un nome a ciò che sente dentro sarà sempre una preda facile per i condizionamenti esterni. Che si tratti del mercato che vuole trasformarlo in un consumatore ansioso o di un’ideologia che gli offre nemici facili contro cui scagliarsi.

Per far fronte a questo, dobbiamo riconsiderare che cos’è, davvero, questo legame magico e misterioso tra chi insegna e chi impara.

È una relazione strana, unica nel suo genere. È un rapporto asimmetrico, e non dobbiamo aver paura di questa parola. Significa che l’adulto non è un compagno di giochi, non è un amico da compiacere, ma è una sponda salda, un punto di riferimento fermo.

Quando gli adulti, per paura del conflitto o per bisogno di affetto, abdicano al loro ruolo di guida e cercano a tutti i costi di farsi volere bene dai ragazzi, accade qualcosa di pericoloso: il ragazzo si ritrova senza protezione. E per proteggere un genitore o un insegnante insicuro, l’adolescente finisce per tenersi tutto dentro, caricandosi di un peso che non gli spetta.

Educare non significa spianare la strada per evitare ogni caduta, né mettere divieti ovunque per paura del rischio. Significa insegnare a cadere, a rialzarsi, a capire dove sta il pericolo invece di limitarsi a urlare «no!».

In questo quadro, pensare di curare la scuola pubblica ponendo barriere, dividendo le classi in base alla provenienza o vietando un velo, significa non aver capito nulla di cosa sia un essere umano. Significa rifugiarsi nell’illusione che, eliminando la diversità, l’aula diventi più facile da gestire.

Ma la scuola o è il luogo dell’incontro e del confronto, oppure non è nulla. Se vogliamo insegnare la democrazia, dobbiamo usare metodi democratici. Se vogliamo educare alla libertà, dobbiamo esercitare un’autorità che non soffochi, ma che sappia farsi guida calorosa verso l’autonomia.

Nessun algoritmo, nessun decreto ministeriale e nessuna percentuale potrà mai sostituire la forza rivoluzionaria di uno sguardo adulto che sa dire a un ragazzo, senza riserve e con profonda umanità:

«Ti vedo. Ascolto chi sei veramente. E sono qui per aiutarti a diventare la versione migliore di te stesso.»