Scriptopia, il primo festival in Italia dedicato alla scrittura cinetelevisiva, organizzato dalla Messina Film Commission e patrocinato, tra gli altri, dal Comune di Messina, è ripartito ufficialmente il 23 settembre con la sua seconda edizione.
La prima masterclass si è tenuta presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Messina, con il coordinamento dei professori Alessandro Morelli e Simona Raffaele, docenti rispettivamente di Diritto costituzionale e Diritto penale.
Ospiti del primo incontro sono stati lo sceneggiatore Nunzio Gringeri, autore di Amore, il regista Gianluca Matarrese, autore de Il quieto vivere, e Davide Giorgio, compositore della colonna sonora del film di Matarrese.
La tavola rotonda, partendo dall’analisi delle due opere, si è incentrata sulla loro correlazione con il filo rosso di questa seconda edizione, ovvero lo straniero di prossimità. L’attualità del tema è divenuta ben presto terreno fertile per spunti di riflessione di ogni tipo, toccando cinematografia, filosofia, sociologia, diritto e tutte quelle discipline che il cinema, in generale, chiama inevitabilmente in causa.
Dopotutto, il cinema è e rimane, come ha argomentato in numerosi saggi il filosofo Edgar Morin, una delle più complesse forme d’arte.
Amore di Nunzio Gringeri: l’amore che unisce
Amore è un docufilm scritto da Nunzio Gringeri e diretto da Riccardo Cannella. La storia è ambientata a Enna, durante la Settimana Santa. Scopo primario della pellicola è restituire un’immagine autentica e non retorica dei riti pasquali siciliani e, in particolare, di quelli ennesi e delle loro caratteristiche processioni, guidate dalle varie confraternite di incappucciati.
Ciò avviene anche grazie all’ausilio di riprese esclusive, assenti da altri documentari sullo stesso tema, che mostrano momenti riservati ai soli confrati, come, ad esempio, la vestizione dell’Addolorata.
Un film, però, non è fatto soltanto di immagini.
Su questo sfondo si innesta, infatti, la storia del giovane Paolo, fidanzato con Clara. Il ragazzo fa in modo che, nella confraternita creata per gioco con i suoi amici, siano ammesse anche le ragazze. Alle donne, infatti, è proibito indossare l’abito degli incappucciati.
Amore nasce all’interno di un laboratorio scolastico. In origine doveva essere unicamente un lavoro sulle processioni tipiche della Settimana Santa a Enna. L’idea di portare le donne all’interno delle confraternite non nasce, però, dalla sceneggiatura: era, in origine, un gioco nato da uno dei bambini del laboratorio, Paolo, proprio il protagonista del documentario. È lui ad aver creato realmente questa confraternita informale, nella quale possono entrare anche le ragazze. Hanno la loro festa e portano in processione la loro Madonnina.
Il film vuole innanzitutto raccontare il dietro le quinte di questo evento religioso unico. Contemporaneamente, però, si interroga, proprio come Paolo, sull’esclusione delle donne dalla partecipazione attiva al rito, pur non essendo escluse dalla sua preparazione preliminare. Sono infatti proprio le donne a svolgere gran parte del lavoro che sta dietro alle varie confraternite e alle processioni a esse connesse.
Da qualche anno a questa parte, tuttavia, non mancano le eccezioni. Anche le donne possono, per esempio, vestire l’Addolorata. È inoltre recente l’introduzione di un coro quasi completamente femminile, che canta il Requiem prima dell’inizio della processione.
E infine, il silenzio.
È il segnale.
Può uscire la statua del Cristo. La processione può cominciare.
Amore, dunque, non rappresenta soltanto l’amore innocente tra due adolescenti. È il più genuino amore per l’Altro, per lo straniero che mi sta accanto, un amore abbastanza grande da poter modificare persino il rapporto con la tradizione e con il rito.
Se questi ultimi, infatti, continuano a non essere motivo di unione per una comunità, ma, al contrario, di divisione, la loro immobilità finirà per diventare il motivo stesso della loro fine.
Il quieto vivere di Gianluca Matarrese: una tragedia familiare
Di conclusioni totalmente opposte è Il quieto vivere, tragicommedia del regista Gianluca Matarrese.
«Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo»: l’incipit di Anna Karenina di Tolstoj non potrebbe essere più calzante per descrivere la faida familiare tra le due cognate protagoniste del film, Luisa e Imma, che vivono nello stesso condominio, in un borgo calabrese.
Con l’Altro, con lo straniero, non sembra esserci altra possibilità che il conflitto. «L’Altro è l’Inferno», la celebre conclusione del dramma sartriano A porte chiuse, diventa, in questa prospettiva, il motivo di fondo di una tradizione tragica che affonda le proprie origini nel dramma antico di Eschilo, Sofocle ed Euripide.
Il riferimento al dramma antico è una costante lungo tutta la pellicola, utilizzato per evidenziare l’atavismo e, al tempo stesso, l’universalità dei conflitti che nascono all’interno delle famiglie, nella stessa cellula primigenia della società.
A restituire questa dimensione concorrono numerosi accorgimenti che danno forma al senso del tragico: l’ambientazione, con le cognate che litigano presso le rovine di un teatro greco; il coro delle vecchie zie che, come nella tragedia antica, commenta le azioni dei personaggi ed esprime giudizi morali durante la messa in scena.
La colonna sonora di Davide Giorgio, che unisce il folk calabrese a strumenti musicali primordiali, come percussioni e voce.
Anche qui è onnipresente, ma accentuata ulteriormente dall’odio reciproco delle due donne, una tradizione che diventa strumento più di divisione che di unione. È attraverso la rigidità dei suoi valori che le due cognate si accusano l’un l’altra di essere, per esempio, troppo «moderne», essendo anche originarie di due paesi e, in qualche modo, di due mondi differenti: Luisa di Luzzi, Imma, l’estranea, di Acri, sulle montagne.
Si potrebbe pensare, dunque, che lo scopo del film sia quello di riportare fedelmente, attraverso la cinepresa, le tradizioni e le regole a sé stanti di quel microcosmo che è la provincia, in special modo quella calabrese.
Un film, però, non è fatto soltanto di immagini. È anche, e soprattutto, linguaggio. Un linguaggio che, come nella tragedia greca, racconta evocando l’immagine.
I valori e le regole della tradizione calabrese rappresentano, dunque, unicamente quell’humus, quel fertile substrato sul quale poggiano le reali peculiarità de Il quieto vivere.
La troupe è costituita, innanzitutto, dai membri della famiglia del regista, nel ruolo di sé stessi. Anni e anni di vacanze estive trascorse in gioventù in Calabria hanno portato Matarrese a voler riprendere con la cinepresa il fascino della regione attraverso la teatralità della propria famiglia e, in particolare, della cugina Luisa, esperta nel cimentarsi in lunghi monologhi, caratterizzati da formule e pause ben precise, quelle della tradizione, proprio come nella tragedia greca.
Dallo studio di questi monologhi, sviluppato nel corso degli anni, è nato un canovaccio a partire dal quale poteva avere luogo l’improvvisazione: il modo migliore per catturare sia quella teatralità, sia, di conseguenza, il fascino della provincia calabrese.
Attraverso il reale conflitto tra le due cognate, il film, da un lato, analizza ciò che precede l’irreparabile, ovvero la denuncia reciproca delle due donne, che finisce per coinvolgere anche il diritto penale.
Dall’altro, attraverso la funzione catartica propria del cinema, ereditata dalla tragedia stessa. Non soltanto esorcizza i conflitti familiari dello spettatore, ma sembra aver contribuito a inibire la violenza delle protagoniste, che nella realtà hanno smesso di denunciarsi a vicenda, allontanando così anche la possibilità di un atto irreversibile.
Amore e Il quieto vivere: realtà particolari protagoniste
È una regola quasi consolidata che, attraverso lo studio della cinematografia di un determinato periodo, sia possibile ricostruire il ritratto di un’epoca.
Non è questa la sede per una disamina sugli effetti della globalizzazione, in corso ormai da più di settant’anni, né per elencare le innumerevoli opere cinematografiche e non che ne hanno affrontato le conseguenze.
Ciò che fanno i due film è, invece, riportare alla luce, mostrare e, dunque, conservare nella memoria individuale e collettiva quelle realtà particolari che resistono al processo di livellamento culturale: quelle che Pasolini definiva, non a caso, «vari modi di essere uomini».
Giulio Mannino