Ketticè: lo spleen di una generazione senza miti

C’è un momento, nella vita di chi ha avuto sedici anni nel 2012, in cui il presente smette di scorrere in avanti e comincia a ripiegarsi su se stesso come una strada di campagna che, dopo un’apparente svolta, restituisce lo stesso paesaggio di sempre. Ketticè, secondo lungometraggio di Giovanni Tortorici (classe 1996, prodotto da Luca Guadagnino, con Monica Bellucci nei panni di una madre aristocratica), è esattamente questo: non un film sull’adolescenza, ma una passeggiata prolungata, stordita e profondamente personale nel viale dei ricordi. È una madeleine visiva, un Proust di provincia mediterranea in cui il sapore non è quello di una tortina inzuppata nel tè, ma di erba, di sale, di noia aristocratica e di una leggera, persistente nausea esistenziale.

Il vuoto generazionale

Tortorici, che nel 2012 aveva esattamente sedici anni come il suo protagonista Giulio, costruisce un affresco che rifiuta tanto la nostalgia zuccherosa quanto il moralismo pedagogico. Giulio (Salvatore Gallina) è un ragazzo di buona famiglia, chiuso in una villa piena di antiquariato e di silenzi genitoriali, che trascina i giorni tra una scuola privata che non gli interessa, status sociali inutili, i primi amori falliti via messaggio e una ricerca di libertà che passa quasi esclusivamente per la marijuana e per l’incontro con Ketty (Rachele Testagrossa), ragazza “dall’altra parte”, imprevedibile, senza filtri, capace di provocare risse e di vivere senza i condizionamenti della borghesia.

La loro amicizia — o qualunque cosa sia, perché il film rifiuta le etichette facili — diventa un rifugio, uno spazio sottratto allo sguardo giudicante degli adulti. Qui Tortorici tocca un nervo filosofico antico e sempre attuale, quello dell’anomie di Émile Durkheim riletta in chiave generazionale, o meglio ancora dell’assurdo camusiano. Questi ragazzi non si ribellano a un ordine oppressivo con ideologie o bandiere; semplicemente non riconoscono più alcun ordine. Vivono in un limbo etico e politico, eredi involontari di una Sicilia (e di un’Italia) che ha smesso di narrare grandi racconti. Non c’è più il mito, non c’è più la rivolta, non c’è più nemmeno la speranza di un domani diverso.

C’è solo il presente, allungato, dilatato, anestetizzato.

Il rovescio di Diciannove

In questo senso Ketticè è il rovescio del suo predecessore Diciannove. Se in quello il protagonista cercava un senso nella letteratura e in un ritorno quasi monastico agli studi umanistici, qui il senso è deliberatamente assente.

Giulio non legge, non pensa in grande, non coltiva ambizioni. Fuma, guida, chiacchiera, si annoia. È il ritratto di una stagnazione culturale che Tortorici stesso ha definito come il tratto distintivo della sua generazione “priva di ideali o coscienza sociale” rispetto a quelle precedenti. C’è qualcosa di nietzschiano in questa constatazione, ma senza la superbia del superuomo, piuttosto una versione mediterranea e stanca del nichilismo passivo. I ragazzi di Ketticè non proclamano che Dio è morto; semplicemente vivono come se non fosse mai esistito e come se al suo posto non ci fosse nient’altro che lo schermo di un iPhone 5 e il feed di Facebook.

La luce di Camilla Cattabriga

La fotografia di Camilla Cattabriga è, senza ombra di dubbio, il punto più alto e più puro del film. Cattura la luce di Palermo con una sensibilità quasi pittorica e al tempo stesso documentaristica. C’è qualcosa di Antonioni nella capacità di rendere gli spazi interni così carichi di assenza, e qualcosa di più contemporaneo — quasi un eco di Guadagnino filtrato attraverso uno sguardo più giovane e meno estetizzante — nella sensualità cromatica che non diventa mai decorativa. Le inquadrature dei volti adolescenti, a volte quasi troppo frontali, a volte rubati di sbieco, restituiscono quella particolare qualità di trasparenza e opacità insieme che solo i sedici anni posseggono. La sensazione di essere completamente esposti e al tempo stesso indecifrabili.

Tratti di regia

Proprio per questo il ricorso insistito e a tratti gratuitamente flamboyant al rallentatore in alcune scene risulta, al contrario, un gesto senza senso. Non un rallentamento poetico alla Tarkovskij, capace di dilatarsi fino a rivelare il sacro nel banale; non un artificio ironico o strutturale alla Godard; nemmeno un puro gioco stilistico consapevole di sé. È un rallentatore che sembra messo lì per abitudine, per enfatizzare momenti che non ne hanno bisogno, o forse per dare un tono “cinematografico” a sequenze che già possedevano, nella loro ordinaria velocità, tutta la carica di alienazione necessaria.

Queste dilatazioni risultano spesso irritanti, spezzando il ritmo naturale delle scene.

La noia adolescenziale ha già in sé una qualità temporale particolare: è lenta, ripetitiva, quasi liturgica. Il rallentatore, invece di intensificarla, la teatralizza, la rende artificiosa.

È come se, di fronte all’autenticità grezza di quegli adolescenti, il regista avesse sentito il bisogno di “fare cinema” in modo troppo esplicito, quasi a mascherare una certa scarsità di tensione narrativa che pure esiste.

Un peccato, perché quando il film lascia scorrere le cose al loro ritmo naturale — le conversazioni in macchina, le cene familiari acidissime dominate dalla voce tagliente della Bellucci, i giri a vuoto per la città, le risse tra le ragazze — raggiunge una verità quasi documentaristica e al tempo stesso profondamente letteraria.

Monica Bellucci e l’incomunicabilità

Monica Bellucci, in un ruolo di supporto ma memorabile, incarna proprio questa incomunicabilità. La sua Vittoria è una matriarca aristocratica stanca, ironica, capacissima di sguardi che feriscono e di urla che umiliano. Bellucci porta in scena una donna prigioniera di un ruolo sociale, che ha dimenticato la propria femminilità e che trova nell’aggressività verbale l’unico modo per esistere. Tra lei e il figlio si crea una “reciproca umiliazione”, come ha detto l’attrice stessa, un dialogo impossibile tra due generazioni che parlano lingue diverse.

Lo specchio temporale

Guardarlo, per chi aveva sedici anni nel 2012, è un’esperienza stranamente intima e un poco spiazzante. Non perché il film racconti “la nostra storia” in modo letterale, non lo fa, ma perché restituisce la temperatura emotiva di quegli anni. La sensazione di vivere in un presente eterno e leggero, dove Facebook era ancora un gioco e non un tribunale, dove i genitori parlavano un’altra lingua, dove la libertà si cercava in una canna e in una conversazione notturna, dove la musica era spudoratamente trash e nessuno cercava di far finta che fosse cool. È un film che non cerca di spiegare l’adolescenza; la abita. In questa abitazione, con tutti i suoi difetti formali, riesce a toccare qualcosa di vero.

Un tempo ritrovato

Alla fine, uscendo dalla sala resta, soprattutto, quel sapore di tempo ritrovato. Ketticè è un fil, che, per alcuni di noi, funziona come uno specchio temporale. Ci ricorda chi eravamo quando avevamo sedici anni, quanta di quella noia, di quella ricerca confusa, di quella luce siciliana, continuiamo a portare dentro. Come una passeggiata nel viale dei ricordi non è sempre lineare, a volte inutilmente rallentata ma capace, nei suoi momenti migliori, di farci sentire di nuovo a casa in un’epoca che credevamo perduta.

Un’epoca in cui, come scriveva Baudelaire a proposito dello spleen, il tempo stesso sembrava essersi fatto carne e abitare dentro di noi.

E Tortorici, con tutti i suoi difetti e tutte le sue intuizioni, è riuscito a fotografarlo.

 

Gaetano Aspa