Obsession: a che punto arriva un’ossessione?

Uscito questo maggio al cinema, Obsession, diretto, sceneggiato ed editato da Curry Barker, metà del duo comico that’s a bad idea, non ha impiegato molto tempo prima di diventare virale.

Con iconiche battute, scene agghiaccianti e l’indubbio talento della co-protagonista, Inde Navarrette (Nikki Freeman), la pellicola ha conquistato profondamente il pubblico, fruttando un incasso di circa 450 milioni, a fronte di un budget di appena 750.000 dollari.

Il successo al botteghino non ha reso, però, Obsession immune alle critiche. Seppur la pellicola si venda come un horror, infatti, le dinamiche raccontate – nonché la mancanza di una vera e propria suspense e delle palpitazioni di terrore proprie del genere – sembrano connotarlo più come un film psicologico.

C’è chi lo definisce un «insulto al pubblico degli horror» e chi, invece, una novità rinfrescante, ben distante dalla monotonia delle trame che, oggi, caratterizzano le sceneggiature che proliferano nella categoria.

Qualunque sia la verità, resta il fatto che, film dell’orrore o meno, il lungometraggio di Barker abbia dei grandi punti di forza e realizzi un’originale rappresentazione di temi sociali, più che mai attuali.

La trama

“Bear” Bailey è un ragazzo timido, segnato dalla solitudine e dalla perdita dei suoi affetti più cari. Da sempre innamorato di Nikki, sua amica da quando si è trasferito nella città e collega nel negozio di musica dove lavora, fatica enormemente nel confessarle i suoi sentimenti.

L’occasione perfetta per farlo gli si presenta una sera, quando, dopo un incontro con gli amici, la riaccompagna a casa con la scusa di regalarle un bastoncino della fortuna (One Wish Willow).

Ancora una volta, però, la paura lo paralizza e, incalzato dalla ragazza, si tira indietro e nega di provare qualcosa per lei.

Infelice, decide di usare il desiderio per sé e chiede che Nikki Freeman lo ami «più di chiunque altro al mondo».

Come in un miracolo, Bear ottiene immediatamente l’insperato. Ma bisogna stare attenti a ciò che si desidera.

Da quel momento in poi, infatti, Nikki, mossa da un amore ossessivo e distruttivo nei suoi confronti, compirà l’inimmaginabile pur di averlo tutto per sé.

Il vero “villain” (Allerta spoiler)

Non serve leggere tra le righe e carpire i sottotesti per comprendere che Bear sia un personaggio problematico.

Se all’inizio – complice la sua natura docile – lo spettatore è indotto a empatizzare con lui e a provare quasi tenerezza, l’evolversi degli avvenimenti stravolge totalmente la narrazione.

Bear è un insicuro cronico, un indeciso, un inetto. Fino all’ultimo, non soltanto rifiuta di prendersi le sue responsabilità, ma non appare nemmeno pentito. Afflitto da una codardia rovinosa e da una totale inconsapevolezza circa le sue azioni “malvagie”.

A conferma di ciò, il fatto che, trovata una soluzione per fermare l’altra Nikki (far esprimere un desiderio al suo amico Ian), chieda non di liberarla, ma di non averne mai espresso uno.

Non avendo imparato la lezione (una sorta di profezia su cui, però, era stato avvertito), si lascia aperta la possibilità di averne a disposizione un altro ancora.

Bear si configura così come un anti-eroe. Non una vittima degli eventi, ma la causa degli stessi.

Sa dall’inizio di non avere a che fare con la vera Nikki, ma, pur di averla accanto e di vivere con lei una perfetta storia d’amore, ignora i segnali.

A lui sta bene che Nikki ferisca i suoi amici e se stessa. Fintantoché rimanga sua.

Bear ha preso una scelta egoistica, senza tener conto della reale volontà della ragazza (che non ha mai palesato sentimenti romantici nei suoi riguardi, e, anzi, pare vederlo solo come un “fratellino”), per realizzare una sua fantasia. Una fantasia che cercherà di conservare anche nelle ultime battute.

Un chiaro esempio di oppressione femminile, di privazione della libertà, che opera allo scopo di nascondere – e, al contempo, preservare – la sua fragilità.

L’ossessione di cui tratta il film è, quindi, a nostro avviso, quella di Bear. Il vero “villain” della storia.

Obsession: sì o no?

Abusi – fisici e sessuali –, violenza, omicidi… Obsession può anche non essere un horror propriamente detto, ma riesce a restituire con efficacia uno spaccato di vita – costruito con tinte noir – che desta realmente terrore.

Il film funziona. La fotografia è interessante, la recitazione degli attori mantiene l’attenzione ed è ben eseguita, e la sceneggiatura manca di buchi di trama.

Obsession non si presenta come un capolavoro o come un futuro cult, ma offre ottimi spunti di riflessione e contenuti di cui, bene o male, far parlare.

Per noi è un sì.

Valeria Vella