Si svegliò con il sapore metallico della notte ancora in bocca. La stanza era la stessa di sempre. Le pareti grigie, un bicchiere d’acqua sul comodino con il fondo incrostato di calcare, la finestra che incorniciava un cielo di un azzurro spento, come se anche il colore avesse rinunciato a brillare. Tommaso si mise seduto sul bordo del letto e rimase lì, le mani sulle ginocchia, a fissare il pavimento. Non c’era motivo per alzarsi. Non c’era motivo per restare.
Fuori, la città rumoreggiava già. Macchine, voci lontane, il ronzio eterno di qualcosa che si muove senza scopo. Si vestì meccanicamente. Indossò la solita camicia bianca, pantaloni grigi, cravatta che pendeva come un impiccato. Ogni gesto era una ripetizione, un’eco di gesti precedenti, identici, infiniti. Mentre si annodava la cravatta davanti allo specchio, il suo volto gli parve estraneo. Chi era quell’uomo che lo guardava? Un impiegato di banca di trent’anni, scapolo, senza vizi vistosi né virtù memorabili. Un contorno della società.
Uscì di casa e scese le scale. Ogni gradino era una scelta che non aveva scelto. Poteva tornare indietro, infilarsi di nuovo sotto le coperte, morire lì, o continuare. Scelse di continuare perché non scegliere sarebbe stato comunque una scelta. La strada lo inghiottì. La gente passava accanto a lui con facce serie, dirette verso uffici, negozi, destini minuscoli. Nessuno sembrava accorgersi del vuoto che premeva sotto i loro passi.
Al bar ordinò il solito caffè nero, senza zucchero. Il barista gli sorrise come sempre, un sorriso automatico, fabbricato per tutti. Tommaso lo guardò negli occhi per un secondo di troppo. «Tutto bene?» chiese l’uomo. Tommaso annuì. Tutto bene. Che frase ridicola. Tutto era in ordine, disposto, catalogato. Eppure, dentro di lui, qualcosa si ribellava piano, come un animale ferito che non sa più perché lotta.
In ufficio si sedette alla scrivania. Numeri, fogli, clienti che entravano con le loro piccole tragedie finanziarie, mutui, prestiti, investimenti per un futuro che non sarebbe mai arrivato. Parlava con loro con voce calma, professionale. Dentro, però, rideva. Rideva di un riso amaro, silenzioso. Perché questi numeri? Perché questa pantomima? La vita era un teatro in cui gli attori avevano dimenticato il copione ma continuavano a recitare, per paura del silenzio che sarebbe seguito.
Durante la pausa pranzo uscì a camminare senza meta. Il parco era pieno di madri con i bambini, vecchi che davano da mangiare ai piccioni, coppie che si tenevano per mano come se quel gesto potesse ancorarli al mondo. Si sedette su una panchina. Una foglia cadde ai suoi piedi. La guardò a lungo. Era morta già prima di staccarsi dal ramo, ma aveva compiuto il suo piccolo viaggio fino a terra. Assurdo. Tutto era assurdo.
Pensò alla sua vita come a una stanza chiusa. Aveva scelto di entrarci? O semplicemente ci si era trovato dentro, un giorno, senza ricordare come. La libertà era questa, poter uscire in qualsiasi momento, ma non sapere dove andare dopo. La nausea saliva piano, come una marea. Nausea per le parole ripetute, per i gesti vuoti, per il corpo che invecchiava senza aver mai davvero vissuto.
Tornò in ufficio. Il pomeriggio si allungò come un elastico pronto a spezzarsi. Alle sei uscì. La luce del tramonto tingeva i palazzi di un arancione malaticcio. Si fermò sul ponte che sovrastava il fiume. L’acqua scorreva nera, indifferente. Poteva buttarsi. Sarebbe stato un atto definitivo, una scelta pura. Ma anche quello sarebbe stato inutile. La morte non risolveva nulla; semplicemente interrompeva il gioco.
Rimase lì, con le mani sul parapetto freddo. Il vento gli scompigliava i capelli. Per un attimo, tutto fu chiaro. Non c’era senso. Non c’era Dio, né destino, né grande disegno. Solo questo: il fiume, il ponte, l’uomo che guarda. E tuttavia, proprio in quell’assenza di senso, sentiva qualcosa di simile alla dignità. Poteva scegliere di andarsene. Poteva scegliere di restare. Entrambe le cose erano ugualmente prive di peso, eppure, in quell’uguaglianza, nasceva una strana libertà.
Tornò a casa camminando lentamente. Salì le scale. Aprì la porta. La stanza era la stessa. Si tolse la cravatta e la gettò sulla sedia. Si versò un bicchiere di vino rosso. Si affacciò alla finestra. La città brillava di luci. Domani avrebbe ripetuto tutto. Ma domani, forse, avrebbe guardato lo specchio un secondo più a lungo. O avrebbe preso una strada diversa per andare al lavoro.
Si sdraiò sul letto senza spogliarsi. Il soffitto era bianco, neutro. Chiuse gli occhi. Non cercava sonno. Cercava solo di stare lì, presente, nel pieno dell’assurdo. E in quel momento, stranamente, non si sentì solo. Era parte di tutto ciò che non aveva senso, e proprio per questo, per un istante, gli sembrò di appartenere.
Fuori, la notte continuava il suo giro eterno, indifferente.
Gaetano Aspa