Una storia vera di Mariano Lamberti trionfa alla Rassegna Cinematografica Internazionale di Messina

Una storia vera di Mariano Lamberti non è semplicemente un film sull’incontro tra due ragazzi in una Roma d’agosto. È un esercizio di sguardo sull’esistenza contemporanea, un tentativo di interrogare cosa significhi essere veri in un’epoca in cui ogni sentimento rischia di diventare rappresentazione, ogni intimità un contenuto da pubblicare e ogni ferita un tabù da nascondere dietro la performance della felicità digitale. Lungometraggio vincitore della Rassegna Cinematografica Internazionale di Messina, l’opera ha trovato in quella sede un riconoscimento che ne sottolinea la capacità di parlare oltre i confini del circuito indipendente italiano, confermando la forza di una scrittura che unisce urgenza generazionale e profondità filosofica.

Sinossi

Una Roma sudata. Un fine settimana di fuoco. Giulio e Alessio, ventenni, si incrociano. Sono diversi, quasi agli antipodi, eppure qualcosa li attrae con una forza che non riescono a controllare. Alessio è di passaggio: la capitale lo ospita solo per poche ore. Quella brevità non è un dettaglio narrativo, ma la condizione esistenziale stessa dell’incontro. Il tempo limitato diventa, quasi heideggerianamente, una forma di essere-per-la-fine: la consapevolezza della scadenza costringe i due a confrontarsi con ciò che di solito resta sepolto. Le antiche ferite, gli abbandoni, le cicatrici emotive che la società dei social media preferisce non mostrare emergono come il vero terreno su cui può (o non può) sbocciare qualcosa di autentico.

La regia e l’essenza

Lamberti, laureato in Filosofia a Napoli, non tradisce la propria formazione. Il film è attraversato da una domanda che richiama Sartre e Merleau-Ponty: fino a che punto il nostro essere è mediato dallo sguardo dell’altro e, oggi, dallo sguardo dello schermo? L’intero racconto è filtrato attraverso il linguaggio visivo delle nuove generazioni: dirette Instagram, storie, reel, formati verticali. Non si tratta di un vezzo formale o di un found-footage di maniera. È una scelta ontologica. Il cellulare non è solo uno strumento; è il modo in cui il soggetto contemporaneo abita il mondo. L’intimità che Giulio e Alessio cercano deve passare attraverso questa mediazione, o meglio, deve sopravviverle. La distanza tra vivere un sentimento e rappresentarlo diventa il vero dramma esistenziale. Si può essere nudi di fronte all’altro quando si è sempre, almeno un po’, in posa?

Qui il film tocca un nervo filosofico profondo. L’abbandono e la ferita non sono semplici backstory, sono la fatticità sartriana, ciò che non abbiamo scelto ma che ci costituisce. Spogliarsi a vicenda di queste ferite non significa cancellarle, ma riconoscerle come parte di sé e, al tempo stesso, non lasciarsi interamente determinare da esse. L’autenticità, in Una storia vera, non è un’essenza da recuperare, ma un gesto rischioso, accettare di essere visti senza filtro, senza la corazza della performance, senza la rassicurante narrazione di una vita “felice da esibire”. In questo senso il titolo è ironico e radicale allo stesso tempo. Cosa può mai essere “una storia vera” quando ogni storia è già, in qualche misura, raccontata, inquadrata, trasformata in contenuto?

La Roma di Lamberti non è da cartolina. È uno spazio esistenziale, corpo urbano che suda e opprime, monumento e quotidianità insieme. I luoghi non fanno da sfondo pittoresco,  sono il teatro in cui due esistenze finite tentano di incontrarsi oltre la maschera. La brevità del weekend agisce come un concentrato di kairos: il tempo propizio, ma anche il tempo che fugge. Ciò che nasce tra Giulio e Alessio non è un amore romanzesco destinato a durare, ma qualcosa di più inquietante e prezioso: una tenerezza inaspettata, un sentimento prepotente che si impone proprio perché non ha il tempo di diventare racconto consolatorio.

Il film interroga anche la possibilità dell’incontro con l’Altro in senso levinasiano. L’altro non è riducibile al mio progetto, alla mia ferita, al mio bisogno di conferma. Alessio e Giulio devono imparare a stare di fronte alla vulnerabilità reciproca senza appropriarsene. La tenerezza che emerge è fragile proprio perché non è funzionale. Non serve a “guarire”, non serve a “chiudere”, non serve a costruire un’identità di coppia presentabile. Serve, forse, solo a ricordare che l’esistenza è relazione prima ancora di essere progetto.

Formalmente, la scelta di girare con un iPhone 15 in due settimane non è solo economica. È coerente con l’etica del film, cioè aderire al respiro del mondo che racconta. La povertà dei mezzi diventa un gesto di sincerità. Non c’è la protezione della macchina da presa tradizionale; c’è la stessa precarietà dello sguardo che i protagonisti vivono. Questo rende l’opera, a tratti, spigolosa, imperfetta, e proprio per questo filosoficamente onesta. Non tutto è risolto. Non tutto è bello. Ma c’è un’insistenza sulla possibilità, ancora, di un’intimità non interamente colonizzata dalla rappresentazione.

La vittoria alla Rassegna Cinematografica Internazionale di Messina

Il riconoscimento ottenuto come lungometraggio vincitore della rassegna cinematografica internazionale di Messina non è un semplice trofeo di percorso. È la conferma che un film così intimamente legato alla precarietà del presente — alla mediazione digitale, alle ferite non esibibili, alla tenerezza che nasce dal rischio — riesce a parlare a un pubblico più ampio, oltre i confini del cinema queer o indipendente. Messina, città di attraversamenti e di sguardi sullo Stretto, sembra quasi un luogo simbolico per un’opera che parla di soglie, di passaggi, di incontri destinati a non durare eppure capaci di lasciare un segno.

In Conclusione

Una storia vera non offre delle risposte. Non consolida. Non celebra l’amore come salvezza. Mostra piuttosto il rischio di spogliarsi, il peso delle ferite che portiamo e la strana precaria libertà che nasce quando due esistenze finite decidono, per un weekend di fuoco, di non nascondersi più. In un tempo in cui l’autenticità è diventata un brand e la vulnerabilità un contenuto, Lamberti osa ancora chiedere: cosa resta di noi quando spegniamo lo schermo e restiamo, semplicemente, di fronte all’altro?

È un film piccolo, caldo, inquieto. E, proprio per questo, esistenzialmente necessario.

Gaetano Aspa

immagine in evidenza: https://www.imdb.com/it/title/tt33336444/