Roberto Rossellini, più di una vita (2025) non è soltanto un documentario, ma piuttosto un esercizio di sguardo che interroga la possibilità stessa di abitare più esistenze dentro una sola biografia. Costruito interamente con materiali d’archivio (molti inediti) e con voci che restituiscono lettere, diari e testimonianze — Sergio Castellitto che dà corpo a Rossellini, Kasia Smutniak a Ingrid Bergman, Isabella Rossellini a se stessa, e ancora Tinto Brass, Silvia D’Amico, Vinicio Marchioni — il film di Ilaria De Laurentiis, Raffaele Brunetti e Andrea Paolo Massara sceglie deliberatamente il punto di frattura: il 1956.
Rossellini ha cinquant’anni. I film con Bergman non hanno avuto il successo sperato, il matrimonio si sgretola, i debiti premono, la stampa è implacabile. Redige un testamento. Poi accetta l’invito di Nehru e parte per l’India con una valigia di spaghetti e un’inquietudine che non è più soltanto artistica. Da lì in poi il documentario non racconta una seconda carriera: racconta una seconda, terza, forse quarta vita. Il titolo non è retorico. È ontologico.
L’uomo che rifiuta di essere monumento
«Io non sono un cineasta, anche se me la cavo discretamente. Il cinema non è il mio mestiere. Il mio è un mestiere che bisogna apprendere giorno per giorno, e che non si finisce mai di imparare. È il mestiere di uomo». Questa dichiarazione, che il film restituisce con la voce di Castellitto, è il nucleo filosofico dell’operazione. Rossellini rifiuta l’etichetta di “maestro del neorealismo” con la stessa energia con cui, anni prima, aveva inventato quel linguaggio. Non vuole essere sepolto vivo sotto il proprio mito. Come scriveva Montaigne negli Essais, «je ne peins pas l’être, je peins le passage» — non dipingo l’essere, dipingo il passaggio. Rossellini è tutto passaggio.
Il documentario lo mostra mentre cerca, mentre sbaglia, mentre si contraddice. L’India non è un’esotica fuga, ma un laboratorio di sguardo: migliaia di chilometri percorsi, migliaia di fotografie, un tentativo di capire un Paese che tiene insieme tradizione e modernità senza risolverne la tensione. Poi la relazione con Sonali Dasgupta, lo scandalo, la separazione da Bergman, i figli, il ritorno in Europa, la conversione alla televisione come mezzo educativo e democratico. Blaise Pascal, Socrate, Agostino d’Ippona, Il Messia, gli Atti degli Apostoli: non sono “film per la tv”, sono tentativi di fare filosofia con le immagini, di restituire il pensiero in forma di racconto.
Qui emerge una delle intuizioni più radicali di Rossellini, dove il cinema non è (o non deve essere) spettacolo, ma strumento di conoscenza. «Io so come si fa un film di successo, è che non li voglio fare. Voglio fare film di ricerca». La frase, che il film colloca all’inizio di questa seconda esistenza, ha un sapore quasi socratico. La ricerca non ha fine. L’identità non si fissa. L’artista che si irrigidisce in una formula è già morto.
Più di una vita, o l’impossibilità dell’unità
C’è qualcosa di profondamente nietzscheano in questa esistenza. Non nel senso del superuomo, ma in quello del divenire: «diventa ciò che sei» non significa scoprire un’essenza nascosta, ma accettare di essere molteplici, di attraversare crisi e rinascite senza pretendere di chiudere il cerchio. Rossellini sembra incarnare quella che Eraclito chiamava panta rhei: tutto scorre, e chi pretende di fermare il flusso si illude.
Il documentario non nasconde le contraddizioni. Rossellini è geniale e disordinato, visionario e caotico, capace di amore assoluto e di ferite profonde.
Il film rifiuta la nostalgia. Non piange il Rossellini di Roma città aperta o di Paisà. Li presuppone e li supera. Mostra che quegli anni di fuoco erano già una forma di ricerca, e che la ricerca non si è mai interrotta. Quando, negli anni Settanta, molti consideravano la televisione la nemica del cinema d’autore, Rossellini la sceglie proprio perché la sente più vicina a un progetto educativo, democratico, quasi illuminista. Non è un tradimento, è fedeltà a se stesso.
In conclusione
Roberto Rossellini, più di una vita non pretende di “spiegare” Rossellini. Sa che ogni spiegazione sarebbe una riduzione. Costruisce invece un doppio binario: le immagini d’archivio che restituiscono la presenza pubblica, e le voci intime che rivelano l’uomo che non voleva essere monumento. Il risultato è spettrale e luminoso allo stesso tempo. Uno spettro che continua a interrogare, una luce che non si lascia catturare.
In un’epoca che ama le biografie lineari, i successi misurabili, le etichette rassicuranti, questo documentario ha il coraggio di mostrare una vita che non si lascia riassumere. Rossellini non è “il padre del neorealismo”. È un uomo che ha vissuto più di una vita, e che ha insegnato — forse senza volerlo — che il mestiere più difficile e più necessario è proprio quello di uomo: un mestiere che non si finisce mai di imparare.
Come scriveva Borges a proposito del labirinto: «Non c’è un solo labirinto. Ci sono labirinti». Rossellini ne ha attraversati molti. E il film, con discrezione e intelligenza, ci permette di seguirlo per un tratto, senza mai pretendere di uscirne.
Gaetano Aspa