In concorso alla Rassegna Cinematografica Internazionale di Messina, Cuerpo Celeste: lungometraggio di Nayra Ilic Garcìa (2025). Proiettato durante la serata di apertura della manifestazione, in un vero e proprio cinema all’aperto allestito nello spiazzo dell’Agorà dello Stretto, dà il via al concorso.
Sinossi
Cile, 1990. La dittatura di Pinochet è alle ultime battute, mentre la quindicenne Celeste trascorre l’estate con la famiglia in una spiaggia isolata nel deserto di Atacama. La morte del padre manda in crisi l’equilibrio della vita familiare, mentre la madre si abbandona a una spirale di dolore. Mesi dopo, per vedere un’eclissi solare, Celeste torna ad Atacama, ma nulla è come prima.
Il film è una metafora collettiva: il trauma personale specchia quello di una nazione che cerca la propria identità dopo una dittatura.
Cuerpo Celeste
Celeste è un personaggio criptico, rinchiuso nei pensieri che non rivela, che si serve di sguardi taglienti e poche parole a testimonianza dell’evoluzione della propria interiorità. L’estate si consuma tra spiagge remote e grandi canyon di pietra: i personaggi di Garcìa sembrano muoversi all’interno di un universo isolato, strettamente familiare e minimalista. Pochi elementi, quelli importanti, e pochi personaggi. L’equilibrio si spezza quando Celeste si scontra con la perdita improvvisa del padre Alonso, che scuote con un’onda d’incertezza la bolla di stabilità e protezione in cui era cresciuta.
Alonso va via veloce ed in silenzio e, nel giro di poche scene, ci troviamo a fare i conti con una protagonista profondamente segnata, appesantita dall’assenza e dai silenzi di una madre in difficoltà.
I più attenti avranno notato la differenza cromatica che caratterizza Celeste: un giallo acceso dei costumi si trasforma nel grigio, nel blu di magliette larghe e felpe, e nel cuoio della giacca del padre, che usa come segno confortante del suo passaggio. La fotografia di Sergio Armstrong, con i suoi toni caldi e terrosi e le atmosfere mediterranee, dà l’impressione di una realtà sospesa nel tempo. Eppure, la vicenda di Celeste è calata in un contesto storico ben preciso.
1990, le ultime battute della dittatura di Pinochet, di cui abbiamo notizia attraverso un insieme organico di annunci radio e televisivi. Dimostra il peso che la repressione politica ha sulla crescita dei giovani.
Una delle scelte più particolari di Garcìa è l’assenza totale di una colonna sonora che non sia diegetica: radio, tv, feste prestano il loro suono come sottofondo all’estate che passa. Il ritmo è lento, le transizioni tra le scene secche. Il film poggia sui momenti lenti e vuoti di angoscia e di noia adolescenziale, mentre Helen Mrugalski sostiene con grazia il nucleo emotivo del film.
Carla Fiorentino