Non te la bere, Dorothy!

Palpiti appena
Cuore.
Fai
appena come un clang clang
di latta, e ora solo
l’inerzia di una campana stanca riverbera
per questa corazza
di stagno, inveterata, troppo
usata,
troppo affezionata per
mera assuefazione.
Sarà forse proprio come
di un cigno moribondo, anche
se di metallo, l’ultimo
canto tra queste acque
di stagno? E se sì,
quando? Quando
finirà questo pianto,
questo cling cling di
graffette cristalline?

Per quanto ero assetato
ho preso la ruggine alla fine.

Forse il Cervello lo sa!
Forse è questo che fa, rintanato
al calduccio, nello scuro
cantuccio
della sua mangiatoia:
rumina e rimugina, se sia in fondo
di ciò più crusca il contenuto
oppure il contenitore!
E a che punto è arrivata cotanta riflessione, cotanto
discernimento?
La risposta è semplice: a poco,
se non a niente.

E niente rispondi pure tu, troppo
martoriato come sei dai
tornado Kansas, tanto che solo
un soffio a malapena è sufficiente ora a
smontare simili strutture e sovrastrutture,
strati su strati delle tue studiate balle di paglia.

Ma la coda , quella
è connaturale, e neanche
una criniera ben
salda basta a
imbacuccare.

In sogno oppure
lungo Damasco io
aspetto la Città di Smeraldo.
Al cospetto del Mago
chiederò mendico una
rosa soltanto,
e questa sarà la
Rosa dei Venti.
E gli aquiloni saranno così solo
frecce colorate
per sapere sempre
(quando ho voglia, quando ho bisogno)
dov’è la strada di mattoni gialli.

E ubriacarmi così a forza
di una nuova grande menzogna.

 

Giulio Mannino