IL GRANDE URANISKIJ ASPETTA PROPRIO TE.
PER QUANTO VORRAI SFUGGIRGLI?
Stuzzicante, quasi saccente, per quanto stuzzicanti e saccenti potessero essere le qualità più icastiche per questa scritta, essa, incorporea, quasi inesistente, campeggiava su un volantino affogato di mala voglia la sera prima in colla scadente, affisso per la gente e la lor gentil visione, passanti distratti o assidui frequentatori, sulla bacheca comunale della parete est dell’isolato dov’era sito il mio ufficio, nel barrio burocratico di San Pietroburgo.
L’ultimo arrivato di tutta una sequenza completa, tutto fuorché totalmente ordinata, che risultava, infine, in un crocifisso sbilenco e obbrobrioso; in una parabolica ricevitrice di chissà che forze ctonie e demoniache; in una risma integrale aggettante dalla bacheca, in una somma immonda di tutte le quantità indivisibili e infinitesimali di fracida cellulosa, in, tutto sommato, distillata e disgustosa Matematica del Caos.
Giunsi casualmente in ufficio quel giorno più in anticipo del solito e, per non privare di una qualche ricompensa la mia autostima per cotanta solerzia, mi misi a fumare a grandi boccate una sigaretta vicino al grande portone d’ingresso in legno di quercia, ritrovandomi altrettanto casualmente anche accanto alla suddetta bacheca e a quell’orrido suo artiglio di carta straccia, beato a farsela accalappiando malcapitati lungo le mattonelle del marciapiede della suddetta parete est del suddetto isolato, nel barrio burocratico di San Pietroburgo.
Aveva la capacità ogni volta di captare la mia curiosità, ma, solo in quei minuti di attesa, essa afferrava veramente per la prima volta i miei sensi tutti e tutta la mia attenzione; la sua vista sola aveva l’incredibile potere di rammentar immediatamente al mio cervello di cataste e cataste di scartoffie sulla scrivania, che lo avrebbero trattenuto ad interim a sé come le melodie delle sirene, almeno fino a cena, quando la stanchezza era tanta da impedirgli di sorprendersi alle più caustiche stranezze intorno a sé, le icastiche stranezze di San Pietroburgo.
Sembrava una qualche installazione avanguardistica di una qualche artistica e strana pianta di carta, messa là a sfidare le leggi della fisica, della biologia, della logica stessa, le cui radici, i rami, gli innumerevoli anelli del tronco erano nientepopodimeno che altrettanti volantini affogati di mala voglia in linfa collosa, scadente, lumacosa.
Solo la luce dei rai del pianeta, la luce adamantina della mattina di un’estate timida e fresca, rosea come il pudore infantile di un bacio sulle gote, come solo le estati russe sanno essere, ne fendeva priva di difficoltà l’infoltirsi dei rami e della fronda, e ne metteva in chiara luce i tentativi vani e disperati di potatura, di sradicamento, quasi di vandalismo, attuati a livello degli strati via via più bassi, quelli alla fine della loro funzione.
Vi era la necessità esistenziale, biologica, quasi fisiologica che il vecchio affondasse, e il nuovo prendesse finalmente il largo per misconosciute acque. Questa sorta di giardinaggio, più efficace poi se giornaliero, avrebbe certamente garantito maggiore agio non solo alle orbite oculari e cerebrali del pubblico, ma, in generale, anche ai vari attori del settore pubblicitario tutto. Imputavo il fallimento di ciò opera probabile della colla adoperata per i volantini, forse tutt’altro che di qualità scadente e di presa lumacosa o, in larga parte, era responsabile anche stavolta un’altrettanta umana, lassa svogliatezza.
Che forse, anche in ciò che definivo io svogliatezza, si annidasse, nel fondo dell’anima, qualche spettro di necessità? Persino lo Tsar di tutte le Russie Pietro Il Grande in persona non avrebbe mai potuto sperare così tanto che il nome stesso della sua Alessandria riecheggiasse per il mondo come un sasso gettato in uno stagno, le cui onde lambivano a ovest le rive della civilissima Europa, fino alle terre del Turco e al Caucaso a sud, ad est le steppe dell’Asia Centrale, la Persia e l’India, e poi la Mongolia, le vaste e fredde regioni della Siberia, fin anche all’Estremo Oriente, al Celeste Impero e a quello del Sol Levante.
Ma ciò che neanche la mente illuminata di Pietro Il Grande avrebbe mai potuto immaginare era l’eco di ritorno di bagatti pseudofrancesi, acrobati mongoli e tartari, domatori gitani, fachiri indiani, menestrelli e ciarlatani vari che da ogni dove si riversava a frotte nella sua capitale. Essa si presentava, per chi la viveva come per chi la vedeva per la prima volta, come un giardino che sboccia e risplende nuovamente con l’arrivo della primavera: sai che i suoi profumi e i suoi colori attireranno presto o tardi i pungiglioni di api e di calabroni, e non sai se la loro presenza dia più beneficio al rinnovarsi del giardino, o disagio per le punture a chi voglia coglierne semplicemente un fiore.
San Pietroburgo era, ed è, dopotutto, una città magica, e magica presuppone dinamica, vagabonda, chimicamente instabile, condannata in un ciclo perenne di morte e rinascita. Casa di mille e una contraddizione. Non era così difficile trovare a pochi passi l’uno dall’altro il santo e lo scienziato, il padre di famiglia, l’impiegatuccio ed il santone. Ecce le caustiche stranezze di San Pietroburgo. Dovesse cambiare nome, probabilmente perderebbe gran parte del proprio fascino. Solo, quindi, chi ne condivideva la stessa natura nomade ed errante poteva dirsi felice di averne carpito il segreto, e di trovare, allo stesso tempo, tra i suoi vicoli e le sue strade, le braccia affettuose di una mamma paziente.
Tutto scorre, tutto gira, tutto cambia. Dovevi capire tu se eri su una giostra o su un samsara. Ma ai saltimbanchi questo non importava: su qualunque cosa fossero, essi riuscivano ad assecondarne i movimenti alla perfezione e senza sforzo. Pareva si trovassero nello stato a loro più naturale. Perciò questi girovaghi tornavano in massa nella casa della Madre Russia, ne sentivano nel profondo il richiamo nostalgico ed ancestrale.
Da qui la necessità di tutti gli attori del settore pubblicitario di tenere al passo di questa costellazione di spettacoli ambulanti una città sempre più grande, sempre più grande, una città talmente ambiziosa da avere in seno ogni ambizione. Le macchine tipografiche, le roboanti macchine tipografiche di San Pietroburgo, erano a pieno regime. L’obiettivo era chiaro: captare tutti, ovunque, con tutto, a tutti i costi, in una gran tenzone e matta di capriole contro il padre Crono stesso.
La pubblicità aveva trovato un modo per fare rubli facili. E questa non era una novità. Devo dire però che, proprio in quell’istante, il mio disgusto per il settore toccò vette difficilmente immaginabili, persino per me, e prendeva corpo e si faceva strada nel mio cervello non so che rabbia, sempre più di fuoco, quasi incendiaria; e non so se per il fatto di vedere l’istituzione circense parodiata dalla riproduzione in serie, o la mia multiforme città avvinghiata a queste colonne di carta molliccia, con i “consumatori” che ne dilaniavano le interiora, oppure entrambe le cose.
Sta di fatto che, neanche rendendomene conto, avevo ripreso la scatola dei fiammiferi in mano e, acceso un altro fiammifero, invece di servirmene per concedermi un’altra sigaretta, lo avevo gettato con tutto il mio disprezzo su quell’obelisco di carta straccia. Fu il calore delle fiamme alte a stretta vicinanza con la mia faccia a farmi rinsavire. L’unico ricordo che ho è il sigillo del Grande Uraniskij che si spezzava e liberava la sua anima da quel contratto mefistofelico. Non ritenetti di proseguire la visione, per quanto soddisfacente. Varcai il portone d’ingresso come se niente fosse, salii le scale tranquillamente, dirigendomi verso il mio ufficio con il fare dell’uomo innocente. Ero consapevole che, al rogo qualche piano più giù, non vi era né un martire, né quantomeno un eretico. Era solo carta, dopotutto. Catene di carta.
Giulio Mannino
*immagine in evidenza: illustrazione di Silvia Bruno