Il ricordo dei Romanov
A più di un secolo dalla Rivoluzione Russa (1917), la storia ricorda ancora con struggente fascinazione e curiosità il crollo della dinastia dei Romanov.
Specie la scomparsa della quartogenita, Anastasija, la cui memoria è stata ampiamente influenzata dalla figura di Anna Anderson, una donna che, sostenendo di essere la granduchessa sopravvissuta all’eccidio dell’intera famiglia imperiale, ha inconsapevolmente trasformato una tragedia politica in una favola di riscatto.
Tale “giallo” ha ispirato una vasta produzione cinematografica e letteraria: dalla pellicola del 1956, Anastasia, che valse a Ingrid Bergman il suo secondo Premio Oscar, al contemporaneo retelling in chiave futuristica dell’autore statunitense Jay Kristoff, Lifelike, edito in Italia da Mondadori, nel 2022.
Particolarmente influente nella cultura di massa è, indubbiamente, il classico d’animazione della 20thCentury Fox, Anastasia (1997) che, in pieno stile hollywoodiano, nel donare ai bambini un lieto fine, ha occultato con musica e magia una brutale parentesi storica che ha profondamente segnato il divenire del Novecento e della Russia Moderna.

Fonte: https://www.themoviedb.org/movie/9444-anastasia
Differente è stata la scelta narrativa adottata da altre pellicole — come Nicola e Alessandra del 1971 — che, scegliendo la via del realismo storico, hanno mostrato il dilemma etico celato attorno alla famiglia Romanov.
Nicola II, un uomo mite e intimamente devoto alla famiglia, era, di fatto, un sovrano incompetente e inadatto a governare un impero in crisi. La sua cieca e dogmatica devozione verso la dinastia ha portato il Paese — il terzo impero più grande al mondo — e i suoi stessi figli alla rovina.
La famiglia imperiale
Nicola II, l’ultimo Zar di Russia, ha governato dal 1896 al 1917, al fianco della Zarina Aleksandra Fëdorovna, nipote della Regina Victoria di Inghilterra. Dalla fausta unione tra i due sono nati cinque figli: Ol’ga, Tat’jana, Marija, Anastasija e, per ultimo, il tanto bramato erede maschio, Aleksej, venuto al mondo con una grave forma di emofilia.
Un nucleo domestico che rappresentava non solo il potere autocratico e dittatoriale, ma anche un prezioso legame familiare, sorretto da affetto e amore sincero.

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Le sorelle Romanov sono nate a distanza di due anni l’una dall’altra, divenendo, nel tempo, fanciulle affascinanti, indipendenti e riflessive. La loro è stata un’infanzia semplice, seppur vissuta tra agi e lusso: al mattino si rifacevano il letto, si lavavano con acqua fredda e si prendevano cura dell’adorato fratello minore.
Le quattro si identificavano con l’acronimo OTMA, formato dalle iniziali dei loro nomi. Nonostante fossero tutte estremamente affiatate e unite, per via della differenza di età, si dividevano in due “coppie”: la “Grande Coppia”, composta da Ol’ga e Tat’jana che, oltre a essere sorelle, erano migliori amiche, e la “Piccola Coppia”, formata da Marija e Anastasija.
Le due inseparabili sorelle più piccole indossavano abiti identici, dormivano nella stessa stanza e hanno affrontato fianco a fianco gli anni più duri della guerra e della prigionia.
Quando la Rivoluzione Russa ha travolto la famiglia Romanov, Marija e Anastasija avevano rispettivamente diciassette e quindici anni.
Marija Nikolaevna Romanova
Nata nel giugno del 1899 a Peterhof (Russia), Marija Nikolaevna Romanova, considerata da molti la più bella tra le quattro sorelle, era affettuosamente soprannominata “Mashka”.
Conosciuta sin da bambina per i suoi luminosi occhi azzurri (i cosiddetti “piattini di Marija”) e il viso grazioso — paragonato a quello degli angeli di Botticelli —, la terza delle Romanov era una giovane dal temperamento mite e amabile.
A detta della governante irlandese, Margaretta Eager, era nata buona e con la «minima traccia di peccato originale».
Seppur fosse spesso messa in ombra dal brio ribelle di Anastasija, quando la sorella minore combinava qualche marachella, come tirare i capelli o far inciampare domestici o altri membri della casa, Marija era sempre pronta a intervenire, scusandosi per conto della piccola.
Marija, a differenza della sorella, era ligia alle regole. Una volta è stata sorpresa a rubare un waffle, ma il padre si è rifiutato di punirla, sollevato di riscoprire in lei tale lato umano: aveva sempre «avuto paura che le crescessero le ali».
Nella più tenera età, il riguardo posto nei confronti della terzogenita permeava di gelosia le altre granduchesse di casa, che, sfruttando la fanciullesca corporatura paffuta di Marija e la sua ingenuità, la chiamavano “fat little bow-wow“ e la escludevano dai giochi.

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Da adolescente, Marija amava flirtare con giovani marinai a bordo dello yacht imperiale e fantasticare sul proprio futuro. Spesso parlava con grande entusiasmo del sogno romantico di costruire una famiglia propria, con un marito — preferibilmente un soldato! — e tantissimi figli.
Non le importavano i titoli imperiali, era genuinamente interessata alle vite degli altri, che questi fossero servitori, soldati o persino i suoi carcerieri.
Descritta come una giovane generosa, forte, allegra e di buon cuore, si diceva che celasse dentro di sé la forza di «una vera donna russa».
Anastasija Nikolaevna Romanova
La terza Granduchessa è nata a Peterhof in un clima di malcontento generale.
I Romanov, dopo tre figlie, desideravano ardentemente un erede maschio in grado di garantire la continuità dinastica, ma, nel giugno del 1901, venne al mondo Anastasija Nikolaevna Romanova.
Fin dall’infanzia, la piccola ha mostrato una personalità diametralmente opposta a quella delle sorelle: era imprevedibile, esuberante, ironica e spiccatamente intelligente. Un «vero genio della malizia».
Ricordata per il suo temperamento un po’ feroce e aggressivo, le testimonianze dell’epoca la ricordano come una fanciulla vivace, astuta e indisciplinata, che riusciva a farla franca, sottraendosi alle punizioni con astuzia e ingegno. Ma si diceva anche che, quando veniva punita, affrontava la pena con il rigore di un soldato.
Considerata la “buffona” di casa, Anastasija era sensibile e affettuosa e amava profondamente gli scherzi, il teatro e la fotografia.
Colorava a mano le immagini di famiglia, che custodiva gelosamente nei suoi album, e possedeva una Kodak Brownie, con la quale, all’età di tredici anni, ha eseguito con mani tremanti un autoscatto di fronte ad uno specchio. Ad oggi, è definito uno dei precursori più celebri del selfie moderno.

Fonte: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Grand_Duchess_Anastasia_Nikolaevna_self_photographic_portrait.jpg
Anastasija era una forza della natura: eccentrica e distratta, eppure dotata di una sorprendente abilità nell’intrattenere e divertire chi le stava intorno. Seppur capricciosa, grazie alla sua spiccata curiosità risultava vivamente affascinante.
Era una studentessa senza speranze, ma la sua mente era sempre attiva, intuitiva, affamata e colma di domande.
La governante, Margaretta Eagar, la descriveva come la bambina più carismatica che avesse mai incontrato.
Non era mite o raffinata come le sorelle, ma la più piccola delle granduchesse, nei costanti e affettuosi tentativi di donare un sorriso a tutti, potrebbe aver dimostrato ai propri cari come “avere buon cuore” abbia, in realtà, infinite declinazioni.
Gli anni di guerra e prigionia
Dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale (1914), ancora troppo giovani per lavorare come infermiere al fianco della madre e delle sorelle, le due della “Piccola coppia” facevano visita ai soldati feriti, intrattenendoli con giochi, chiacchiere e allegria.
Nel 1917, con l’esplosione della Rivoluzione Russa, il padre, Nicola II, è stato costretto ad abdicare. La storia ricorda tale evento come la caduta di una dinastia che aveva governato per più di tre secoli. Ma, per Marija e Anastasija, ha rappresentato la perdita di ogni certezza.
La famiglia è stata costretta agli arresti domiciliari, prima a Carskoe Selo e poi a Tobolsk, in Siberia. Qui, i Romanov hanno trascorso un periodo di apparente tranquillità, uniti e a contatto con la natura. Tale calma è durata fino all’ascesa al potere dei bolscevichi, nell’ottobre del 1917, con il confinamento a Ekaterinburg, nella Casa Ipat’ev.
Dalla strage all’occlusione
Le testimonianze raccontano che, nonostante vivessero dietro finestre imbiancate a calce e con scarsi contatti con il mondo esterno, durante la sofferta prigionia, Marija ha continuato a distinguersi per la sua gentilezza e Anastasija per il suo umorismo. La prima flirtava con le guardie e la seconda era ancora una «piccola diavoletta affascinante».
Anastasija ha celebrato il suo diciassettesimo e ultimo compleanno il 18 giugno 1918, trascorrendo la giornata a cucinare con le sorelle.
Quasi un mese dopo, alle prime ore del 17 luglio del 1918, la “Piccola Coppia” è stata svegliata – insieme al resto della famiglia, ai fedeli servitori e al medico imperiale – e condotta nella cantina di Casa Ipat’ev. Lì, i presenti sono stati barbaramente giustiziati da un plotone d’esecuzione.

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Fine_dei_Romanov#/media/File:Ipatyev_house_basement.jpg
Le granduchesse avevano cucito gioielli e diamanti nei propri corsetti che, agendo come una sorta di armatura, hanno fatto rimbalzare i proiettili delle armi da fuoco. Costrette ad assistere all’uccisione dei propri cari, le sorelle Romanov sono state finite per ultime, con colpi ravvicinati e baionette.
Il luogo di sepoltura dell’ultima famiglia imperiale russa è stato occultato dal regime sovietico per decenni, alimentando voci secondo cui almeno una delle granduchesse fosse sopravvissuta.
Ciò che rimaneva dei Romanov è stato rinvenuto in una fossa comune nel 1991, ma i mancati resti di Aleksej e di uno dei membri della “Piccola Coppia” hanno fomentato false teorie e speculazioni fino al 2007. Solo allora, con la scoperta di un’ulteriore fossa a pochi metri dalla prima, le analisi del DNA hanno confermato lo sterminio dell’intera famiglia.
Cosa rimane dopo la narrazione?
La storia, da sempre, trasforma gli esseri umani in personaggi: macchie di inchiostro su fogli di carta.
Marija è stata a lungo una figura sfumata, spesso oscurata dalla notorietà della sorella minore.
Anastasija è diventata, quasi per caso, un’eroina romantica e una principessa perduta.
Ma – oltre la tragedia familiare, il mito, la rivoluzione, l’utilitarismo politico e la memoria collettiva – chi erano davvero le sorelle Romanov?

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Maria_and_Anastasia_in_Nicholas_II%27s_stateroom_aboard_the_Standart.jpg
Probabilmente due giovani curiose, desiderose di rendersi utili e di vivere le proprie vite con passione. Erano ancora due ragazze.
Due vittime sacrificali di una cieca e ciclica prigionia storica, scritta, troppo spesso, da ipocriti con la memoria corta.
Nel 2000, la Chiesa Ortodossa Russa ha canonizzato l’ultima famiglia imperiale, Nicola II compreso.
I Romanov sono, ad oggi, riconosciuti e ricordati come “portatori della passione”.
Valeria Giorgianni
Fonti:
- https://www.storicang.it/a/tragica-fine-dei-romanov_14620
- https://www.focus.it/cultura/curiosita/anastasia-romanov-sopravvisse-alla-fucilazione-dei-bolscevichi
- https://www.bbc.co.uk/programmes/articles/HxprRdWRhF6G7zg54kFLnp/beyond-the-portraits
- https://www.focus.it/cultura/curiosita/anastasia-romanov-sopravvisse-alla-fucilazione-dei-bolscevichi
- https://foreverotma.mobirisesite.com/grand-duchess-anastasia-nikolaevna-romanova.html
- https://www.theromanovfamily.com/romanov-family-otma-keepsake-album/