La verità è che non sopportava più il vento. Nè il suo lamento sconsolato quando strideva contro i tetti del fienile, né il suo profumo dolciastro e umido. In qualche modo, era come se il vento gli parlasse e lui non potesse capire. Come se le foglie che stormivano gli suggerissero frasi in una lingua da lui dimenticata.
Abbandonò la fattoria con i suoi animali e non disse niente a nessuno. Prese i suoi risparmi e se li infilò nelle mutande e nei calzini; liberò il bestiame dai recinti e salvò la foto incorniciata della moglie, Celestina. Poi si caricò sulle spalle una tanica rossa e cosparse di cherosene il perimetro degli edifici; dal fienile al silos, dal piccolo caseificio al suo giaciglio per la notte.
Con l’oscurità della sera, fu impossibile non notare dalla città l’anello di fuoco che cingeva il monte. Capitava, sì, che la campagna si illuminasse dando spettacolo a quell’agglomerato di case annoiato, vuoi per il torrido caldo estivo, vuoi per un piromane, ma stavolta il fuoco era diverso. Divampava con una ferocia demoniaca, elevandosi in volute scintillanti, sputando un fumo nero che coprì il cielo. Non tardarono ad intervenire i canadair col loro frullare di eliche: si appostarono sopra la bocca fiammante e iniziarono a gettare acqua. Poi qualcuno virava verso il mare e tornava dopo qualche minuto, e così via.
Rio se ne stava seduto sull’erba incipiente di un pendio dolce, non troppo lontano dal rogo, tant’è che percepiva il calore sul viso madido di sudore. Un sudore provocato esclusivamente dalla fatica fisica, perché in lui non esisteva alcuna emozione, se non un accenno di sollievo.
Quando qualche giorno dopo lo avrebbero interrogato in tribunale, lui avrebbe dichiarato che nel cucinino vi era una bombola di gas danneggiata a cui non aveva prestato attenzione. Per un po’ se ne sarebbe parlato sui giornali, perlopiù locali; l’argomento avrebbe intrattenuto le vecchie ingobbite sull’uscio di casa affamate di pettegolezzi o gli uomini di mezza età al bar, in pausa dal lavoro. La città, che aveva mantenuto la sua ancestrale cultura di paese, era più facile a interessarsi delle piccole cose. I grandi titoli scandalistici folgoravano all’inizio, ma poi il loro impatto diminuiva velocemente, come un’onda che si ritira.
E così, medesima sorte subì Rio Orlandi, al quale veniva semplice attirare l’attenzione col suo nome insolito. Nessuno, tuttavia, notava il cambiamento che aveva subìto negli anni. Che, da gioviale e scherzoso, era diventato sempre più schivo, taciturno, goffo. La gente, probabilmente, imputava questo cambiamento alla crescita e ai dispiaceri che ne conseguono. Rio non era più un ragazzo, stava anche per superare la mezza età.
Ciò che la gente non sapeva era che, due anni prima, Rio era stato coinvolto in un frontale con un folle che sfrecciava contromano e che era vivo per miracolo. Era guarito in fretta dalle fratture e non aveva riportato alcuna disabilità fisica, quando invece i medici lo avevano sottoposto a prognosi riservata, considerando che, se fosse sopravvissuto, sarebbe rimasto vegetale. Rio aveva superato ogni pronostico, riuscendo gradualmente a riprendere in mano la sua vita.
Eppure, Rio notava ci fosse qualcosa di strano. Si sentiva vuoto, fastidiosamente leggero. La foto di Celestina, che aveva come sfondo dello smartphone, gli ispirava affetto, ma non aveva idea del perché.
Non ricordava chi fosse. Si ritrovò così a chiedere ai medici della sua vita passata, perché ogni suo ricordo sembrava essere perduto e, alle volte, dimenticava persino il suo strano nome. Alla fine, imparò che Celestina era sua moglie. Glielo aveva raccontato sua sorella Betty, che gli era rimasta accanto per tutto il periodo della convalescenza, lasciando il lavoro a Roma. Era stata lei a rammendargli della sua vita prima dell’incidente, di Celestina, della fattoria, delle estati in Sicilia con mamma e papà e di quella cugina rumena dalle lunghe trecce albine che gli faceva venire le farfalle nello stomaco. Lui arraffava ogni informazione gli venisse gettata addosso, ma scoprendola come priva di peso, densità o collocazione nel tempo. Imparate le cose essenziali, quindi, Rio si rassegnò a vivere come un uomo privato del suo passato e incerto sul suo futuro; di conseguenza, un uomo che aveva smarrito se stesso.
Soltanto il vento sembrava solleticargli corde sommerse nella sua melma cerebrale, ma senza riuscire a farle suonare, amplificando in lui un forte senso di inadeguatezza, di impotenza.
Le mattinate trascorse in fattoria erano insopportabili; le notti lunghe e terrificanti. Provava spesso l’impulso di chiamare il numero di Betty: prendeva il telefono e digitava il suo nome nella rubrica, ma poi si tirava indietro. Pensava che un uomo come lui, spaccato in due dal tempo e dal destino, non avesse nulla a che vedere a una donna di successo, con un lavoro ben retribuito e una famiglia. Gli aveva raccontato, Betty, di avere due gemelli di quattro anni, di cui, però, non ricordava i nomi.
Quando Rio la rivide fu a due anni dall’incidente, poco dopo il rogo che aveva polverizzato la fattoria di famiglia. Lei gli era corsa incontro come se volesse abbracciarlo, ma, quando fu a pochi centimetri da lui, gli tirò uno schiaffo. Era in lacrime, il trucco sciolto le colava sul collo. “Cosa hai fatto?”, continuava a ripetergli. Lui non rispondeva, la guardava con fissità come un ebete. A lei non importava, sapeva che la sentiva benissimo. “Lo so che sei stato tu, non raccontarmi le tue fandonie, perché giuro su Alice e Simone che sei stato tu!”. Ecco come si chiamavano i bambini.
Betty era senza respiro. Si trovavano entrambi nei pressi del molo, appollaiati su una gomena, sotto un cielo che minacciava – o prometteva – pioggia fitta.
“Perché?”, chiese lei con un filo di voce, accendendosi una sigaretta. Rio non ricordava che la sorella fumasse. E, anche se non poteva dirlo con certezza, era più che sicuro che quella fosse una novità.
“Non sopportavo più il vento, Betty”, ammise alla fine. Sentiva il suo sguardo gelato su di lui, ma non gli importava. “Non sopportavo il suo suono, il suo odore, il modo in cui mi pungeva la pelle. Dal momento che non ci sono modi di far cessare il vento, ho pensato di eliminare gli oggetti su cui si abbatteva. Me incluso. Ho pensato infatti di gettarmi nel rogo, ma poi ho rinunciato. Perché alla fine sono un uomo morto anche se in un corpo vivo”.
Al suono di quelle parole, Betty andò via. “Lo sapevo”, disse schifata. Non aggiunse altro. Salì sulla sua utilitaria grigia e mise in moto, rimpicciolendosi verso la linea dell’orizzonte, decisa a non fare più ritorno. La sera stessa l’avrebbero ritrovata morta in quella stessa auto che, per ironia della sorte, era andata in fiamme. Non un guasto, ma un brusco tamponamento. Una vacca dallo sguardo stolido era sbucata dai margini dell’autostrada, sorprendendola.
Un’ulteriore notizia fu che, oltre all’incidente d’auto, fu ritrovato anche uno degli animali sfuggiti al rogo.
Piovvero lettere di ingiurie e minacce su Rio da parte del cognato, che lo accusava di aver distrutto una famiglia a causa della sua scelleratezza. Rio le ignorava puntualmente, riciclandole nella pensione in cui si era ritirato; a volte come sottobicchieri, a volte come carta igienica.
La sua nuova vita in città non lo soddisfaceva, ma non gli dispiaceva nemmeno. Si manteneva lavorando come bidello in una scuola media, guadagnandosi subito attenzioni e soprannomi da parte degli alunni, ai quali, però, riservava lo stesso trattamento delle lettere del cognato. Alle due e mezza di pomeriggio, tornava a casa e si abbandonava sul divano davanti alla televisione, raramente appassionandosi a qualche programma.
Fu uno di questi giorni uguale agli altri che, frugandosi nelle tasche dei suoi pantaloni cachi, pescò un oggettino curioso. Un crocifisso argentato inciso con minuscoli caratteri latini.
Fissandolo, gli venne naturale tastarsi una cicatrice sull’avambraccio.
Qualcosa in lui allora scattò, si ruppe. Lo assalì il profumo da donna che l’oggetto emanava.
Prese di corsa il telefono e tentò un numero di casa imparato a memoria. Mentre l’apparecchio decantava il suo seriosissimo tu…tu…tu Rio pregava di non aver sbagliato numero e, al contempo, di aver sbagliato. Proprio mentre era sul punto di riagganciare, una voce consumata dal fumo e l’accidia gli rispose. “Casa Rezza, chi parla?”. Rio non rispose, deglutì.
“Ciao, Flavio. Sono Rio”, disse timidamente dopo qualche secondo. Quindi attese pazientemente la sfuriata del cognato che, però, non arrivò. Al suo posto, una risposta gelida, molto più feroce di un’invettiva. “Guarda dove ti ha portato a parare la solitudine”, questo fu il commento dall’altra parte del telefono.
Rio sospirò.
“So che sei arrabbiato con me…”
“Arrabbiato è un eufemismo, ho voglia di ucciderti. Ringrazia che, sul piano legale, non ho motivi per denunciarti, altrimenti saresti finito”. Un attimo di silenzio. “Che cosa vuoi?”
“So che mia sorella ti raccontava tutto”, disse Rio, rendendosi conto dell’uso pessimo delle parole che stava facendo. “A me no. Era reticente, per non dire omertosa. Non mi ha mai raccontato nulla su mia moglie. Ma adesso necessito di sapere, Flavio, perché quella donna sembra essere l’unico ponte tra me e il passato”.
In cambio ricevette una risata.
“Povero pazzo!”.
Fine della chiamata.
Beh, effettivamente non poteva aspettarsi altro dalla persona che lo odiava di più al mondo. Ma come gli era venuto in mente? Forse perché, triste a dirsi, la persona che lo odiava più al mondo era anche l’unica rimasta a collegarlo con la realtà. Si diede dello stupido.
Arrivò alla constatazione che lo era.
Venne quindi sorpreso da un senso di torpore diffuso e, tra uno sbadiglio e l’altro, si abbandonò sul letto sfatto da settimane. Non si addormentò profondamente, restò in sonno veglia, in una nitida zona onirica. Sentiva la voce della moglie dirgli qualcosa, ma non capiva cosa, perché le parole erano distorte dal vento. Il vento era sempre il vento. Mormorò qualcosa di indistinto mentre si agitava tra le lenzuola. Poi un suono acuto lo fece sobbalzare. Col cuore in gola, si rese conto che si trattava del suo cellulare. Un numero sconosciuto. In circostanze normali, avrebbe ignorato la chiamata, ma in quel momento era troppo stordito. Reagì d’istinto.
“Chi è?”
“Un’alcolizzata”, rispose una voce maschile dall’altro lato del telefono.
Rio ammutolì. Doveva essersi morso la lingua nel sonno, perché aveva un sapore di sangue stagnante in bocca.
“Tua moglie era un’alcolizzata”.
Intercorse un attimo di silenzio.
“Perché lo stai facendo?”, chiese Rio, perplesso. Si sentiva preso per i fondelli.
“Perché mi fai pena. E forse perché Betty sarebbe stata accondiscendente con te. E a me importa unicamente di Betty”, rispose gelido il suo interlocutore. Flavio Rezza non gli aveva mai incusso tanto timore. Ora sì. Gli sembrava un uomo che, se sopraffatto dalla rabbia, poteva diventare senza scrupoli.
Rio dovette prendersi due minuti per assemblare i pezzi. Il cognato aspettò pazientemente. Infine, Rio disse qualcosa tra sé e sé. Ancora silenzio.
“Non capisci proprio, vero?”, disse Rezza. Sembrava ringhiare.
“No”, ammise Rio. Era stanco di sottostare a giochi di silenzi e verità malcelate; aspettava solamente che l’altro gli rivelasse cosa sapeva. “Quindi?”
Rezza sbuffò. “Il frontale che ti ha cancellato la memoria. Il conducente dell’altra auto era tua moglie. Era positiva all’alcol test… vorrei vedere, beveva come una spugna!”. Rio ebbe l’impressione che il cognato stesse trattenendo una risata sprezzante. Fosse stato più giovane, avrebbe avuto il desiderio di spaccargli la faccia, ma adesso era dominato da un senso di soffice quiete. Quiete.
Soffice.
Tutto quello che riuscì a dire al telefono fu un “grazie”, poi riagganciò dolcemente. Si lanciò sul letto già distrutto e, stavolta, riuscì a dormire.
Il giorno dopo non si presentò a scuola. All’orario in cui gli scolari facevano il loro ingresso, lui si trovava alla reception dell’ospedale della provincia. Soffiava un vento impazzito. Rio cercò di non ascoltarlo. Dopo aver dato le sue generalità allo sportello d’ingresso, una segretaria dal sorriso timido lo indirizzò all’ultimo padiglione. Lui vi andò con la sicurezza di chi aveva calcato quel percorso mille volte.
Dott.sa Leocadia Cherubini.
Bussò alla porta di quello studio e aspettò diversi minuti prima che qualcuno gli aprisse la porta. Alla fine, una donna piccola e pingue comparve sull’uscio con la sua nebulosa di capelli gridellini. Teneva un mozzicone di sigaretta fumante tra due dita.
“Rio Orlandi”, sentenziò lei; l’altro non disse nulla. Era come se aspettasse quella visita da tempo. “Prego, si accomodi. Le offro un tè”
Lo studio era piccolo e raccolto. Ordinato in maniera quasi disturbante; ogni cosa sembrava avere la sua esatta collocazione nello spazio. Rio si lasciò sprofondare in una poltrona damascata. La vista della carta da parati fiorata lo rassicurava. Nel frattempo, la dottoressa brancicava in un cestino di vimini con le sue piccole dita tonde. “Eccolo qui”, disse. Tirò fuori un fascicolo relegato con un nastro rosso e glielo porse.
TEORIA DELLA COMUNICAZIONE META-FENOMENALE
Rio osservò quel plico dal titolo pomposo con la faccia di un bambino che vede una farfalla monarca per la prima volta. Non capiva cosa la dottoressa voleva comunicargli. Ma era certo che lei era l’unica persona in grado di dargli delle risposte, anche se non ricordava di averla mai vista. Lei apparteneva alla vita precedente, come sua moglie.
Però adesso ricordava di come il crocifisso d’argento che la moglie portava appeso allo specchietto gli si era conficcato nell’avambraccio durante il frontale, e quello spiraglio apertosi sul suo passato lo riempiva di fiducia. “Io non ricordo nulla”. Fu tutto quello che riuscì a dire.
La dottoressa sorrise. “Lo so”. Abbozzò un sorriso. “Altrimenti non saresti qui, giusto?”
“Suppongo di sì”
“Tu non hai idea di chi io sia, ma io ti aspettavo, Rio. Ti ho seguito lungo il tuo percorso terapeutico e sapevo che saresti tornato”, spiegò. “Il tuo caso è stato il più singolare a cui io abbia mai assistito. Gli ho perfino dato un nome”
“Quale?”
“Il caso del vento”
Rio sgranò gli occhi. “Come ha detto, scusi?”
“Proprio così”, confermò la Cherubini. Si spostò i capelli dietro le orecchie, poi si schiarì la voce. “Sai, sono il primario del reparto di neurologia. Ma, ancora prima, sono una parapsicologa. Mi occupo dei fenomeni ancora non riconosciuti dalla scienza”
“E questo cosa c’entra con me?”, chiese Rio. “E con mia moglie”, aggiunse poi.
Dinanzi a quella domanda, la dottoressa si alzò e pescò da un cassetto un altro fascicolo. Sembrava che avesse rassettato tutto in vista di quella visita. Questo inquietò Rio oltremodo.
Potè constatare lui stesso che si trattava di spettrogrammi. A piè di pagina, un codice binario e poi delle frasi abbozzate a matita. Rio ne lesse qualcuna. Un dialogo tra due persone. Incerto, criptico. Non ne comprendeva il contesto.
“Qualcuna di queste frasi ti torna familiare?”, chiese la dottoressa.
Rio rifletté, poi scosse piano la testa. Le frasi non risvegliavano nulla in lui, ma le linee vertiginose dello spettrogramma avevano un aspetto familiare. In modo sgradevole. Le indicò. “È come una lingua dimenticata…
“Che non riesci più a comprendere”; proruppe lei. Rio trasalì. “Lo so. Al momento, ti trovi in uno stato di coscienza non compatibile con questa modalità comunicativa.
“Diversamente da quando ti trovavi in coma”, spiegò lei. Scandiva le parole, come per timore che Rio potesse restarvi impigliato. Forse aveva ragione.
Rio ebbe l’impressione di sudare freddo. Il vento che si scagliava sulle imposte lo stava mandando fuori di testa. Alla fine, dovette prendersi il viso tra le mani per fare chiarezza sulle sue emozioni. Non capiva.
“Rio”, lo appellò la Cherubini con voce dolcissima.
“Tu e tua moglie parlavate attraverso il vento”. Posò il mozzicone di sigaretta in un posacenere di ceramica con le sue iniziali dipinte. “Quelle scritte sul foglio sono trasposizioni verbali dello spettrogramma. Quelle erano le vostre parole! È già successo in altre parti del mondo. In India, due gemelli siamesi, sempre in stato di coma, riuscivano a comunicare attraverso il crepitio del fuoco nel camino…”
La donna continuava a sciorinare i suoi discorsi con notevole entusiasmo, ma Rio si svincolava da quelle parole, sembrava rifuggirle. Pensava solamente al vento. E a Celestina. Che forse era un po’ la stessa cosa. Poi pensava al fuoco che avviluppava la fattoria, pensava ai refoli che aizzavano le fiamme. Gli doleva l’avambraccio, all’altezza della cicatrice. Un profumo da donna ai fiori amari gli invadeva le narici; le lacrime gli pizzicavano gli occhi. Pensava al fuoco che purificava tutto. E al vento, portatore di nuove, di belle e di brutte.
“Scusi, Dottoressa, non posso più restare”. La voce gli uscì in un singhiozzo.
“Grazie”
Adesso stava in piedi sulla cima di un colle, con le spalle spiegate e il viso rigato di lacrime. Soffiava un vento fortissimo: fischiava tra gli alberi, si abbatteva sulla città addormentata, arpeggiava le campanule. Raccontava qualcosa, Rio ne era più che certo, anche se non poteva comprendere.
Riuscì a cogliere, tra un fischio e l’altro, solo una parola distinta: Celestina.
Federica Grasso Sfacteria