La caducità della vita
E noi – come le foglie che produce la primavera ricca di germogli,
quando a raggi del sole crescono tutt’a un tratto – simili a quelle
in un cubito di tempo, dei fiori della gioventù godiamo,
senza che dagli dei ci giunga la nozione del male, né del bene:
le Chere ci stanno ormai addosso, nere,
e l’una regge il termine della penosa vecchiaia,
l’altra quello della morte; per un istante appena vive il frutto
della gioventù, per quanto si spande sulla terra il sole.
Ma se il termine di questa breve stagione viene oltrepassato,
allora essere morti è meglio della vita; perché nel cuore si addensano
in massa le sofferenze, e a volte il patrimonio si erode e la miseria
ha effetti dolorosi; a volte, poi, si sente la mancanza dei figli, ed è
il rimpianto più triste di chi va sotto terra, verso l’Ade;
a volte invece si ha una malattia che strazia il cuore: non vi è un solo uomo
cui Zeus non dia una gran massa di sofferenze.
La vita degli uomini non è che un attimo fugace. Come le foglie sugli alberi appassiscono e cadono, così viviamo sulla terra e un giorno moriremo.
La caducità della nostra vita è una condanna di cui sembriamo aver dimenticato l’esistenza, una spada di Damocle che portiamo perennemente sopra la nostra testa, quando andiamo al mare, al supermercato o al lavoro.
Dobbiamo imparare a godere del nostro tempo, perché un giorno non ne avremo la possibilità.
Nel frammento pervenutoci, Mimnermo, poeta greco del VII secolo a.C., descrive le sofferenze che l’uomo patisce una volta raggiunto lo stadio finale della vita.
La nostra è una vita di sofferenza e Mimnermo lo sa bene. Al dolore più grande, la vecchiaia, lui preferisce la vita. O, meglio ancora, preferisce la morte.
L’estinzione dei piaceri e delle gioie, l’annullamento dei successi della giovinezza e l’avvento dei dolori portati dalle malattie. Perché concedersi una pena così grave?
Non è di certo questa la prima critica alla senilità, né Mimnermo è il primo a paragonare la stirpe degli uomini alle foglie sugli alberi.
Un filo sottile unisce questo componimento, uno dei suoi frammenti più interessanti, ad autori come Omero, Bacchilide, Virgilio, D’Annunzio e Ungaretti.
Già due millenni fa, l’uomo era cosciente della sua misera condizione. Trovava, però, negli dèi la risposta alla sua sofferenza. La morte era una prerogativa degli uomini stabilita dal divino. L’uomo doveva semplicemente accettarla. Sustine et abstine, sopporta il dolore e astieniti dal mostrarlo.
Esaminiamo un passo del VI libro dell’Iliade, l’incontro tra Glauco e Diomede:
E così gli disse lo splendido figlio di lppoloco:
145 «Magnanimo figlio di Tideo, perché domandi della mia stirpe?
Come è la stirpe delle foglie, così quella degli uomini.
Le foglie il vento le riversa per terra, e altre la selva
fiorendo ne genera, quando torna la primavera;
così le stirpi degli uomini, l’una cresce e l’altra declina.
150 Però se tu vuoi puoi conoscere bene
la nostra stirpe, la conoscono in molti.
Nel furore della battaglia, due tra i più importanti condottieri degli schieramenti in guerra si incontrano, pronti a darsi duello dopo la consueta presentazione. Nel mondo omerico, la fama e l’onore sono più importanti della vita stessa, e allora è bene conoscere e farsi conoscere prima di venire alle armi.
Dopo la presentazione di Diomede, figlio di Tideo e combattente degli Achei, tocca al guerriero Glauco, alleato dei troiani, far sfoggio della propria stirpe.
Nei versi proposti Omero paragona, ben prima di Mimnermo, l’umanità alle innumerevoli foglie presenti sugli alberi, che verdeggiano per gran parte dell’anno e che, poi, cadono al sopraggiungere del freddo. Allo stesso modo, le stirpi degli uomini fioriscono e poi appassiscono, dando spazio a nuove generazioni, in un perenne ciclo di vita e di morte.
Se in Omero e Mimnermo la vitalità delle foglie viene spezzata dall’arrivo dei primi geloni, in Bacchilide (Epinicio V, versi 63-67) il motivo viene completamente ribaltato.
Non le generazioni umane, ma gli innumerevoli corpi dell’Ade:
Là apprese a conoscere le anime dei mortali sventurati,
presso le correnti del Cocito,
simili alle foglie che il vento scuote
lungo i picchi luminosi dell’Ida, pascolo di greggi.
Il poeta sposta il senso della similitudine in un modo estremamente raffinato. Il vento δονεῖ (scuote) le foglie e la loro vibrazione rievocano il movimento disordinato di migliaia di anime che si accalcano spalla contro spalla alle porte degli Inferi. Nel libro VI dell’Eneide, il poeta latino Virgilio adotta una simile trasposizione di senso nel momento in cui Enea discende nell’Ade e dialoga con la veggente (versi 305-312):
Qui tutta una folla dispersa si precipitava alle rive,
donne e uomini, i corpi privati della vita
di magnanimi eroi, fanciulli e intatte fanciulle,
e giovani posti sul rogo davanti agli occhi dei padri:quante nelle selve al primo freddo d’autunno
cadono scosse le foglie, o quanti dall’alto mare
uccelli s’addensano in terra, se la fredda stagione
li mette in fuga oltremare e li spinge nelle regioni assolate.
Nella cultura greca l’anima, la ψυχή, non è nient’altro che un soffio di vento che mette in moto il nostro corpo.
In Bacchilide, le foglie tremano poiché il vento le scuote, e il loro tremore rappresenta quel senso d’ansia vitale che ancora permea le anime dei morti. In Virgilio, invece, è il distacco dall’albero e le foglie che si ammassano a terra, come nelle foreste in autunno, a simboleggiare migliaia di corpi sul rogo.
La similitudine delle foglie, tanto cara agli antichi, fu poi ripresa da due poeti della tradizione novecentesca italiana.
Gabriele D’Annunzio, in Villa Chigi (V, 100), compie un ulteriore passo verso l’abisso:
Devono, come i corpi, come le foglie, come
tutto, le pure cose dell’anima sfarsi, marcire;
devono i sogni sciogliersi in putredine.
Nessuna spiritualità, non più la pietas virgiliana ad affrontare il dramma della morte: solo lo sguardo attento e pungente del Decadentismo. Corpi e foglie sono soltanto materiale biologico, e come tale destinato a decomporsi, a scindersi in atomi che si aggregheranno ad altre particelle e diverranno rocce, stelle, energia. E così anche i nostri sogni, prodotto della nostra mente e del nostro vivere, andranno in putrefazione.
La corruzione della materia, che D’Annunzio descrive rielaborando la similitudine delle foglie, viene prosciugata d’ogni elemento biologico da Giuseppe Ungaretti, in Soldati (Bosco di Courton, luglio 1918):
Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie.
Soltanto un attimo, sospeso nel tempo, che si ripete all’infinito. Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie.
Tra un colpo di mortaio e l’altro, Ungaretti assiste a scene molto lontane dalla nostra sensibilità. Corpi che esplodono, mandibole che penzolano, giovani che piangono. Proprio in questo coacervo di fango e morte, il poeta alessandrino osserva come la vita di un uomo sia labile e sottesa al caso.
La concretezza di Ungaretti spoglia la similitudine delle foglie dal barocchismo dannunziano, eliminando parole, aggettivi, immagini superflue. Solo la dura e crudele realtà della guerra, che Ungaretti conosce bene e imprigiona in una manciata di parole.
Fortunato Nunnari
Bibliografia:
-
I lirici greci, a cura di C. Neri, Carocci editore, Roma, 2011.
-
D’Annunzio, G., Notturno, in Id., Prose di ricerca, a cura di A. Andreoli e G. Zanetti, Mondadori (I Meridiani), Milano, 2005.
-
Omero, Iliade, traduzione di G. Cerri, BUR Rizzoli, Milano, 1999.
-
Ungaretti, G., Vita d’un uomo. Tutte le poesie, Mondadori (I Meridiani), Milano, 1969 (contiene la raccolta L’Allegria e la poesia Soldati).
-
Virgilio Marone, P., Eneide, traduzione di L. Canali, Mondadori, Milano, 1989.