Curare con coraggio. Quando l’autodifesa entra in corsia

In Italia, curare gli altri è diventato, per molti professionisti della salute, un atto di coraggio quotidiano. La violenza e le aggressioni nei confronti di medici, infermieri e operatori sociosanitari non rappresentano più episodi isolati di rabbia contingente, ma un fenomeno strutturale, diffuso e in costante evoluzione. Un problema che mina la sicurezza di chi sta in prima linea erode la fiducia nella relazione di cura e rivela crepe profonde nella società.

Un fenomeno in numeri e contesti

Secondo i dati dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie del Ministero della Salute, nel 2025 si sono registrate quasi 18.000 aggressioni, che hanno coinvolto oltre 23.000 operatori. Le donne rappresentano la maggioranza delle vittime (circa il 60-70%), mentre gli infermieri sono la categoria più colpita (oltre il 55-60% dei casi). Il Pronto Soccorso, i reparti di psichiatria, le strutture territoriali e i servizi di emergenza rimangono i contesti più a rischio.

La stragrande maggioranza degli episodi è di natura verbale (insulti, minacce, urla), ma le aggressioni fisiche – schiaffi, pugni, spintoni, lanci di oggetti – sono in aumento e non più rare. In casi estremi si arriva a vere e proprie violenze gravi, con conseguenze psicofisiche durature.

Le cause

Le cause sono molteplici e intrecciate:

  • Strutturali: carenza di personale, carichi di lavoro insostenibili, tempi di attesa biblici, ambienti ospedalieri poco sicuri (illuminazione insufficiente, mancanza di vigilanza, spazi non progettati per gestire conflitti).
  • Sociali e culturali: frustrazione diffusa dei cittadini di fronte a un servizio percepito come inefficiente; abbassamento generale della soglia di tolleranza; senso di impunità derivante da denunce spesso archiviate o da sanzioni lievi.
  • Psicologici: stress estremo di pazienti e familiari (dolore, paura, alcol, sostanze, disturbi mentali); degrado del rispetto per le figure di autorità e cura.
  • Di genere e ruolo: gli infermieri, spesso più esposti e percepiti come “interfaccia” accessibile, diventano bersagli privilegiati.

Le conseguenze vanno ben oltre il singolo episodio. Per gli operatori il burnout accelerato, disturbi d’ansia, sindrome da stress post-traumatico, demotivazione e, in molti casi, abbandono della professione. Sul piano sistemico i costi economici elevati (assenze, turnover, formazione), riduzione della capacità assistenziale e aumento della medicina difensiva. Sul piano sociale il deterioramento della fiducia nel Servizio Sanitario Nazionale e polarizzazione tra chi cura e chi è curato.

La pandemia ha agito da acceleratore, rendendo visibili tensioni latenti in una società sempre più individualista, esigente e impoverita nella capacità di gestire la frustrazione.

 

Curare
Sarah Longo durante il corso.

 

Da Messina un esempio di risposta concreta: Samuele Lombardo e Sarah Longo

Di fronte a questo scenario, non tutti si limitano alla denuncia. A Messina, due studenti di Infermieristica hanno scelto di trasformare competenze personali in strumenti di empowerment collettivo.

Samuele Lombardo, all’ultimo anno del corso di Laurea in Infermieristica all’Università di Messina, cintura nera secondo Dan di karate e insegnante tecnico federale FIJLKAM, insieme alla fidanzata e collega Sarah Longo (ex agonista di karate), ha ideato e realizzato un progetto innovativo: corsi gratuiti di autodifesa e consapevolezza situazionale rivolti a studenti di Medicina e delle professioni sanitarie.

Le iniziative, svoltesi nel 2025 e nel 2026 presso il Corpeas Fitness Club di Messina, non si concentrano sul combattimento fine a sé stesso. L’approccio è pragmatico e olistico con istruzione di tecniche di disimpegno, sbilanciamenti, vie di fuga, ma soprattutto prevenzione situazionale, gestione della paura, controllo emotivo e consapevolezza ambientale. Le sessioni simulano contesti reali – aggressioni dopo un turno notturno, situazioni in ospedale o mentre si rientra a casa – puntando sulla “difesa consapevole” più che sulla forza bruta.

Samuele non è nuovo all’impegno sociale. Nel 2025 ha fondato SOS Chiamata, un gruppo WhatsApp di solidarietà che offre supporto immediato a studenti e cittadini che si sentono in pericolo, soli o in difficoltà, diventando rapidamente un punto di riferimento nella città di Messina e oltre.

Queste azioni rappresentano un modello prezioso perché dal basso, proattivo e multidisciplinare, uniscono la vocazione alla cura con le arti marziali, la leadership studentesca con la responsabilità concreta. Dimostrano che la soluzione non deve essere solo “calata dall’alto” (leggi più severe, più sicurezza nelle strutture, formazione obbligatoria sulla gestione del conflitto), ma può partire anche dalla resilienza individuale e dalla creazione di comunità solidali.

Curare
Samuele Lombardo durante uno degli incontri

Oltre l’autodifesa: una chiamata alla responsabilità condivisa

I corsi di karate e autodifesa sono strumenti potenti ma parziali. Non sostituiscono la necessità di:

  • Normative più incisive e applicazione certa delle pene.
  • Investimenti strutturali in sicurezza (personale dedicato, videosorveglianza, progettazione degli ambienti).
  • Formazione continua su de-escalation e comunicazione per tutto il personale.
  • Una campagna culturale ampia per ricostruire rispetto reciproco nella relazione di cura.

La violenza contro i sanitari è il sintomo di una società che ha smarrito il senso della gratitudine e della responsabilità condivisa verso chi si prende cura della collettività. In un’epoca di diritti iper-esigenti e doveri spesso dimenticati, episodi come quelli promossi da Samuele Lombardo e Sarah Longo ricordano che il cambiamento può – e deve – partire anche dai giovani che si preparano a indossare il camice.

Proteggere chi protegge la vita non è solo un dovere istituzionale, è un atto di civiltà. E ogni iniziativa che va in questa direzione, per quanto piccola, rappresenta un seme di speranza in un sistema sotto stress.

 

Gaetano Aspa