Forse era inverno
quando ho capito
che i miei tacchi,
sbattendo sull’asfalto,
infastidivano i passanti
che si voltavano a fissarmi.
Forse era primavera
quando
ho incrociato gli occhi
di uno sconosciuto,
che ha camminato alle mie spalle
per due isolati.
Forse era autunno
quando
quell’affettuoso
piccolina
è stato sventrato,
sottratto
a ogni tenera
fanciullezza.
Forse, solo allora,
ho capito
che
anche il sorriso più gentile e fidato,
poteva essere, in realtà,
impuro
e sleale.
Era inverno
quando me ne sono accorta
per la prima volta:
che non ero solo
spazio e materia,
ma anche cibo.
Le gambe erano troppo scoperte,
le labbra troppo rosse,
i bottoni della camicia
non erano chiusi fino al collo.
Così
quando l’inverno è tornato,
indossavo maglioni più larghi
e strappavo via
a morsi
il colore dalla bocca,
cauta nello stringere
e nel lasciarmi sfiorare.
Ma,
anche camminando in punta di piedi
e con il capo dritto,
sentivo
nelle orecchie
quegli impudichi fischi.
Ricordo
la sera in cui gli stridii
sono diventati sussurri svelati
accostati al volto.
Io osservavo
solo voi:
giovani ragazzi – come me –
così vicini,
dinnanzi ai raggi dei lampioni.
Osservavo voi –
distogliere lo sguardo
e andar via.
Valeria Giorgianni