Lungo le rive della Senna, sulla sponda opposta alla maestosa Cattedrale di Notre-Dame de Paris e ai suoi celebri gargoyle, sorge Shakespeare and Company.
La storica libreria anglofona, di cui George Whitman raccolse l’eredità spirituale nel 1951, si trova al numero 37 di rue de la Bûcherie, a Parigi, e rappresenta, ancora oggi, per autori emergenti e viaggiatori, l’emblematico simbolo di una libertà interculturale ed esistenziale, bramata da generazioni di artisti e pensatori, sin dai primi decenni del Novecento.

L’apertura di Shakespeare and Company
Fu l’espatriata nord-americana, Sylvia Beach, nel periodo compreso tra le due Guerre Mondiali (1919 – 1941), a dar vita a un vero e proprio circolo letterario parigino, ideato come ponte culturale tra la Francia bohémien del tempo e una letteratura inglese “oscena” e “immorale”, censurata sia in Inghilterra che negli Stati Uniti.
Shakespeare and Company aprì i battenti così. Dall’azzardo di una giovane sognatrice che, ispirandosi all’avanguardista La Maison des amis des livres, fondata dall’amica e amante francese, Adrienne Monnier, diede vita a una vera e propria istituzione.
Già nella sua prima allocazione in rue Dupuytren 8 e, successivamente, al numero 12 di rue de l’Odéon, la libreria e biblioteca circolante simboleggiava il cuore letterario di Parigi. Nonché un crocevia culturale e luogo di ritrovo per americani espatriati, artisti europei e studenti provenienti da tutto il mondo.
Shakespeare and Company costituì, difatti, negli anni Venti e Trenta, un vero e proprio rifugio per pensatori disillusi e squattrinati, quali James Joyce, T.S. Eliot, Ernest Hamingway, F. Scott Fitzgerald, Ezra Pound e Gertrude Stein.
Fu quest’ultima a coniare il termine Lost Generation, per definire quella generazione sopravvissuta alla Grande Guerra e costretta a migrare nella cosmopolita Ville Lumière per sfuggire al proibizionismo e all’ipocrisia moralista della borghesia post-bellica.

La Lost Generation e Sylvia Beach
Hemingway, in Festa mobile, descrive vividamente l’atmosfera che si respirava, presso Shakespeare and Company, quando, nel 1921, «molto povero e molto felice» vi mise piede per la prima volta:
«era un posto simpatico, caldo e accogliente, con un grande camino in inverno, tavoli e scaffali di libri, libri nuovi in vetrina, e al muro fotografie di famosi scrittori sia morti che viventi.»
Sylvia Beach, descritta come una giovane donna dal viso fine e dagli occhi castani «vivi come quelli di un animaletto e allegri come quelli di una ragazzina», viene rappresentata dalla penna asciutta di Hemingway come affascinante e ospitale. Una persona deliziosa, con cui scherzare e spettegolare.
Scriveva di lei:
«Non ho mai conosciuto nessuno che sia stato più gentile con me.»
Sylvia Beach, infatti, grazie al suo temperamento ascetico, generoso e appassionato, consolidò forti legami di stima e amicizia con alcuni dei maggiori esponenti della Lost Generation e del Modernismo letterario europeo, mettendo a loro disposizione libri da leggere (che lei stessa aveva amato), un indirizzo postale per la propria corrispondenza, viveri e sostegno economico e morale.
La donna, inoltre, supportata dalla collega libraia e compagna di vita, Adrienne, si cimentò in una delle più scandalose pubblicazioni editoriali dell’epoca, l’Ulisse di James Joyce.
Beach arrivò quasi alla bancarotta pur di proteggere e distribuire l’opera tanto stimata, i cui diritti, nel 1934, furono comunque ceduti (dallo stesso Joyce) a un’altra casa editrice. Così, si sancì, di fatto, la fine di uno dei sodalizi editoriali più rilevanti del Novecento.

Dalla chiusura alla rinascita
La Shakespeare and Company chiuse ufficialmente nel 1941, anno in cui Parigi si ritrovò sotto l’occupazione nazista.
Nelle memorie della biblioteca risulta emblematico il giorno in cui Sylvia Beach si rifiutò di cedere a un ufficiale tedesco la sua ultima copia di Finnegans Wake, venendo arrestata e internata in un campo a Vittel, in cui rimase per circa sei mesi.
Dieci anni dopo, proprio nell’attuale locazione, a pochi passi dal Chilometro Zero, fu George Whitman a mettere in piedi Le Mistral. Un nuovo ritrovo per giovani intellettuali di passaggio, che, nel 1964, in onore del Bardo e di Sylvia Beach, venne ribattezzato Shakespeare and Company.
La libreria, rievocando lo spirito sovversivo e avanguardista della sua prima fondatrice, ospitò celebri autori come Allen Ginsberg, Julio Cortázar, Anaïs Nin, Henry Miller e Richard Wright, trasformandosi, con il tempo, in un vero e proprio ostello letterario per giovani autori erranti, i “Tumbleweeds”.
Fu questa la principale rivoluzione apportata all’interno del negozio: la creazione di un vero e proprio ecosistema comunitario, che Whitman stesso considerava una “utopia socialista mascherata da libreria”.
Il suo motto, “Be not inhospitable to strangers, lest they be angels in disguise” (“Non essere inospitale con gli sconosciuti, potrebbero essere angeli travestiti”), regolava un sistema di ospitalità e condivisione basato sull’offrire – in cambio di poche ore di lavoro in negozio, la lettura di un libro al giorno e la scrittura di una breve autobiografia – un rifugio per la notte.

I Tumbleweed
Il cosiddetto Programma Tumbleweed accoglie, tutt’ora, circa venti scrittori emergenti all’anno, offrendo loro tempo, spazio e privacy per sviluppare la propria arte.
Dal 1951 a oggi, Shakespeare and Company ha ospitato oltre 30.000 Tumbleweed, le cui autobiografie e storie sono gelosamente custodite tra gli scaffali del negozio. Un luogo in cui non conta l’efficienza o il denaro. La vera ricchezza risiede in ciò che si sogna e in ciò che si scrive.
Ogni dettaglio, al suo interno, contribuisce a supportare questa filosofia. Dal legno che scricchiola sotto i piedi, all’odore di polvere e carta antica; dalle disordinate pile di libri, che raggiungono il soffitto, alle scale strette, fiancheggiate da foto ingiallite di autori dei secoli scorsi.
Un viaggio dentro Shakespeare and Company
George Whitman raccontò di aver creato la libreria «nel modo in cui un uomo scriverebbe un romanzo, costruendo ogni stanza come se fosse un capitolo». Voleva insomma che le persone, attraversando ogni porta, si sentissero catapultate in un libro.
«Un libro che porta nel mondo magico della loro immaginazione.»

Sotto le travi, il tempo pare sospeso e aleggia un silenzio quasi religioso, interrotto solo dal fruscio di pagine sfogliate.
Una vecchia coppia si siede su uno di quei letti che, non troppi anni fa, ha cullato i sogni della Beat Generation. Un bambino di circa dieci anni si siede al pianoforte, alla ricerca di uno spartito, e le sue dita scorrono sulla carta, brunita e deteriorata, fino all’identificazione di una melodia da strimpellare. Il foglio scelto è meno consunto, giovane proprio come lui. Perché, anche tra quelle vecchie mura cigolanti, il tempo scorre. Ma lo fa in maniera diversa.
Shakespeare and Company è un luogo vivo, custode del passato, ma anche parte del presente e dell’immaginario collettivo. Ha fatto da cornice cinematografica al rincontro tra Jesse e Céline, in Before Sunset, e al sogno a occhi aperti di Gil, in Midnight in Paris.
Un piccolo lavabo occupa uno dei ristretti corridoi e le macchine da scrivere sono ancora lì. Eppure molti libri profumano di nuovo. Tra uno scaffale e l’altro, qualche gatto schiaccia un pisolino, mentre Sylvia Whitman, figlia di George e attuale proprietaria del negozio, progetta un evento letterario. Le persone si fermano in libreria a studiare o a leggere un libro, altre fanno colazione al cafè o affiggono dediche su una bacheca cosparsa di bigliettini e parole. Nel frattempo, di fronte a loro, il bambino suona ancora al piano.
Je ne te laisserai que des mots. (Ti lascerò delle parole)
Secoli di parole e capitoli che si fondono. Vite, culture e pensieri che, di giorno in giorno, scrivono un unico, immortale racconto in una lingua universale.
Fuori da una finestra, al piano di sopra, si scorge il campanile di Notre-Dame. I turisti attraversano la Senna di fretta, seguendo un itinerario che li condurrà a visitare i luoghi più belli di Parigi in soli quattro giorni, e molti di loro scatteranno delle foto, visualizzando celebri opere d’arte con la fotocamera del telefono prima ancora di raggiungerle con gli occhi.
All’interno della libreria non è permesso scattare fotografie e, spesso, la memoria inganna. Chissà se il mio ricordo è fedele alla realtà: la foto di Anaïs Nin si trova dietro il pianoforte o vicino alle scale? E quella di Oscar Wild?
Avrei proprio voluto scattarla, una foto. Per ricordare. Eppure, so che non dimenticherò il momento in cui, seduta su un letto al piano di sopra, mi sono sentita testimone di un pezzo di storia magico e prezioso.
Un sogno che, sin dal 1919, ai tempi di Sylvia Beach, alimenta e tutela l’immortalità della letteratura e della condivisione umana.
Lo si può leggere su uno scalino, proprio vicino alla porta d’ingresso.
“Live for humanity”
Un invito a rallentare e respirare l’essenza della propria vita.
A leggere.
A scrivere.
Valeria Giorgianni
Fonti:
- https://www.shakespeareandcompany.com/history
- https://www.storicang.it/a/sylvia-beach-leditrice-di-james-joyce_15236
- https://www.sentieristerrati.org/2018/10/20/adrienne-sylvia-e-le-donne-che-non-leggono/
- Festa Mobile – Ed. Restaurata, Mondadori (2011), Hernest Hemingway
- Immagine in evidenza: https://daily.jstor.org/the-patron-saint-of-bookstores/