Tanto Vale Vivere!

Era fatta di contraddizioni. Questo pensava mentre passeggiava sul lungomare nel tardo pomeriggio.

Era una persona animata da una viscerale inquietudine, portata a nutrirsi di sensazioni forti e colpi di scena per non cadere nella noia. Eppure, al contempo, era affascinata dal barlume fioco delle piccole cose. Come i piccoli passi sul marciapiede che, poco a poco, le facevano macinare i chilometri; oppure la luce della prima mattinata, quella che filtrava dalle nubi ceree di un inverno che si preparava ad andare in letargo. “Forse sono solamente sbagliata” pensava. E, meditando così sulla sua curiosa natura, attraversava la città che si affacciava sullo Stretto con la sua pittoresca forma di falce.

Le sembrava di aver sbagliato per una vita intera e di non aver saputo maturare la capacità di redimersi dai propri errori.
Il problema era che il mondo aveva perso i suoi colori nel giro di pochi anni, e il grigiore latente, sopito negli angoli e nei vicoli, le sussurrava che non valesse più la pena di impegnarsi. Passava dunque davanti al suo liceo, dove cinque anni si erano rivelati una fustigazione feroce, e pensava: “come sono sopravvissuta?”.
Come sono sopravvissuta ai nodi allo stomaco; alle occhiate indiscrete dei pettegoli; alle ore lente e collose come melassa, che non passavano mai; ai flirt fugaci e privi di ogni poesia? Devo aver avuto davvero tanta forza di volontà, si diceva.

Mentre attraversava la piazza del duomo, poggiava lo sguardo sul campanile che si ritagliava il suo spazio nel cielo polveroso, sugli animali meccanici che scandivano le fasi del giorno. Qualcuno, da una panchina, la seguiva con un malcelato movimento delle pupille; lei si sollevava il cappuccio del giubbotto e sgattaiolava verso la via Primo Settembre.

Viveva con una costante fame di amore e attenzione, lei, ma nel momento in cui ne riceveva anche solo un briciolo, non era capace di accoglierne. Anzi, rifuggiva ogni forma di interesse. Forse per timidezza, forse per orgoglio, forse per poca autostima. La sua vita era spaccata in due: da un lato, il sogno di essere brava, bravissima, la migliore; dall’altro, la ricerca della noncuranza, di una meritata pace mentale. Era fatta di contraddizioni, d’altronde.

Tornava indietro su suoi passi, di nuovo sul lungo mare. Era quasi buio: i pescatori ritiravano le reti, le madri coi bambini rincasavano. Il mare sembrava inseguire questo intreccio di vite in movimento spingendosi oltre il bagnasciuga pietroso, poi tornava indietro. Lei si sedeva sui sassi e pensava. “Tu non devi pensare, devi agire!”: questo era il rimprovero che molti le riservavano, come appollaiati su un pulpito, additandola in tutta la sua miseria. “Ma la gente che non pensa come fa?” si diceva.

Forse era vero che aveva sbagliato tutto; forse aveva sbagliato a impiegare tutta la forza dell’anima nella scrittura, nei racconti e nelle poesie; forse avrebbe potuto fare altro, tipo tirarsi fuori dalle sue angosce e correre spensierata verso l’orizzonte.
Aveva un grande desiderio e un grande timore ed entrambi convergevano nello stesso punto cardinale: essere stupida. Desiderava essere stupida per essere felice; temeva di essere stupida, ma così tanto stupida da suscitare riso.
Nel frattempo, Viale della Libertà si patinava di ombre fredde; l’aria era umidiccia. Meglio rincasare.
Sulla strada di casa, con le mani sprofondate nelle tasche, non poteva fare a meno di pensare a quella irriverente poesia di Dorothy Parker.

I rasoi fanno male,
i fiumi sono freddi,
l’acido lascia tracce,
le droghe danno i crampi,
le pistole sono illegali;
i cappi cedono,
il gas è nauseabondo…
Tanto vale vivere.

Già. Sorrideva. Tanto vale vivere!