La scelta come Identità

Scegliere è un’azione consapevole, attraverso cui l’individuo attesta a sé stesso e alla società in cui vive la propria identità. Ma è anche un diritto fondamentale – come dimostra la nostra Costituzione — per ogni essere umano.

Fino agli inizi del XX secolo, la possibilità di scegliere, non solo in senso politico, ma anche dal punto di vista etico-morale, non è stata prerogativa di tutta la popolazione. Infatti, era solo una parte di essa a poter contribuire al raggiungimento di una determinata decisione.

La conquista di alcuni diritti, come il suffragio universale del 2 giugno del 1946, non è un privilegio, ma il frutto di lotte e conquiste. Noi, in quanto esseri umani, non possiamo dimenticarlo. Sarebbe un grave torto nei confronti di coloro che, per quella possibilità di scelta, hanno dato la propria vita.

 Lo zōon politikòn aristotelico

Scegliere, dunque, non è un accessorio della libertà, ma la sua stessa sostanza.

Nel IV secolo a. C., Aristotele definiva l’essere umano come zōon politikòn, in quanto è portato per sua stessa natura a vivere e realizzarsi all’interno della pòlis.

La distinzione che Aristotele traccia tra l’uomo e gli altri animali risiede nel possesso del lògos. Mentre gli animali si limitano a segnalare impulsi immediati come il piacere o il dolore, l’essere umano è l’unico a possedere la parola e il pensiero razionale.

Il lògos non serve solo a descrivere il mondo, ma a interpretarlo: è lo strumento attraverso cui l’individuo discerne il giusto dall’ingiusto, l’utile dal dannoso, e il bene dal male. Di conseguenza, la scelta diventa l’esercizio massimo della propria funzione sociale: non si sceglie nel vuoto, ma sempre in relazione agli altri.

Partecipare attivamente alle decisioni della propria comunità — assumendo la propria posizione — non è dunque un’opzione facoltativa; al contrario, è la condizione necessaria per la fioritura dell’individuo.

Colui che si sottrae alla scelta o ne viene privato non è semplicemente «meno libero», ma vede compromessa la sua stessa dignità di essere umano.

L'Assemblea, luogo deputato alla scelta, nell'Antica Grecia
L’Assemblea nell’Antica Grecia
Fonte: https://www.greciaroma.com/polis-democrazia

Dalla scelta alla costrizione: il Leviatano

Se la prospettiva aristotelica vede nello Stato il compimento naturale dell’essere umano, la visione di Thomas Hobbes si colloca su un piano diametralmente opposto, freddo e brutale.

Per il filosofo inglese, lo Stato non è un’evoluzione spontanea, ma un artificio, una costruzione necessaria per porre rimedio a una natura umana intrinsecamente conflittuale. Gli esseri umani, perciò, non sono «animali politici» portati alla collaborazione, ma individui mossi da un’insaziabile ambizione e da un profondo timore reciproco.

In questo scenario, l’assenza di un potere comune scatena ciò che definisce bellum omnium contra omnes, dove homo homini lupus. Per uscire da questo incubo di violenza costante, gli uomini compiono l’atto più radicale della loro esistenza: scelgono di costituire un potere sovrano.

Tuttavia, a differenza della partecipazione attiva auspicata da Aristotele, la scelta hobbesiana è un atto di sottomissione totale. Per Hobbes, infatti, la scelta è irreversibile e unilaterale, e questo perché il patto non avviene tra  il sovrano e i sudditi, ma solo tra quest’ultimi.

In questa visione, la scelta dell’individuo esaurisce sé stessa nell’istante in cui viene compiuta: scegliamo di avere un sovrano per evitare la morte, ma in quel momento rinunciamo alla nostra facoltà di scelta futura.

Il Leviatano
Il Leviatano
Fonte: https://www.repubblica.it/robinson/2021/03/17/news/ferraris_hobbes_rapporto_tra_paura_e_politica-300855148/

L’Aut Aut, la scelta dell’esistenza.

Ma scegliere non si configura solo sul piano politico: con Søren Kierkegaard, ci spostiamo nell’intimità dell’essere per cui la scelta diventa il centro dell’esistenza stessa.

Per il filosofo danese, l’uomo è l’unico al quale si può attribuire il termine «esistenza», proprio perché è l’unico chiamato a decidere il proprio destino. A differenza degli animali —che seguono un binario istintuale predefinito — l’essere umano è un progetto in continua costruzione, definito unicamente dalle sue decisioni.

Tuttavia, la libertà e la scelta sono anche un doloroso fardello, perché presuppongono l’angoscia, ovvero il sentimento del nulla che scaturisce dall’impossibilità di sapere ciò che accadrà in futuro.

Essere liberi vuol dire avere davanti a sé un ventaglio di opportunità: scegliendone una, si esclude il resto e ci si assume il rischio che quella via intrapresa porti a un fallimento. Per tale motivo Kierkegaard, nella sua vita, ha preferito non scegliere per evitare di farlo erroneamente, rimanendo così al grado zero della sua esistenza.

Questa via — afferma egli stesso — è, però, la peggiore che si può intraprendere, in quanto la non-scelta non ci consente di vivere.

Søren Kierkegaard
Søren Kierkegaard
Fonte: https://www.fondazionefidesetratio.it/how-we-meet-kierkegaard/

Ciò dimostra che l’uomo è tale anche grazie al suo potere decisionale. Questa consapevolezza trova la sua eco più potente e severa nell’Inferno dantesco. Alle porte del suo viaggio, il Sommo Poeta incontra gli Ignavi, riservando loro il disprezzo più profondo.

«Questi non hanno speranza di morte, / e la lor cieca vita è tanto bassa, / che ’nvidiosi son d’ogne altra sorte. / Fama di loro il mondo esser non lassa; / misericordia e giustizia li sdegna: / non ragioniam di lor, ma guarda e passa.»

Divina Commedia, Inf. III.

Gli Ignavi, perciò, sono l’antitesi dello zōon politikòn di Aristotele e il fallimento esistenziale kierkegaardiano.

Oggi, in un’epoca in cui spesso diamo per scontata la nostra libertà di espressione, il monito di Dante risuona più attuale che mai: scegliere — che sia una decisione esistenziale o politica — è l’atto di resistenza supremo contro l’anonimato e l’indifferenza.

 

Marta Adamo

Fonti:

Aristotele – Politica;

T. Hobbes – Leviatano;

S. KierkegaardAut Aut.