L’ultimo canto di Chris Cornell: un diario segreto tra note e parole

Il diciassette maggio del 2017 si conclude l’ultimo concerto di Chris Cornell al Fox Theatre di Detroit, Michigan. I Soundgarden si dissolvono tra le luci della ribalta, in una salva di applausi. Poche ore dopo, si sarebbe spenta la fiamma di uno dei più importanti esponenti del grunge. Quando la voce di Chris
Cornell tesse nell’aria satura del teatro le parole “nelle mie ultime ore di vita, non voglio che nessuno pianga”, nessuno coglie il prodromo di una morte annunciata.
Diciotto maggio 2017: la verità è inequivocabile. Il Fox Theatre di Detroit ha registrato quello che sarebbe stato l’ultimo canto del leggendario Chris Cornell.
Adesso, è necessario tracciare un’analisi, per quanto possibile, dell’artista. Introverso e dotato di un intelletto sottile, Chris Cornell intravede nella musica un viatico per connettersi con la propria sfera emotiva; per raccontare le fragilità personali e, più ampiamente, della poliedrica gioventù grunge, abbracciandone ogni cromatismo. Frontman di alcune delle più importanti band dell’omonimo panorama — Soundgarden, Audioslave, Temple of the Dog —, Cornell ha lasciato un’eredità musicale ricca di confessioni: un vero e proprio diario segreto all’interno del quale i nodi dell’anima diventano stilema sonoro.

Black Hole Sun (Soundgarden) – Una nuova realtà emersa (13/05/94)

«Quello che è interessante per me è la combinazione di un buco nero e di un sole. Un buco nero ha una massa miliardi di volte superiore a quella di un sole, è un vuoto, un gigantesco cerchio di nulla, e poi c’è il sole, il donatore di tutta la vita. Era questa combinazione di luce e oscurità.» (C. Cornell)
Nata dalla suggestione successiva a una maratona di film horror, come dichiarato dallo stesso Cornell, Black Hole Sun è senza dubbio uno dei capisaldi del genere. Nata dalla mente del frontman e dall’uso di un amplificatore Leslie — che a detta di Cornell avrebbe connotato il brano con un suono beatlesiano —, la canzone è la perfetta traduzione sonora di un’alienazione totale. È la transizione da una realtà preconfezionata a un conturbante mondo onirico che mette a nudo la prosaicità e le contraddizioni del mondo moderno.
Sebbene le dichiarazioni riguardo al significato del brano scarseggino e siano piuttosto criptiche, è possibile scorgere al suo interno una vera e propria dichiarazione ontologica. “Siamo abbastanza strani così come siamo”, affermava Chris Cornell, “e siamo stanchi di provare a non esserlo”. Ha funzionato. È stata una grande lezione. Non è forse questa, poi, l’essenza madre del grunge: la rottura degli schemi archetipici della performance sociale? Black hole sun, won’t you come, wash away the rain? Forse la pioggia non è che la patina impeccabile che ricopre le azioni umane, i volti, le consuetudini. Il sound che caratterizza il brano è decadente; l’accordatura in Drop D (con la sesta corda abbassata a Re)conferisce al suono una sensazione di sfilacciamento, di narcosi. La perdita del senso della realtà, o il suo definitivo ritrovamento?

Say Hello 2 Heaven (Temple of the Dog) –Il dolore condiviso (16/04/91)

Il diario segreto di Cornell si apre drammaticamente già all’inizio degli anni Novanta, quando la scena di Seattle viene scossa dalla prematura scomparsa di Andrew Wood, carismatico frontman dei Mother Love Bone e suo compagno di stanza. È un abisso che Cornell decide di elaborare nell’unico modo che conosce. Lo traduce in musica. Nasce così Say Hello 2 Heaven, un brano che darà il via al progetto unico dei Temple of the Dog, unendo i membri superstiti dei Mother Love Bone a futuri pilastri del rock come Eddie Vedder e Mike McCready.
Say Hello 2 Heaven è una straziante elegia funebre. Fin dall’arpeggio blues iniziale, l’atmosfera è carica di una solennità quasi sacrale. Il testo rifiuta le risposte preconfezionate e i finti conforti di fronte alla perdita, affrontando direttamente la rabbia e lo smarrimento del distacco. La performance vocale di Cornell in questo pezzo è considerata una delle vette più alte della sua intera carriera: la transizione dai toni caldi e sofferti delle strofe fino agli acuti disperati del finale suona come una vera e propria catarsi. Chris Cornell rivela così doti “meta-canore”: non solo sta cantando una canzone; sta urlando al cielo il dolore di un’intera generazione che cominciava a fare i conti con la propria fragilità, trasformando un tributo privato in un inno universale all’assenza.

chris cornell

Like a Stone (Audioslave) – L’attesa dell’ineluttabile (28/01/03)

Chris Cornell riceve un’educazione cattolica, dopodiché sembra prendere le distanze da qualsiasi religione. Eppure, i riferimenti alla sfera sacra nei suoi brani non mancano. Ne è un esempio Like a Stone, uno dei brani più celebri degli Audioslave, che racconta la storia di un uomo al termine della sua vita. In una stanza in penombra e pervasa dalla solitudine, egli legge un testo che ricorda le Sacre Scritture. I’ll wait for you there like a stone, canta Cornell. Annuncia così non un rifiuto della morte, ma
un tentativo di connessione, di congiungimento con essa. Le radici che lo tengono ancorato alla dimensione tellurica pian piano si assottigliano, si sfibrano: continua l’elevazione verso una dimensione ultraterrena. And on my deathbed, I will pray to the gods and the angels, like a pagan to anyone who will take me to heaven. Ancora una volta, emerge la profonda sensibilità di Chris Cornell, capace di scandagliare l’animo umano persino nei momenti più critici, come l’attesa di un evento ineluttabile quale la morte.
Particolarmente espressivo è il ritornello, in cui il frontman fa sfoggio delle sue incredibili doti vocali: partendo dal suo registro grave di baritono, è capace di acuti graffianti e di una voce sandy, sabbiosa, che rende il brano particolarmente intenso.

Nearly Forgot My Broken Heart –La maturità acustica e la resilienza (11/09/15)

Se con i Soundgarden prima e gli Audioslave poi Chris Cornell aveva abituato il mondo a un rock monolitico e viscerale, la sua produzione solista — che culmina nel 2015 con l’album Higher Truth — svela un cantautore più intimista, folk e acustico. Il singolo di lancio, Nearly Forgot My Broken Heart, si inserisce in questo percorso come una gemma di rara vulnerabilità, un capitolo in cui il diario segreto dell’artista si tinge di sfumature dolci e amare al contempo.
Il titolo stesso, “Quasi dimenticavo il mio cuore spezzato”, racchiude una delle riflessioni più umane della sua intera discografia: la capacità umana di affrontare il proprio stesso dolore. Il brano racconta la distrazione salvifica; quel momento sospeso in cui lo scorrere della vita o un nuovo incontro riescono a insinuarsi tra le crepe di un’anima ferita, concedendole una tregua dal tormento. È un inno alla resilienza, alla sorpresa di scoprirsi ancora vivi quando ci si credeva ormai consumati dalla sofferenza.
«Ogni volta che scrivevo una canzone triste, temevo potesse suonare rassegnata. Ma con questo brano ho capito che c’è sempre una linea sottile tra il peso del passato e la speranza che qualcosa, all’improvviso, ti distragga da esso.» (C. Cornell)
Musicalmente, il pezzo è un lavoro di artigianato folk-rock, guidato da un arrangiamento insolito ed evocativo. Lo scheletro del brano non è costituito dalle chitarre distorte; è un fraseggio ipnotico di mandolino elettrico a otto corde a conferire alla traccia un retrogusto antico ancestrale. La tensione dinamica resta comunque il marchio di fabbrica di Cornell: la melodia parte sommessa, confidenziale, per poi aprirsi nel ritornello in un crescendo orchestrale dove gli archi filano un tessuto sonoro cinematografico e avvolgente.
Anche la performance vocale si adegua a questa nuova maturità. Lontano dagli acuti laceranti degli esordi, la voce di Cornell si faceva qui vellutata, calda e profondamente espressiva. Il diciotto maggio, dunque, smette di essere la semplice ricorrenza di un lutto per farsi memoriale di un artista colto e raffinato, un intelletto capace di fotografare le fragilità dell’animo umano e di trasformarle in un’eterna eterna grammatica sonora.

Federica Grasso