La storia di Matilda iniziò con un elogio. Una parolina semplice, quasi banale, ma di una potenza tale da sconvolgerle la vita: «Bravissima!»
Matilda non ricordava il motivo per cui glielo avessero detto, quella prima volta. Ma la sensazione che le diede… no, quella non avrebbe mai potuto dimenticarla.
Non aveva che quattro anni o poco più, eppure le fu subito chiaro – una chiarezza troppo matura per la sua età – che avrebbe fatto di tutto per sentirla ancora.
Quindi, il giorno dopo, con impegno e ben lontana dagli occhi dei suoi genitori, andò in perlustrazione, in giro per casa sua, alla ricerca di motivi per guadagnarsela.
Riordinò le scarpe davanti alla porta, allineandole e sistemandole per colore, rifece il suo lettino, pur essendo ancora troppo bassa per raggiungere l’altra estremità, e provò a lavare i piatti, spostando una sedia contro il lavello e indossando i grandi guanti gialli lasciati lì accanto.
Sua madre la trovò così. Rise di cuore, meravigliata, e la afferrò da sotto le ascelle, facendola girare in aria.
«Bravissima!»
Oh, che felicità! Il cuore le batteva forte in petto, al suono soave delle sue dolci sillabe. Erano capaci di farle arrossare le guance e di arricciarle le dita dei piedi dentro le ciabattine.
Quando, tempo dopo, la maestra chiese in classe cosa lei e i suoi compagni volessero diventare da grandi, Matilda non ebbe dubbi su cosa rispondere.
«Voglio essere bravissima.»
Così, divenne la migliore della classe, con tutti dieci in pagella. Venne scelta come prima ballerina nel saggio di fine anno e come solista nel coro dell’oratorio.
Vinse ogni olimpiade di matematica della scuola media, tutti i concorsi di poesia e gare di nuoto.
Venne eletta rappresentante di classe ogni singolo anno del liceo e si aggiudicò una borsa di studio per l’università dei suoi sogni, superando qualsiasi altro ragazzo che avesse fatto domanda per quel posto.
Tutto era perfetto. Lei era perfetta: una studentessa perfetta, una figlia perfetta, un’amica perfetta, una fidanzata perfetta.
Ogni suo traguardo premiato con la sua parola preferita in assoluto: bravissima.
Non poteva chiedere di meglio.
Eppure, Matilda era ben lontana dall’essere contenta.
La gratificazione durava sempre troppo poco per soddisfarla davvero a pieno. Quel calore, che da bambina l’aveva accesa, ora era alla stregua di una flebile fiammella.
Quindi, ricercava ossessivamente altre occasioni di appagamento, dando fondo a tutte le sue energie per rincorrere un risultato. Non importava più nemmeno quale.
Le pareva di esistere solo in quel frangente. Quando i riflettori del successo illuminavano la voragine tetra che aveva preso il suo posto.
La storia di Matilda iniziò realmente quando, ormai ventenne, osò ascoltare ciò che quel buco nero le aveva sussurrato all’orecchio per tutta la sua esistenza.
«Pensi che donando tutto, riceverai affetto? Non sei bravissima: sei solamente una disperata.»
Matilda arretrò davanti la crudeltà di quella voce, negò l’evidenza. Finse che quelle frasi non avessero alcun peso, alcuna veridicità.
Ma le parole avevano sempre avuto un grande ascendente su di lei, e, una volta pronunciate, non potè più ignorarle.
La storia di Matilda finì quando la ragazza prese atto del suo vuoto. Quando accettò che non era la somma delle sue vittorie, quanto più il prodotto dei suoi fallimenti.
Era stata così tanto presa dall’incarnare un ideale da non conoscersi affatto. Non sapeva cosa le piacesse davvero, chi volesse essere, dove desiderasse arrivare.
Nel dubbio, fece un primo passo. Senza ambizione, senza un obbiettivo preciso.
Sarebbe semplicemente stata.
Valeria Vella