David Bowie, dieci anni dopo la sua scomparsa, sembra riemergere dalle sabbie mobili del suo pensiero. La persona dietro l’artista, quel mortale col potenziale di un superuomo, la cui musica riuscì ad abbattere muri e superare confini. Le vicende dell’artista britannico, stavolta, hanno come sfondo la fredda Berlino degli anni ’70. Reinhard Kleist, con la graphic novel LOW, ci rende spettatori del periodo blu – o, meglio, berlinese – di David Bowie.
Da Los Angeles a Berlino: fuga dai riflettori
Oh, is there concrete all around or is it in my head?
Mentre queste parole riecheggiano nella nostra mente, qualcosa sembra cambiare intorno a noi. Ad un cielo plumbeo, fa da contraltare l’atmosfera pesante della grigia capitale tedesca. Siamo negli anni in cui, facendo eco alle parole del duca bianco, si parla di Bombe A e Bombe H. Eppure l’aria intorno a noi è immobile, come avvolta in una calda brezza.
Il muro di cui parla Bowie non è solo l’enorme cinta che contrappone città ed ideologie. “Concrete” rappresenta anche quell’invisibile parete che separa Ziggy dalla sua Los Angeles. L’artista, disconnesso da una realtà che non riesce più a comprendere, decide di lasciare gli Stati Uniti. La meta è proprio l’apatica capitale tedesca, cui si contrappongono quegli accesi colori che rimandano ad un’epoca ormai passata.
Un esausto Bowie vagabonda per le strade di Berlino Ovest, tentando di allontanare da sé la luce dei riflettori. Tutt’intorno tace, mentre il Duca lascia il proscenio. La vita davanti alla platea, fatta di eccessi e sregolatezza, appariva ormai come una sorta di gabbia dorata. Ziggy Stardust rischiava di essere risucchiato nella sua mente. In questo senso, la quiete del periodo tedesco fu terapeutica per un artista sull’orlo dell’autodistruzione.
I can remember
Standing, by the wall
And the guns shot above our heads
Interlocutrice privilegiata del Duca Bianco è, ancora una volta, la musica. Mentre si avvicina al microfono, il tempo sembra fermarsi, immergendosi in un eterno istante. La città tedesca permette al cantante britannico di dare un senso alla superficialità figlia dell’inaspettata celebrità. Figlia di quest’esperienza è la trilogia composta da Heroes, Lodger ma soprattutto Low, da cui prende il nome la graphic novel di Kleist.
In questo periodo, dobbiamo immaginare la musica del Duca Bianco come il prodotto di un pittore che, parafrasando Da Vinci, dipinge solo ciò che vede. Mentre osserva la tela bianca davanti a sé, lo sfondo è oppresso dall’onnipresente Weeping Wall, il Muro di Berlino. La grigia città tedesca, in questo periodo, ridà vita all’artista. Una scena in particolare, nella graphic novel, coglie appieno l’alienante atmosfera che trasparirà dalle note di Ziggy.
Vediamo un uomo, girato di spalle, avvicinarsi alla parete in cemento armato. Non lo vediamo in volto ma sappiamo che, probabilmente, avrebbe voluto urlare. Il suo grido, oltrepassando quei mattoni grigi, avrebbe raggiunto Berlino Est. La terra teutonica, sarà poi ricordata come patria di Eroi, stoici nonostante le armi sopra il capo.

“Berlin, because of the friction”
Blue, blue, electric blue
That’s the colour of my room
Where I will live
Questa strofa, forse, ci permette di descrivere lo stato d’animo dell’artista appena arrivato in Europa. Il suo periodo blu, figlio di un’angoscia che, per Ziggy, rappresentò un astratto muro di Berlino. Issando le nostre vele rosse, Kleist accompagna il lettore nella paradossale Mecca del Rock che fu la capitale tedesca.
Ogni tavola sembra parlare con una melodia diversa. Qui eccoci attratti dal sound elettronico dei Tangerine Dream, la band a cui si deve l’influenza sull’opprimente atmosfera tedesca. Ora, invece, siamo travolti dalla sonorità motorik dei Neu!.
Ziggy Stardust, simbolo del suo periodo glam rock, lasciò la nostra Terra. A prelevarlo, la stessa navicella con cui si schiantò pochi anni prima. Bowie, gettata la maschera, decide di calcare nuovamente quei palchi che avevano visto la sua ascesa e – fin troppo – repentina caduta.
Immergendoci nelle periferie di Berlino, anche noi facciamo la conoscenza dei personaggi che accompagnano il lento ritorno del cantante verso le luci della ribalta. Tony Visconti, Brian Eno e Iggy Pop non sono solo semplici comprimari ma figura cruciali in questa delicata fase della carriera del Duca Bianco.
Kleist traccia una biografia che attribuisce un ruolo inedito alla desolata Berlino. Vignetta dopo vignetta, appare palese che la città, lungi dall’essere un mero sfondo, sarà la vera protagonista. Arrivato dopo la sfiancante esperienza losangelina, l’artista si lascia alle spalle quella terra californiana che descriverà come un bubbone repellente.
La capitale tedesca fu la Trieste del musicista inglese. Saba, nell’attraversare le vie triestine ne incensava la scontrosa grazia. Perdendosi tra la folla, lontano da fama e riflettori, Bowie s’immerge nel silenzio di una città che descrisse come un rifugio e un santuario.
I colori forti, con cui siamo trasportati negli spenti quartieri teutonici, richiamano l’instabilità emotiva del cantante. In una città divisa dalla guerra fredda, la musica fu la salvezza dell’artista. Parlando della trilogia di Berlino, la definirà parte integrante della sua essenza di musicista: il suo DNA.
Anni dopo, all’apice di un ritrovato successo, le sue note furono le prime armi a scalfire il cemento armato. Il suo urlo, finalmente, può arrivare oltre quel muro.
I, I can remember (I remember)
Standing by the wall (By the wall)

Manuel Mattia Manti