Storie Invisibili: Il dolore “illegittimo” e l’isolamento dei fuoricorso

La ricerca di un motivo 

«Secondo te, perché bisogna avere un motivo per stare male?»  

Questa è una delle prime domande che ho posto a Beatrice (nome fittizio), dopo aver letto la sua risposta al nostro form e averla incontrata.  

Suppongo di essere una persona “normale”. So obbiettivamente di non avere nessun motivo per stare male, ma il malessere permane e tende a contaminare tutto ciò che mi circonda. Tutti i miei rapporti e il modo in cui mi percepisco, in generale. Non ho alcuna diagnosi, e anche questo pesa: il fatto di non sentirmi legittimata nell’esternare il mio dolore e parlarne. Vorrei affrontare proprio questo discorso: come i problemi mentali possano colpire anche le persone “normali”.

Beatrice ha 23 anni: è una studentessa fuori sede e frequenta un corso di laurea triennale all’Università di Messina.  

Racconta di aver vissuto una vita abbastanza tranquilla, in una famiglia nella “norma”. Eppure, ha sempre percepito qualcosa di “stonato” nel suo modo d’essere. Già all’età di cinque anni, era una bambina particolarmente timida e sensibile, che rimuginava su cose come l’inevitabile scorrere della vita, la morte e il riscaldamento globale. 

Alla mia domanda ha sospirato con fare un po’ rassegnato, ma ugualmente deciso: «È come se non avessi una voce, in questo senso» ha detto. «È comune sentirsi dire: “Pensa a chi sta peggio”, no? Quindi si è quasi spinti a sopprimere il proprio malessere perché non ha ragione di esistere.»

Questo preconcetto ha accompagnato Beatrice per buona parte della sua vita, divenendo particolarmente preminente a seguito del suo ingresso all’università. 

«Certe volte era quasi come se mi augurassi di avere qualcosa di grave, di riconosciuto, di diagnosticato… che giustificasse agli occhi di tutti – della mia famiglia, dei miei amici, della società – questo mio stato. Facevo visite di ogni genere, alla ricerca di una causa» ha raccontato, rammentando la frustrazione provata nel non ricevere le risposte desiderate. 

«Un’etichetta, per quanto paradossale, mi avrebbe permesso di vivere il mio dolore con serenità. Mi sarei sentita legittimata. Avrei avuto una giustificazione che mi permettesse di mettere da parte l’università, o qualsiasi altra cosa, per curarmi.»

Un pensiero apparentemente paradossale, ma radicato da secoli nella mentalità dell’essere umano che, gerarchizzando la sofferenza sulla base di valori biometrici standardizzati, è incapace di contemplare la veridicità delle esperienze umane, soggettive, inquantificabili e mai pienamente comprensibili. 

“Il dolore mentale è meno drammatico del dolore fisico, ma è più comune e anche più difficile da sopportare. Il tentativo di nascondere i frequenti dolori mentali ne aumenta il peso: è più facile dire “Il mio dente fa male” che dire “Il mio cuore è spezzato.” 

C.S. Lewis lo scriveva nel 1961. Viene da chiedersi se, ad oggi, sia possibile dare una risposta univoca a questa domanda: fa più male un ascesso dentale o un cuore spezzato?  

Ma, soprattutto, a chi è concesso il diritto di stabilirlo? 

Dalla vulnerabilità dell’infanzia alla solitudine universitaria 

Tratteggiando la sua infanzia nel tentativo di risalire all’origine di ciò che definisce il malessere”, Beatrice ha spiegato come il bullismo subito alle scuole medie abbia aggravato e dato forma ad una vulnerabilità già preesistente.  

«In quegli anni, in cui c’è una grande attenzione al corpo e a come si appare, quel malessere si è palesato sotto forma di disturbi alimentari» ha raccontato. «Penso ci fosse una certa influenza anche da parte della mia famiglia, in particolar modo di mia madre. Poi, in generale, la famiglia siciliana – si sa! – si prende il diritto di esprimersi in contesti in cui sarebbe meglio tacere.»  

I primi campanelli d’allarme, però, risalgono a molti anni prima, a quando Beatrice, alle scuole elementari, scrisse un tema che preoccupò particolarmente le sue maestre. Convocarono persino i genitori, per esortarli ad intervenire. Ma la salute mentale è sempre stata un tabù in famiglia, quindi non fecero nulla.  

«Per quanto riguarda i disturbi del comportamento alimentare, c’è stato un anno in cui ero visibilmente malata: a casa non toccavo cibo e avevo continui svenimenti. Ma andava bene, perché ero magra. Fino a quando una persona appare piacevole esteticamente, allora va benissimo.» 

Beatrice spiega di aver più volte tentato di parlare con i suoi genitori, che fosse in merito ai disturbi alimentari, alle difficoltà all’università, all’inerzia nel vivere o al senso di inferiorità che provava. Durante gli anni delle scuole medie non ha mai nascosto di venire bullizzata, ma veniva puntualmente liquidata con un: “Ti devi fare le ossa, devi gestirtela da sola” 

«Non era una cosa che noi, in famiglia, ci potevamo permettere. Perché non eravamo persone deboli» ha specificato scuotendo il capo. Anche lei ne era convinta, ai tempi.  

«Per molto tempo ho pensato che potessi risolvere tutto da sola, che fosse veramente una questione di mancanza di volontà e stessi lì a crogiolarmi nella sofferenza, perché era una zona di comfort. Credevo fosse tutta una questione di pigrizia. Ma non era affatto così, perché, nella vita, l’ambizione e la determinazione non mi sono mai mancate. Così come i sogni, le speranze, i desideri…»  

Da quando ha cominciato l’università, Beatrice si è trovata a dover fronteggiare ulteriori dinamiche a cui non era preparata, come ambientarsi in una nuova città, lasciare la propria famiglia e conoscere la solitudine 

«Prima pensavo di stare bene da sola. Credevo fosse un rifugio volontario. Invece qui è stata un’imposizione completamente fuori del mio controllo 

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Il vicolo cieco e il peso del fuoricorso 

Gli ultimi mesi sono stati particolarmente complicati per Beatrice, che ha creduto più volte di essere sull’orlo di un crollo mentale 

«Sentivo di impazzire e non riuscivo a gestire gli aspetti più semplici della mia vita. C’erano momenti in cui mi sentivo quasi apatica, dissociata. Mi sembrava di non essere dentro me stessa» ha spiegato con veemenza. «In altri momenti, invece, sentivo tutto in maniera amplificata e, da un pensiero intrusivo, partiva una valanga.»  

In quei momenti Beatrice racconta di aver avuto anche dei sintomi fisici, come tachicardia e attacchi d’ansia.  

«Non riuscivo a gestirli, non sapevo cosa fare. Mi sembrava tutto insormontabile.»  

La maggior parte delle volte, questo “malessere” partiva da riflessioni inerenti agli esami universitari e alla stesura della tesi. «Poi, da lì, tutti gli altri pensieri: il disagio con me stessa, i problemi relazionali, che fossero amicali o romantici…» 

Ma è l’università ad occupare uno spazio preponderante nella sua mente.   

Soprattutto, in quanto studentessa fuoricorso 

«Vivo questa cosa con grande vergogna»  ha confessato. «È come se fosse diventata la mia intera personalità e la mia esistenza venisse sintetizzata nel termine “fuoricorso”. Le persone non chiedono “come stai?”, ma “ti sei laureata?”.  E, a meno che tu non svolga qualche attività all’interno dell’ateneo, essere fuoricorso vuol dire anche isolamento. È come se venisse meno il sentirsi uno studente, in un certo senso… Come essere dimenticati.»  

Per lei essere fuoricorso significa “vivere con una spada di Damocle sulla testa”. Il suo solo obiettivo è quello di terminare quanto prima il percorso accademico, non essere ulteriormente in “ritardo” e poter, finalmente, vivere nel presente e non più nel passato.  

«Alla fine, vai avanti per inerzia: non ti interessa più studiare, imparare davvero qualcosa, basta dare gli esami e andare avanti. Non importa se perdi pezzi per strada, se non riesci più a dormire, se non hai più una vita sociale, hobby, svaghi… basta laurearsi. Poi si può vivere.»  

«Senti di aver perso dei pezzi per strada?» le ho chiesto. 

Beatrice ha prontamente annuito. «Alle scuole superiori ero considerata una “testa brillante”. A me non è mai importato particolarmente dei voti o dell’essere la più brava. Avevo solo un genuino interesse per lo studio e volevo conoscere il mondo. Avevo proprio una grande curiosità! Ecco, questo è sicuramente il “pezzo” più importante che ho perso.»

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Ad oggi, a detta di Beatrice, non c’è più tempo per la curiosità.  

«Devi immagazzinare una quantità assurda di informazioni, non puoi permetterti di approfondire aspetti che potrebbero solo rallentarti. Penso sia un problema del sistema universitario» ha aggiunto. «Sono insoddisfatta del mio percorso. Penso: tutto questo sacrificio… e poi cosa mi è rimasto? Prima avevo un interesse genuino per lo studio, ora è tutto finalizzato agli esami».  

Beatrice ha vissuto gli ultimi anni con un solo (e costante) pensiero: “Poi posso vivere”

«Penso a quante esperienze non ho vissuto perché il senso di colpa mi spingeva a rinunciare. Ogni momento libero poteva essere un’occasione da dedicare allo studio. Avrei potuto, banalmente, vivere un po’ di più la mia famiglia, la mia relazione…quanti libri non ho letto!»  

Le relazioni filtrate 

Beatrice racconta di aver vissuto con molta angoscia gli anni della scuola, sentendosi frequentemente sottoposta al giudizio altrui.  

«Vivevo male i rapporti interpersonali. E avevo la costante impressione di non essere necessaria nelle vite degli altri

Con il tempo, ha cominciato a defilarsi personalmente dalle relazioni, credendo di fare un favore a tutti. Ma adesso, come nel caso dei disturbi alimentari e dell’ansia sociale, riferisce degli importanti miglioramenti 

«Ci sono sempre dei pensieri di fondo: che le persone stiano parlando male di me, che a nessuno importi quel che ho da dire o, semplicemente, di non valere abbastanza.»

In passato, Beatrice si definiva un soprammobile«Dove mi mettevano, stavo. Era questo lo spazio e la forma che prendevo nella vita delle persone.»

O almeno, fino a circa un anno fa.  

«Mi facevo “piccola” perché non volevo arrecare disturbo. Non condividevo nulla di me: gli altri non mi conoscevano davvero, avevano una visione che non coincideva con la persona che sono. Ero quella che sapeva ascoltare, e basta. Pensavo fosse l’unico contributo che avrei potuto dare alle loro vite.»

Quello che vizia i rapporti, secondo Beatrice, è proprio questo: credere di dover dare tutto, per meritarsi affetto. E, nella sua percezione, lei non dà mai abbastanza.  

«Penso spesso che gli altri mi sopravvalutino; che mi vedano più valorosa di quel che sono. Evidentemente, so fingere molto bene e loro non hanno capito nulla. O invece, magari» aggiunge ridacchiando, «quella che non ha capito nulla sono io. Le persone che mi vogliono bene, non mi apprezzano per quel che do, ma per ciò che sono 

Con il tempo però, passo dopo passo, le cose sono migliorate: «Ho finalmente capito che con gli amici potevo essere a mio agio, anche mostrandomi scomoda. Ascoltarmi non li metteva in difficoltà, anzi, mi incentivavano a parlare con domande attente. Tutto è cambiato quando ho visto interesse. E cura».  

Se fino a poco tempo fa, Beatrice si reprimeva, ad oggi si lascia guidare da un semplice pensiero: parlare significa dare a chi ci sta intorno la possibilità di scegliere se esserci o meno. Sta imparando a chiedere aiuto, anche a rischio di fare oversharing o risultare scomoda. 

«Non prendo più la decisione al posto loro. Mi espongo, mi metto a nudo, poi sta agli altri decidere cosa fare

Chiedere aiuto 

Beatrice si è sempre detta che quando avrebbe avuto un lavoro e dei soldi propri, si sarebbe rivolta ad un professionista. Ma, specie in quest’ultimo periodo, ha capito che non può più aspettare.  

«Parlo tanto di futuro, ma devo pensarci ora. Proprio in funzione di questo fantomatico futuro, che va costruito nel presente.»

Così ha deciso di rivolgersi al CERIP, il Centro di Ricerca e Intervento Psicologico dell’Università. 

Fonte: https://cerip.unime.it/it

«Mi sono decisa a contattare il CERIP perché sentivo di non potermi più fidare di me stessa. Avevo reazioni estremamente polarizzate: un giorno affermavo una cosa, il giorno dopo tutt’altra. Quando ho compilato il modulo ero sollevata, entusiasta. Però questa sensazione è progressivamente scemata, dal momento in cui non ho ancora ricevuto una risposta.»

Inizialmente è rimasta particolarmente spiazzata dal tipo di domande presenti nel form per richiedere l’accesso al servizio, in quanto molto specifiche e scomode.  

«Io l’ho compilato tranquillamente, però mi rendo conto che, per molti, potrebbe essere più complicato. Per fortuna c’è l’opzione che ti permette di procedere senza rispondere, però dovrebbero sicuramente lavorarci su.»

In questo periodo difficile, Beatrice confessa di aver ricevuto supporto e comprensione anche da parte del suo relatore: «È stato molto gentile, nell’incoraggiarmi e tranquillizzarmi, dicendo che non sono né la prima né l’ultima ad essere in difficoltà.»   

Alle volte questo è ciò di cui abbiamo più bisogno: sentirci dire che non siamo i soli a non sapere cosa stiamo facendo. E che, alle volte, va bene così. Non ci definisce.

Cosa rimane? 

Quando le ho chiesto quale fosse la sua più grande paura, Beatrice ha riflettuto a lungo. 

«Essere veramente invisibile nella vita degli altri. Avere la conferma che tutti i miei pensieri, a riguardo, avevano ragione di esistere. E, poi» aggiunge, «per quanto riguarda me stessa, la paura più grande è che non ci sia mai fine a tutto questo. Che non starò mai bene.» 

La verità è che Beatrice non sa come, se o quando starà bene. La sua unica certezza è che il cambiamento ha inizio dalle piccole cose.  

Parlarne ha dato il via a tutto.  

«Il confronto è sempre edificante: magari non fornisce soluzioni, ma alleggerisce. Che sia con gli amici o con la famiglia, anche senza risultati immediati, può portare chiarezza

In merito ai suoi genitori, non mostra alcun tipo di rancore: «Vorrei solo che non sottovalutassero la cosa» ha detto. «Che accettassero questa mia situazione, perché è un dato di fatto. Possono anche non condividere le mie scelte, ma comunque essermi accanto. Sai, parlano spesso del desiderare solo che io sia felice: basterebbe veramente poco per permettermelo. Eppure, continuano a nascondersi dietro i soliti pregiudizi.»

Però lei rimane ferma della sua idea: «Ci sono delle priorità…. e la priorità assoluta dovrebbe essere la propria vita. Tutto il resto viene in secondo piano.»  

Beatrice vuole tener vivo il desiderio di chiedere aiuto e l’amor proprio di sapersi aiutare. 

E mostrarsi per com’è – vulnerabile e, soprattutto, imperfetta – ha dato modo agli altri di starle accanto e volerle bene. 

«Penso che, nella mia esperienza, il contatto e il rapporto con le persone della mia vita, siano stati fondamentali. Avere legami reali e sinceri è qualcosa che ti arricchisce.» 

Quando stavamo per salutarci, Beatrice ha aggiunto qualcosa di apparentemente banale, ma fondamentale: «Sapere che c’è qualcosa di bello, che non è tutto negatività… È un pro alla vita, qualcosa a cui aggrapparsi 

Finché possiamo, finché ne abbiamo le forze, cominciamo da lì. 

Fonte: https://it.pinterest.com/pin/647111040229300369/

Valeria Giorgianni

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