Una stanza in disordine

Martedì, 14 ottobre. Ore 17:47. Café des Amis, via della Repubblica.

Piove. Non una pioggia violenta, ma quel velo grigio che cola sui vetri come saliva di un dio indifferente. Sono seduto al solito tavolo, quello all’angolo, con la gamba del legno scheggiata che mi ricorda ogni volta che il mondo è fatto di cose rotte e io sono uno di esse. Davanti a me, un caffè che si è raffreddato fino a diventare un liquido oleoso, opaco, assurdo.

Lo giro col cucchiaino e penso: esiste. Esiste senza ragione, come me, come questa città.

E poi la vedo arrivare.

Entra dal lato della porta a vetri, scrolla l’ombrello con un gesto meccanico, quasi meccanico quanto il mio. Capelli castani bagnati che si appiccicano alla fronte, impermeabile troppo grande per lei, scarpe da ginnastica infangate.

Non è bella nel senso in cui la bellezza è un’essenza. È qui. Il suo corpo occupa lo spazio con una presenza che non chiede permesso. Si chiama Clarissa, ma in quel momento era solo “lei”, l’Altro che irrompe.

Il mio cuore, o meglio, ciò che chiamo cuore per comodità linguistica, fa un balzo. Non un balzo poetico, no. Un balzo ontologico. Sento la mia libertà contrarsi, come una mano che si chiude di scatto su un oggetto che brucia. Perché proprio lei? Perché ora? La domanda mi assale prima ancora del desiderio. È giusto provare questo? È giusto? La parola “giusto” mi suona ridicola, un residuo di catechismo infantile, di valori inventati da altri per nascondere il vuoto. Eccola lì e la domanda mi rode come un tarlo.

Mi alzo. Non so perché. La mia mano agisce prima della mia coscienza, o forse è la coscienza che finge di essere in ritardo per non assumersi la responsabilità di quel gesto. L’abbraccio come sempre, dico qualcosa di banale sul tempo, sulla pioggia che “fa bene alle piante”. Lei ride. Una risata breve che non è diretta a me, ma al mondo. Si siede. Parliamo. Di niente. Di tutto.

E mentre parla, io la guardo. Sento che lei mi oggettiva, mi fa essere altro. E io, a mia volta, la sto riducendo a mero oggetto del mio desiderio? Il suo collo, la curva della clavicola sotto la maglia umida, il modo in cui le dita tamburellano sul tavolo come se battessero il ritmo di una libertà che non mi appartiene più. È amore questo? Mi chiedo. Io non voglio possederla. O forse sì. Voglio che lei mi guardi e dica “Tu esisti per me”. Voglio che la mia contingenza diventi necessità attraverso i suoi occhi.

Ma è giusto? La domanda torna, ossessiva. Giusto rispetto a cosa? Alla morale borghese che mi ha insegnato che l’amore deve essere puro, disinteressato, eterno? O rispetto alla mia libertà? Perché se scelgo di amarla, scelgo per tutti gli uomini. Scelgo un mondo in cui un uomo può innamorarsi di una donna in un caffè e sentirsi, per un istante, giustificato. E se non scelgo? Se reprimo questo sentimento come un impulso contingente, allora sono in malafede. Mi nascondo dietro la mia “razionalità”, dietro il “non è il momento”, dietro il “non sono abbastanza”. La malafede, forse, è proprio questo, fingere che i sentimenti siano cose che ci accadono, invece di progetti che noi siamo.

Mercoledì, 15 ottobre. Ore 9:12. La mia stanza.

La luce filtra dalle persiane mezze chiuse e proietta strisce sul pavimento come sbarre di una prigione che io stesso ho costruito. Non ho dormito. Ho ripensato a ogni sua parola. “Mi piace stare sotto la pioggia”, ha detto. E io ho sentito un brivido, è libera, pensa. Libera di bagnarsi, di perdersi. Io, invece, cammino sempre con una meta interiore per giustificare la mia esistenza.

Mi alzo, vado alla finestra. Fuori, la via è deserta. Un gatto nero attraversa la strada con passo felpato, indifferente. Anche lui esiste senza ragione, penso. Come me. Come Clarissa. Il pavimento scricchiola sotto i miei passi. Un desiderio irrompe e spacca la mia coscienza in due. Da una parte il desiderio di essere per lei; dall’altra la consapevolezza che lei è un’altra libertà, giovane, che io non posso possedere senza mutilarla.

È giusto provare questi sentimenti? La domanda non mi lascia. Se l’amore è solo un modo per fuggire dall’angoscia della libertà, allora sto già mentendo a me stesso. Sto usando Clarissa come un oppio ontologico. “Lei mi salverà dal vuoto”, mi sussurra la malafede. Ma la verità è che io sono condannato a essere libero anche nell’amore. Posso scegliere di amarla autenticamente, cioè sapendo che non c’è garanzia, che domani potrebbe svanire, che il suo sguardo potrebbe trasformarsi in disprezzo. O posso scegliere la malafede. Fingere che sia “destino”, “anima gemella”, “la cosa giusta”.

Giovedì, 16 ottobre. Ore 18:30.

Ci siamo rivisti. Questa volta al parco, sotto gli alberi spogli. Lei porta un giubbotto rosso, un rosso che si schianta contro il grigio del cielo. Camminiamo. Parliamo di Fellini. Lei dice: “Guido Anselmi non è cinico, è onesto. Rifiuta la menzogna sociale dell’amore”. Io annuisco, ma dentro di me urlo. E io? Io sto mentendo proprio ora?

Le tocco la mano per caso o forse non per caso. La sua pelle è fredda, umida di nebbia. Sento un’onda di calore che parte dal petto e arriva fino alle dita dei piedi. È desiderio. È amore? O è solo il mio sé che cerca di fondersi con il suo? Io voglio che lei sia oggetto per me, ma un oggetto che sia libero di scegliermi come fondamento. Impossibile. Un cerchio quadrato. Eppure, lo voglio. Voglio che lei mi dica “ti amo” e che con quelle parole diventi la mia essenza. Ma so che sarebbe malafede. Perché l’amore autentico sarebbe accettare che lei è un’altra libertà, irriducibile, che mi trascende sempre.

“Perché mi guardi così?” mi chiede all’improvviso. La sua voce è neutra, ma io ci leggo un’accusa. “Come?” rispondo, guadagnando tempo. “Come se mi analizzassi”. Ride di nuovo. Quella risata. Mi sento nudo. Lei mi ha pietrificato. Io non sono più Tommaso che scrive, che pensa, che esiste per sé. Sono l’uomo che la desidera, l’oggetto del suo possibile disprezzo o pietà.

Torno a casa correndo quasi. Mi chiudo in camera. Scrivo queste righe con mano tremante. È giusto? La domanda è diventata un ritornello. Giusto per chi? Per la società che mi vuole sposato, stabile, produttivo? O per me, che so di essere nulla se non scelgo? Se reprimo questo sentimento, scelgo la vigliaccheria, mi nascondo dietro il “non è il momento”, dietro il “devo concentrarmi sulla carriera”. Ma reprimere è ancora una scelta. Anche il rifiuto è un atto di libertà. E l’angoscia è proprio questo, sapere che non c’è scampo.

Venerdì, 17 ottobre. Ore 11:45. Biblioteca universitaria.

Polvere sui libri. Odore di carta vecchia, di inchiostro sbiadito. Prendo L’essere e il nulla dallo scaffale, lo apro a caso alla pagina sulle relazioni concrete con l’Altro. “L’amore è un tentativo di far sì che l’Altro mi liberi dalla mia libertà rendendosi fondamento di essa”. Chiudo il libro di scatto. È come se Sartre mi avesse spiato.

Io non posso. Io vedo il meccanismo. Vedo che amare Clarissa significherebbe accettare di essere responsabile non solo di me, ma di ciò che questo amore diventa per il mondo. Se la amo, affermo che l’amore tra un uomo e una donna può essere autentico nonostante tutto. Se non la amo, affermo il contrario.

Sabato, 18 ottobre. Ore 20:03. Cena a casa mia

Ho cucinato pasta al pomodoro, niente di speciale. Mangiamo in silenzio rotto solo dal tintinnio delle forchette.

Le confesso qualcosa. Non tutto. “A volte mi chiedo se i sentimenti siano veri o se li fabbrichiamo per non sentirci vuoti”. Lei mi guarda fisso. “E tu? Li fabbrichi o li vivi?” La domanda mi trafigge. Non so rispondere. Vorrei dirle “Ti amo già, ma non so se è giusto perché so che è un progetto di malafede”. Invece dico “Non lo so ancora”.

Mi bacia. Un bacio breve, sulle labbra, quasi sperimentale. Il mondo si ferma nella sua contingenza. Sento la nausea salire. Non per lei, ma per me. Per il fatto che questo bacio è una scelta. Io ho scelto di non ritrarmi. Ho scelto di lasciarmi invadere. E ora sono responsabile di ciò che seguirà.

Domenica, 19 ottobre. Ore 3:14. Notte insonne.

Cammino per la stanza. Il pavimento scricchiola sotto i miei passi come se protestasse contro la mia esistenza. Penso a tutte le angolature.

Primo angolo: la contingenza. Perché Clarissa e non un’altra? Un anno fa avrei potuto incontrare un’altra ragazza e provare lo stesso. L’amore non ha essenza; è esistenza pura. Non è “giusto” o “sbagliato” in sé; diventa giusto solo se lo scelgo autenticamente.

Secondo angolo: la responsabilità. Se la amo, devo assumermi il peso di ciò che questo amore implica. Non posso dire “è successo”. È successo perché io l’ho lasciato succedere. E se domani lei mi ferisce? Sarò io ad aver scelto di espormi.

Terzo angolo: il conflitto con l’Altro. Sartre ha ragione: l’amore è lotta. Io voglio che lei sia mia senza cessare di essere libera. Lei vorrà lo stesso da me. Presto arriverà il momento in cui uno dei due tenterà di oggettivare l’altro con la gelosia, con le pretese, con il silenzio. E allora l’angoscia tornerà, moltiplicata.

Quarto angolo: la malafede quotidiana. Quante volte, nei giorni scorsi, ho pensato “è solo un’infatuazione, passerà”? Era malafede. Oppure “è la donna della mia vita”? Ancora malafede. La verità è nuda. Io provo questi sentimenti e devo decidere se farli miei o fuggirli.

Lunedì, 20 ottobre. Ore 14:22. Al parco di nuovo.

Lei è in ritardo. Aspetto su una panchina, le mani in tasca, il freddo che mi morde le dita. Penso ai casi limite. Cambierebbe qualcosa? No. La libertà non conosce eccezioni. O se io fossi malato, terminale? Amerei lo stesso, ma con urgenza diversa. L’amore autentico accoglie l’assurdo.

Arriva. Sorride. Mi bacia di nuovo, più a lungo. Sento il suo corpo premere contro il mio. Desiderio fisico, sì. Ma anche qualcosa di più, il terrore dolce di fondermi e scomparire.

Martedì, 21 ottobre. Ore 7:45.

Lei dorme ancora. La guardo dormire un po’, poi cambio stanza. Io sono in cucina, caffè in mano. Guardo fuori. La pioggia è tornata. Penso alle implicazioni. Amarla significa accettare che non c’è “giusto” predefinito. Significa vivere nell’angoscia permanente della scelta rinnovata ogni giorno. Significa rinunciare alla malafede del “per sempre” o del “mai più”.

Mercoledì, 22 ottobre. Ore 22:10.

Litighiamo per la prima volta. Una sciocchezza. Lei vuole uscire con amici, io sento una fitta di gelosia. “Sei possessivo?” mi chiede. Io esplodo: “No, è che so che l’amore è conflitto!”. Le spiego Sartre. Lei ride, ma è una risata triste. “Tu pensi troppo. Vivi”. Ha ragione. La mia riflessione è un’altra forma di fuga.

Giovedì, 23 ottobre. Ore 16:30.

Solo. Cammino lungo la battigia. L’acqua è marrone, gonfia di pioggia. Getto un sasso. Cerchi concentrici. Come i miei pensieri partono dal desiderio, si allargano all’angoscia, alla responsabilità, alla malafede, all’impossibilità.

Io la amo. O meglio, scelgo di chiamarlo amore. Ma so che è un progetto fragile, destinato al fallimento o alla trasformazione continua. Non è “giusto” in senso morale; è giusto perché io lo affermo con la mia libertà. E l’angoscia che provo non è un ostacolo, è la prova che sto vivendo autenticamente, senza nascondermi.

Clarissa mi chiama al telefono. Rispondo. “Ci vediamo stasera?” “Sì”. Riaggancio. Il cuore batte. Non so se è la cosa giusta. Ma so che è la mia cosa. E in questo, forse, sta tutta la verità: non esiste un amore giusto. Esiste solo l’amore che scegliamo di vivere, sapendo che ci condanna a essere liberi.

Venerdì, 24 ottobre. Ore 19:00. La aspetto al caffè.

Piove ancora. Lei arriva, ombrello grigio come il suo cappotto. Mi sorride. Io sento la nausea svanire per un istante. Poi torna. Ma stavolta la accolgo. È mia.

Gaetano Aspa