La Biennale della Discordia
Nella giornata di domani verrà inaugurata la 61esima Esposizione internazionale della Biennale di Venezia, ma difficilmente l’attenzione di media e visitatori verrà rivolta solo alle opere degli artisti.
Al centro del ciclone la scelta del Presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, di riaprire il Padiglione Russo. La decisione ha suscitato enorme clamore mediatico, con inevitabili prese di posizione da parte di vari attori della geopolitica mondiale.
Nelle idee di Buttafuoco la Biennale avrebbe dovuto essere una zona franca, un giardino del dialogo che non intende sacrificarsi per il “quieto vivere politicante”. Tali dichiarazioni avevano scatenato l’ira del Ministero della Cultura che, in linea con la Commissione Europea, ha manifestato il proprio dissenso sulla riammissione degli artisti russi. Sulla vicenda la Presidente Meloni ha tentato di mettere una pezza, sostenendo l’autonomia della Biennale e le indiscusse capacità del Presidente Buttafuoco. Tuttavia, la Premier aveva ammesso che al suo posto non avrebbe aperto il padiglione russo. Un timido tentativo di riconciliazione che però non è servito a molto. È infatti rimbombata su tutti i media la notizia della diserzione del Ministro Giuli all’inaugurazione di domani.
Non si è fatta attendere la ferma condanna dell’Europa. “La Biennale apre sabato. Ironia della sorte, sabato è la Giornata dell’Europa. E la Giornata dell’Europa dovrebbe essere un giorno per celebrare la pace, non un’occasione per la Russia di mettersi in mostra alla Biennale” tuona da Bruxelles la vicepresidente della Commissione Ue Henna Virkkunen. In risposta Alexey Paramonov, ambasciatore russo in Italia, ha parlato di ossessione anti-russa e anti-putiniana, denunciando gravi pressioni europee sul Governo italiano e sulla Direzione della Biennale. Ma lo scontro non si è limitato alle dichiarazioni rilasciate alla stampa. Con una lettera indirizzata alla Fondazione veneziana, la Commissione Europea avrebbe minacciato di ritirare due milioni di euro di sovvenzioni.
Investigazione ministeriale e dimissioni Giuria
Il Padiglione Russo era rimasto chiuso dal 2022, ovvero da quando Vladimir Putin aveva deciso di invadere l’Ucraina. La Fondazione intendeva prendere le distanze dal regime putiniano, evitando che la Biennale venisse percepita come uno spazio complice dell’aggressione.
In virtù delle scelte passate, era facilmente prevedibile che il cambio di passo di Pietrangelo Buttafuoco avrebbe fatto discutere. Lo stesso Presidente ha più volte spiegato che la riapertura dell’edificio russo è dettato da una volontà di pacificazione. Escludere significa fomentare le divisioni, violando il principio universalistico della Biennale. Non è sembrata dello stesso parere la Giuria internazionale, che a pochi giorni dall’inaugurazione si è dimessa in blocco. La situazione è precipitata dopo che i giurati avevano dichiarato di voler escludere dai premi i paesi i cui leader sono inquisiti dalla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità, quindi Russia, ma anche Israele. Appresa la notizia, il Ministero della Cultura avrebbe inviato degli investigatori per comprendere meglio le ragioni dell’esclusione. L’interferenza ministeriale sarebbe stata percepita come una grave delegittimazione, portando la giuria alle dimissioni dello scorso 30 aprile.
La Direzione della Biennale ha fatto sapere che saranno i visitatori ad assegnare i premi nel mese di novembre. Inoltre, è stato chiarito che da domani in poi il padiglione russo resterà chiuso al pubblico. Verranno proiettate sulle pareti esterne dell’edificio le attività musicali tenutesi durante i giorni dell’anteprima – accessibili solo con particolare accredito.
Ma il caos non sembra essere terminato. L’apertura del Padiglione di Israele – rinominato Padiglione del Genocidio – causerà il primo sciopero dei lavoratori nella storia della Biennale. Nella giornata di domani, 113 artisti internazionali e 18 team di padiglioni riuniti nella sigla Anga – Art Not Genocide Alliance – si fermeranno per 24 ore. In un comunicato dell’Associazione si legge: “Nessun artista o operatore culturale dovrebbe essere chiamato a condividere un palcoscenico con questo Stato genocida”
Giovanni Gentile Patti