“Il Diavolo Veste Prada 2” è un film del 2026 diretto da David Frankel. E’ il sequel de “Il Diavolo Veste Prada” (2006), diretto sempre dallo stesso Frankel, e vede il ritorno di Meryl Streep, Anne Hathaway, Stanley Tucci ed Emily Blunt, nei loro personaggi interpretati nel primo film. Oltre loro, si sono aggiunti Justin Theroux, Kenneth Branagh, Simone Ashley e Lucy Liu.
Il Diavolo Veste Prada 2: trama
Andy Sachs (Anne Hathaway) ritorna a Runway dopo vent’anni, mentre Miranda Priestly (Meryl Streep), la direttrice infernale della rivista, cerca di ambientarsi nel panorama dei social media e del fast fashion. Insieme decidono di contattare un’altra ex assistente della donna, Emily Charlton (Emily Blunt), ora brand manager di un’importante azienda di lusso, per avviare una collaborazione mirata alla sopravvivenza di Runway.
Il Diavolo Veste Prada 2: un ritorno atteso, ma non scontato
Dopo anni di attesa e speculazioni, “Il Diavolo Veste Prada 2” arriva come una di quelle “occasioni della vita” che Hollywood raramente gestisce con equilibrio. Il rischio era evidente: replicare la magia del primo film senza cadere nella nostalgia sterile. Eppure, il risultato sorprende proprio per la sua capacità di non limitarsi a imitare, ma di aggiornare e reinterpretare.
Se il primo capitolo, “Il Diavolo Veste Prada” (2006), era un ritratto tagliente del mondo della moda e del giornalismo tradizionale, questo sequel si muove in un contesto profondamente mutato, dove il digitale ha ridefinito regole, potere e percezione.

Miranda, Andy ed Emily: evoluzioni (e resistenze)
Il cuore del film resta il trio che ha reso iconica la storia. Meryl Streep torna nei panni di Miranda Priestly con una presenza scenica ancora magnetica, ma più sfumata. Il suo personaggio non è più solo l’incarnazione del potere assoluto: qui emerge anche la difficoltà di adattarsi a un mondo che corre più veloce delle sue certezze.
Anne Hathaway riprende il ruolo di Andy Sachs con una maturità credibile. Non è più la giovane ingenua del primo film, ma una professionista consapevole, chiamata a confrontarsi con scelte che mettono in discussione il suo stesso percorso. Il suo ritorno nel mondo della moda non è solo narrativo, ma simbolico: rappresenta il confronto tra passato e presente.
E poi c’è Emily, interpretata da Emily Blunt, forse il personaggio che più beneficia del tempo trascorso. La sua evoluzione è netta: da assistente spietata a figura centrale del sistema moda, capace di incarnare perfettamente la nuova era, tra branding personale e strategia digitale.

Nigel e il valore dell’identità
Accanto a loro, il ritorno di Nigel, interpretato da Stanley Tucci, rappresenta uno degli elementi più riusciti del film. Il suo personaggio conserva quell’eleganza ironica e quella sensibilità che lo avevano reso memorabile, ma qui acquisisce anche una nuova profondità.
Nigel diventa una sorta di coscienza narrativa: osserva, comprende e, soprattutto, mette in discussione. Il suo rapporto con Andy si evolve in modo naturale, mentre con Miranda emerge una dinamica più complessa, fatta di rispetto, disillusione e una sottile distanza emotiva. E’ attraverso di lui che il film riesce a riflettere con maggiore lucidità nel concetto di autenticità in un mondo sempre più costruito.

Emily
Fonte: IMDb
Il Diavolo Veste Prada 2: moda e giornalismo nell’era digitale
Uno degli aspetti più interessanti del film è la riflessione sul cambiamento. Se nel primo capitolo il potere risiedeva nelle redazioni e nelle figure autoritarie, qui si assiste a una frammentazione: influencer, social media e piattaforme digitali hanno ridisegnato le gerarchie. Il film non si limita a mostrare questo passaggio, ma lo problematizza.
Il giornalismo di qualità sembra in crisi, mentre la velocità dell’informazione rischia di svuotare i contenuti. La moda, dal canto suo, diventa sempre più accessibile, ma anche più effimera. In questo contesto, Miranda rappresenta la resistenza, Andy il compromesso e Emily l’adattamento. Nigel, invece, incarna la consapevolezza: la capacità di osservare il cambiamento senza esserne travolto.

Differenze tra primo e secondo capitolo. Nuovi volti e camei, tra realtà e finzione
La differenza più evidente tra i due film è il tono. Il primo era più leggero, quasi una commedia sofisticata con venature drammatiche. Questo sequel, pur mantenendo momenti di ironia, si muove su un terreno più riflessivo. Anche il ritmo cambia: meno frenetico, più contemplativo. Una scelta che può non convincere tutti, ma che permette di approfondire i personaggi e le tematiche. Visivamente, il film resta impeccabile. I costumi continuano a essere protagonisti, ma con un’estetica aggiornata, meno legata all’alta moda tradizionale e più aperta alle contaminazioni contemporanee.
Il sequel introduce nuovi personaggi legati al mondo digitale: giovani editor, content creator, imprenditori della moda tech. Figure che non rubano la scena ai protagonisti storici, ma contribuiscono a creare un contesto credibile e attuale. Interessante anche la presenza di diversi camei, soprattutto dal mondo della moda e non solo. Apparizioni brevi ma significative, che aggiungono autenticità e giocano sul confine tra realtà e finzione, strizzando l’occhio agli spettatori più attenti senza mai risultare invasive.

Andy e Peter
Fonte: RadioDeejay
Regia, fotografia e colonna sonora: l’identità del film
Anche il comparto tecnico contribuisce in modo decisivo alla riuscita del film. La regia si conferma elegante e controllata, capace di gestire con equilibrio i momenti più dinamici e quelli più riflessivi, senza mai perdere coerenza stilistica. Ogni inquadratura sembra costruita con precisione, con una particolare attenzione alla composizione e ai dettagli visivi che accompagnano l’evoluzione dei personaggi.
La fotografia gioca un ruolo fondamentale nel definire l’identità del film: i contrasti tra ambienti luminosi e spazi più freddi riflettono perfettamente la dicotomia tra il mondo patinato della moda e le sue zone d’ombra più realistiche. Il risultato è un’estetica raffinata ma funzionale, mai fine a sé stessa.
A completare l’impianto tecnico, la colonna sonora accompagna la narrazione con discrezione ma efficacia. Non invade mai la scena, ma sottolinea i momenti chiave con eleganza, alternando brani più incisivi a passaggi più rarefatti, contribuendo così a rafforzare l’atmosfera generale del film senza appesantirla.

Andy e Nigel
Fonte: IMDb
Un sequel che convince e un film da non perdere
Non era facile realizzare un seguito all’altezza di un film diventato un cult, nel corso di questi ultimi vent’anni. Eppure, “Il Diavolo Veste Prada 2” riesce nell’impresa. Non tanto perché replica ciò che funzionava, ma perché accetta di cambiare. E’ un film che intrattiene, certo, ma che lascia anche qualcosa: una riflessione sul tempo che passa, sull’identità professionale e sulla capacità (o meno) di adattarsi.
Non tutto è perfetto: alcune sottotrame risultano meno incisive e il ritmo, in alcuni momenti, rallenta eccessivamente. Ma sono imperfezioni che non compromettono l’esperienza complessiva. “Il Diavolo Veste Prada 2” è un sequel degno del suo predecessore. Un film che soddisfa le aspettative senza esserne prigioniero, capace di offrire evasione ma anche spunti di riflessione. Un’opera che, proprio come il mondo che racconta, evolve. E nel farlo, riesce ancora a lasciare il segno
Voto: 4/5
Giorgio Maria Aloi