Immaginiamo, per qualche istante, di poter ripercorrere le pagine dell’enorme libro della nostra storia.
Chiudendo gli occhi, possiamo udire un disordinato brusio di voci, quasi incomprensibili, confondersi con il rumore metallico delle armi. Davanti a noi spicca una di quelle figure le cui vicende sembrano provenire direttamente da un romanzo d’avventura. Il volto è magro, la testa piccola e le spalle larghe fanno apparire l’uomo davanti a noi “emaciato come un’icona bizantina”.
Colui a fianco del quale ci siamo ritrovati a cavalcare è Roman Fëdorovič von Ungern- Sternberg, l’uomo che la Mongolia ricorda come il Barone Pazzo.
Von Ungren, mito e realtà: “Corte Sconta detta Arcana”
Una storia si può iniziare a raccontarla in diverse maniere e questa di Corto Maltese e del barone Roman Von Ungern-Sternberg, che era anche matto, può cominciare con una linea spezzata.
La nostra vicenda, stavolta, non prenderà il via dalle pagine in cui l’intrepido Corto Maltese issa le vele. Dimentichiamo anche il treno dell’ammiraglio Kolčak, non è l’oro zarista a catturarci. Il gelo pungente dell’inverno slavo non ci da tregua nemmeno nella Transbajkalia, anzi, come una spada sembra trafiggere le nostre pesanti giacche.
Ci troviamo ad affiancare i cavalieri della Divisione Asiatica, guidata proprio da Von Ungern.
Ma chi è questa figura, che, parlando di sé, rimarcava un destino che gli avrebbe permesso di ripercorrere le orme di Gengis Khan?
Foto d’epoca lo ritraggono stretto in un mantello giallo, quasi a far da contrasto ai suoi occhi rossastri, perennemente iniettati di sangue. Di rosso si rivestono anche le visioni di sciamani e lama, figure che gravitavano nel microcosmo di follia nel quale Von Ungern si ergeva a Dio.
Dalla cima del suo Monte Olimpo, intinge nella tavolozza il pennello che brandisce come una spada, trafiggendo la bianca tela. A quest’ultima l’arduo compito di narrare le crudeli gesta di colui che in sé scorgeva il riflesso di Mahakala. Uomini, bestie e divinità, facendo eco alle parole di Ossendowski, si muovono in un quadro surreale.
Al rosso della rivoluzione, intendeva sostituire quel giallo che rappresentava anche la Divisione Asiatica, braccio armato di quella che definiva “controrivoluzione”. A narrarne l’odissea fu proprio Ossendowski, dalla cui penna arrivano minuziose descrizioni di conflitti e scontri che caratterizzarono gli anni della Rivoluzione.
Il polacco, una sorta di Omero dei suoi tempi, traccia uno sfondo vivido che, lungi dall’essere un mero sfondo, diventa tutt’uno con la storia del Barone.

Fonte: https://www.lanuovacarne.it/wp-content/uploads/2023/05/von-Ungern-Stenberg-la-nuova-carne-4.jpg
Dagli occhi di Ossendowski: il Barone Folle
Affascinati dall’Oriente, entrambi sono rapiti dalle steppe, dalle usanze locali, nonché dalla religione. Ma si ritrovano ad osservare la realtà da due prospettive contrapposte.
Ossendowski, partendo “dalla quiete profonda dell’inverno siberiano”, intende giungere alle porte della mitica Agartha. Qui, sarà al cospetto del “Re del mondo”, colui che tesse la trama delle vicende dell’uomo di cui conosce ogni intreccio.
Chissà se, nell’intricata tela di questa misteriosa figura, trovava spazio anche la storia dell’eccentrico Barone, ormai a tutti gli effetti alfiere della lotta ai Bolscevichi.
I suoi “occhi d’acciaio”, sin dalla gioventù, guardavano dall’alto in basso quelle classi protagoniste del disegno comunista, osservando invece colmi d’orgoglio lo stemma di famiglia.
Il petto si gonfia al ricordar le sue origini, che narrano gesta di cavalieri teutonici e condottieri, tra cui il nipote di Gengis Khan, Batu. In questa vita “consacrata alla guerra“, macchiare di sangue l’armatura decorata da medaglie fu inevitabile. La storia di Von Ungren e del suo contingente si tinge di un rosso accesso, parlando di assalti e saccheggi.
Giunse persino ad Ulan Bator, nell’odierna Mongolia e all’epoca sotto il gioco cinese, dove fondò la sua teocrazia lamaista, ultimo baluardo contro la “depravazione rivoluzionaria“. Probabilmente, il “Re del Mondo”, per il nostro protagonista, aveva in mente ben altro destino. Le utopie politiche, mescolate a quelle credenze orientali che tanto lo affascinarono, s’infrangono improvvisamente. L’asceta “brutale“, questo uno dei molteplici soprannomi, pecca di hybris.
Credette, forse, di essere al sicuro nella sua yurta, una sorta di altare per Von Ungren, che scorgeva in sé il ritratto di un semidio. Il “Dio della guerra” è costretto ad abbandonare il campo di battaglia. Condannato alla fucilazione, il gelido silenzio delle steppe è rotto solo dal metallo dei fucili.
Il nostro protagonista, si avvia alla conclusione della sua storia. Per un’ultima volta, Von Ungren, colui che credette di essere una divinità, osserva le steppe che fanno da contorno a questa grottesca piéce.
Fissa negli occhi i suoi carcerieri. Nello stupore generale, ingoia la croce di San Giorgio, in segno di scherno verso i bolscevichi. Intanto, le palpebre si fanno pesanti.
Un singolo tonfo, sordo, poi il nulla. Dio è morto.

Fonte: https://3seaseurope.com/wp-content/uploads/2023/03/baron-6.webp