Il lavoro è al centro della Legge Suprema dello Stato italiano e fa da perno (insieme alla famiglia) alla società italiana in tutte le sue sfaccettature (sociali, civili, politiche, etiche, morali), come stabilito nel primo comma dell’art. 1. Nel secondo comma, invece, si parla di sovranità del popolo che può governare se stesso se è “libero” da ogni vincolo di sopravvivenza da un potere forte che elargisce a piacimento e a capriccio il benessere: solo il lavoro garantisce la sovranità al popolo.
In sintesi: lavoro uguale democrazia. Quella italiana è l’unica Costituzione europea che mette al centro della sua architettura legislativa questo binomio. Vi è cittadinanza reale se il cittadino è anche un lavoratore.
Nell’art. 4 il lavoro è considerato non solo “diritto” inviolabile di ogni cittadino ma anche un “dovere” che ogni cittadino ha nei confronti della società in cui vive. La Costituzione cerca di garantire a tutti il lavoro affinché il cittadino, sì possa vivere nel benessere, ma non con lo scopo di arricchirsi bensì con il fine di far contribuire ogni lavoratore al benessere della società.
La vita degli operai in passato
La classe operaia è il prodotto di un lungo processo che procede parallelamente all’affermazione dei metodi di produzione capitalistica.
Nell’Inghilterra pre-industriale i lavoratori erano distinguibili a seconda del prestigio e dell’importanza economica, derivanti dalla loro qualifica. La diffusione del capitalismo industriale provocò, invece, il declino dei vecchi mestieri: pochissimi artigiani riuscirono ad emergere e la maggior parte perdette il suo lavoro a causa della concorrenza delle manifatture e fu costretta ad emigrare in città, entrando così a far parte di quella massa indistinta che costituiva la manodopera per le fabbriche.
Gli operai lavoravano per salari bassissimi, in ambienti insalubri, subendo orari massacranti. I grandi industriali, per poter migliorare i profitti, decisero di far specializzare ciascun operaio in una singola fase del processo produttivo in modo da evitare dispersioni e perdite di tempo.
In molti si opposero a questa tendenza cercando di mettere in luce come essa rovinasse inevitabilmente i lavoratori, privandoli della loro dignità. La manodopera – composta anche da donne e da bambini – viveva nelle workhouses, miseri alloggi costruiti vicino ai centri produttivi. Questo creò generazioni di persone degradate fisicamente e moralmente e senza una concezione propria della famiglia.
Tuttavia, è proprio in questo periodo che iniziarono le prime forme di protesta da parte dei lavoratori per ottenere qualche miglioramento della loro condizione.
Haymarket e la lotta per le 8 ore
“Otto ore a lavoro; otto ore per riposare; otto ore per tutto il resto”. Questo era ciò che migliaia di lavoratori delle fabbriche statunitensi volevano ottenere quando, il primo maggio1886, iniziarono uno sciopero in tutte le fabbriche di Chicago.
Chiedevano che i loro datori di lavoro concedessero finalmente una giornata lavorativa di otto ore, e reclamavano che la loro categoria fosse inclusa nell’Ingersoll Act firmato dal presidente Andrew Johnson nel 1868. Il documento stabiliva un turno di otto ore per tutti i dipendenti degli uffici federali e dei lavoratori pubblici, a eccezione dei «casi assolutamente urgenti», ma non contemplava i lavoratori dell’industria, i cui turni superavano le massacranti undici ore al giorno.
L’apice di quelle manifestazioni si sarebbe raggiunto il 4 maggio dello stesso anno durante la cosiddetta “rivolta di Haymarket”, nota anche come “massacro di Haymarket”. Nel bel mezzo della concentrazione operaia, un ordigno esplosivo venne lanciato contro la polizia causando la morte di sei agenti. La spirale di violenza che si scatenò come conseguenza dell’esplosione portò all’arresto di otto lavoratori, tre dei quali condannati all’ergastolo e ai lavori forzati, e cinque condannati a morte.
Pochi giorni dopo i disordini, i datori di lavoro di diversi settori concessero ai loro dipendenti l’orario di otto ore richiesto dai manifestanti.
Come nasce la festa e perché proprio l’1 maggio?
Tre anni dopo, il 20 luglio del 1889, a Parigi, durante il primo congresso della Seconda Internazionale, un’organizzazione che aveva lo scopo di coordinare i sindacati e i partiti operai e socialisti europei, fu lanciata l’idea di una grande manifestazione per chiedere la riduzione della giornata lavorativa a 8 ore. L’iniziativa divenne un simbolo di protesta per rivendicare i diritti dei lavoratori e, da allora, varcò i confini francesi per affermarsi come la Festa del Lavoro nel mondo. In Italia fu introdotta solo due anni dopo.
Soppressione durante il fascismo e rinascita nel dopoguerra
È il 26 febbraio 1923, data in cui viene consacrata la fusione tra il Partito Nazionale Fascista e l’Associazione Nazionalista Italiana. Poco più di un mese dopo il 19 marzo 1923 viene approvato dal Consiglio dei ministri il Regio decreto-legge n. 833, proposto dal Presidente Benito Mussolini, che abolisce la festività del 1° maggio e fissa la celebrazione del Lavoroal 21 aprile, Natale di Roma.
Così, abolendo il 1° Maggio come Festa internazionale, si fa della ricorrenza dei lavoratori una festa nazionalista.
Il 1° maggiotornò ad essere festeggiato in Italia, dopo la parentesi fascista, nel 1947 e consegnò alla storia un episodio tragico: quello della strage di Portella della Ginestra, in Sicilia. Undici persone furono uccise, altre ventisette ferite sotto i colpi della banda di Salvatore Giuliano, il quale, non sarà mai processato per quella strage, a differenza di altri uomini della sua banda. Venne, infatti, ucciso tra il 4 e il 5 luglio del 1950.
Conclusione
Ripercorrere la storia del 1° maggio significa osservare come il lavoro, nel tempo, sia diventato uno specchio delle trasformazioni sociali, economiche e tecnologiche. Questa ricorrenza ci ricorda che ogni progresso nasce da un conflitto, da una domanda di giustizia, da una tensione verso un modello più equo.
Ma oggi celebrare il passato non basta più: bisogna immaginare il futuro. E forse il vero senso della giornata sta proprio qui: nel trasformare la memoria in responsabilità e la responsabilità in azione collettiva.
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