Storie Invisibili: DSA tra stigma e imposizioni sociali

Questa è la storia di una giovane studentessa universitaria che, per motivi di privacy, chiameremo Claudia.
Il suo racconto ha inizio tra i banchi di scuola, quando, a circa otto anni, le vengono diagnosticate dislessia, disortografia e discalculia. 

Dislessia, disortografia e discalculia rientrano, insieme alla disgrafia, tra i principali Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), ovvero disturbi del neurosviluppo che influenzano le aree della lettura, della scrittura e del calcolo. 

Ma cosa sono i DSA? 

  • la dislessia si manifesta con difficoltà nella lettura corretta e fluente di testi, causando affaticamento e problemi di comprensione;  
  • la discalculia riguarda la difficoltà nello svolgimento dei calcoli matematici (in particolare quelli veloci) e nel recupero dei risultati nelle operazioni aritmetiche;  
  • la disortografia – a differenza della disgrafia, che riguarda la componente motoria della scrittura – consiste nella difficoltà a scrivere correttamente parole o frasi.  

I DSA non sono malattie né il risultato di deficit cognitivi, problemi ambientali o fattori psicologici. Sono caratteristiche legate a un diverso funzionamento del cervello, che non impedisce l’acquisizione di abilità come lettura, scrittura o calcolo ma, specie in termini di attenzione, può richiedere un maggiore impegno e fatica. 

Fonte: https://www.sullorlodellapsicologia.it/disturbi-specifici-apprendimento-disagio-emotivo-dsa/

L’etichetta che definisce il percorso d’infanzia

Claudia racconta di aver ricevuto la diagnosi alle scuole elementari, in un periodo accademico in cui sono state soprattutto le insegnanti a segnarla profondamente, etichettandola come “bambina problematica”. Tale preconcetto ha finito per incoraggiare e legittimare gli atteggiamenti beffardi dei compagni che, con ingenua superficialità, non si facevano problemi a escluderla e a farla sentire “diversa”. Ai tempi, i suoi amici si potevano contare sulle dita di una mano. 

La situazione è peggiorata drasticamente quando Claudia ha iniziato le scuole medie ed è diventata vittima di numerosi episodi di bullismo: i compagni la evitavano, le rivolgevano insulti e si divertivano a metterla alla prova con scherzi crudeli e di cattivo gusto. 

«Ricordo ancora molte frasi: “non toccarmi”, “non voglio essere tua amica”, “per me potresti anche morire”, “sei proprio lenta e stupida”, “non sai fare nulla”, “ma perché non capisci mai niente?”», scrive Claudia. «Avevo solo dieci anni quando pregai disperatamente Dio di guarirmi». 

Anche i docenti, in quegli anni, non rappresentavano un sostegno: «mi chiamavano “quella con problemi”». 

Claudia si sentiva come se avesse perso la voglia di vivere: ha smesso di studiare e faticava perfino ad alzarsi dal letto. Eppure, dentro di lei, qualcosa resisteva: l’amore per la scrittura. 

Quando ha confidato alla sua insegnante la volontà di iscriversi al liceo classico, la donna si è mostrata immediatamente scettica, squadrandola con un sorrisetto storto, come a dire: “pensi davvero di farcela?”. 

Questo breve scambio, apparentemente insignificante, ha rappresentato un duro colpo per Claudia, che ha concluso le scuole medie senza interesse o ambizione per il tanto atteso esame finale. 

Eppure, nonostante tutto, ha deciso di iscriversi al liceo classico. 

Gli anni del liceo

Il primo periodo è stato molto difficile: già a ottobre voleva lasciare la scuola perché non si sentiva adeguata. 

«Ero distrutta dai miei complessi di inferiorità», racconta. «Mi autoconvinsi che tutti i miei compagni fossero di gran lunga più svegli, veloci e preparati di me. Pensavo di essere nella scuola sbagliata». 

Un giorno, però, la sua insegnante di latino le ha restituito una versione corretta: aveva preso nove e mezzo. 

«So che ti piace la mia materia», le ha detto la docente, «mi raccomando, continua così». 

In quel momento Claudia si è resa conto che, sì, amava davvero il latino. In un certo senso, quell’incoraggiamento, così semplice e inaspettato, ha rivoluzionato il corso della sua vita: un gesto di cura che si è trasformato in forza sovversiva. 

Durante il secondo anno di superiori, la docente di greco che la considerava “troppo lenta” è stata sostituita da un’insegnante appassionata di scienze umanistiche che, con la sua verve travolgente, le ha permesso di scoprire anche la bellezza del greco. 

In terza, quasi senza accorgersene, era tra le più brave della classe e tutti volevano copiare da lei.

Non si sentiva più inferiore agli altri, anzi. 

Con il passare degli anni, Claudia trascorreva intere giornate sui libri, concedendosi un solo giorno libero a settimana, il venerdì. Il sabato e la domenica si svegliava alle otto del mattino per studiare. 

Spiega che, essendo DSA, ha bisogno del doppio del tempo per ripetere, sottolineare e comprendere un testo; tuttavia, contrariamente a quanto le era stato fatto credere alle medie, non si è mai pentita della scelta del liceo classico. È stato un percorso complesso, ma ha amato profondamente tutto ciò che ha studiato, soprattutto nel triennio: filosofi, imperatori, poeti.

Al primo anno i suoi voti erano bassi: quattro e mezzo in scienze e cinque in greco. In quarta, grazie all’adozione di una tecnica di studio più efficace – basata principalmente sull’ascolto delle interrogazioni dei compagni – è stata promossa con dieci in scienze. In quinta, con la media più alta della classe, ha partecipato a un agone di greco antico e si è diplomata con 100. 

Fonte: https://it.pinterest.com/pin/316307573828010140/

La questione dei DSA: troppo individualismo o un problema sistemico?

La storia di Claudia solleva un quesito importante: e se il “problema” non fossero gli studenti, ma il sistema che li circonda? 

Nonostante in Italia esista dal 2010 una normativa a tutela dei DSA, molte scuole sono ancora caratterizzate da un sistema educativo incapace di tener conto delle differenze dei propri alunni (quali, per l’appunto, DSA e BES).

In una società prettamente individualista come la nostra, mossa da competitività ed ideologie performative, i metodi didattici tradizionali generano spesso sofferenza, frustrazione e “insuccessi” scolasticialle volte non direttamente attribuibili agli alunni, bensì a un sistema costruito sulla base di valori che ci vogliono produttivi ed efficienti anche quando le nostre menti e i nostri corpi sono allo stremo.

Bisognerebbe smetterla di interrogarsi con scetticismo in merito all’incremento delle diagnosi DSA e iniziare, piuttosto, a riflettere sul perché tali diagnosi siano intrinsecamente attribuite ad un processo di medicalizzazione che classifica lo studente in una posizione gerarchica di “inferiorità”.

Il cosiddetto “disturbo” non rappresenta una barriera intellettiva, ma mette in luce i limiti di un sistema educativo che pretende conformità didattica, anche a discapito di un reale apprendimento, ignorando che rendimento e prestazione scolastica non definiscono le capacità di pensiero di un individuo ma, semmai, lo categorizzano.

Un metodo didattico standardizzato e tradizionalista può, dunque, compromettere un equo accesso alla cultura.

E tutti hanno diritto a una cultura di qualità. 

Infatti, è proprio l’educazione, la lettura, la narrazione autobiografica – la cultura in senso lato – a permettere alle persone di non subire passivamente l’attribuzione di un’etichetta.

Accessibilità non significa semplificazione, bensì adattamento: non si tratta dunque di ridurre i programmi scolastici (come molte scuole fanno), ma di fornire misure dispensative e strumenti compensativi che permettano a tutti di accedere agli stessi contenuti e raggiungere i medesimi obiettivi.

“È necessario elevare le persone al livello della cultura e non abbassare la cultura al livello delle persone”
– attribuita a Simone de Beauvoir

La scuola non dovrebbe formare meri esecutori, ma promuovere una pedagogia critica, opposta a quella che Paulo Freire definiva “educazione depositaria”: gerarchica, anti-dialogica, incapace di contrastare le ingiustizie sistemiche e destinata a produrre solo “coscienza ingenua”.

Gli insegnanti dovrebbero essere adeguatamente formati sui DSA, così da riconoscerli e adottare, sin dalla prima infanzia, strategie efficaci: strumenti compensativi (mappe concettuali, software di lettura e scrittura, calcolatrici, audiolibri), tempi flessibili e metodi visivi e interattivi. Un Piano Didattico Personalizzato non è un privilegio, ma un diritto. 

È altrettanto necessario, da parte dei docenti, garantire supporto, cura e incoraggiamento, promuovendo un approccio capace di aiutare gli studenti a riconoscere e sviluppare i propri punti di forza, anziché concentrarsi esclusivamente sulle difficoltà: l’errore non è una condanna, ma parte del percorso.

E, forse, dovremmo cominciare a chiederci se il vero “problema” non risieda principalmente nell’incapacità delle istituzioni di adoperarsi per trovare approcci personalizzati, capaci di coniugare innovazione, creatività e rigore.

Fonte: https://it.pinterest.com/pin/147633694029485465/

Oltre il conformismo e le etichette

La storia di Claudia mette in evidenza due realtà scolastiche opposte. 

Riguardando il suo percorso con maggiore consapevolezza, Claudia afferma: «Non mi pento di aver scelto il classico, per quanto faticoso. In questi anni ho capito cosa vuol dire studiare, essere trattata come una compagna e non come un problema… avere amici. Ho capito soprattutto che siamo tutti umani, che dobbiamo affrontare difficoltà e che un errore non cambierà per sempre la nostra vita: bisogna sempre rialzarsi». 

Leggendo queste parole torna in mente quella bambina di dieci anni che pregava di essere “curata” quando, in realtà, aveva solo bisogno di incoraggiamento e validazione.

Non ha raggiunto i suoi obiettivi perché è “guarita” o perché è diventata “meno pigra”, ma perché ha avuto l’opportunità di conoscere sé stessa, senza dover aderire ai rigidi canoni di una scuola tradizionalista e conformista, incline a imporre ruoli predefiniti in cui non conformarsi significa essere etichettati come “stupidi” o “pigri”; una scuola passiva, incapace di riconoscere e valorizzare ciò che – soprattutto oggi – è “diverso”, dunque, automaticamente, “difficile” e alienabile.

Garantire a tutti l’accesso a una cultura di qualità significa costruire una didattica inclusiva e personalizzata, capace di sviluppare pensiero critico e creatività. Solo così l’educazione può diventare uno strumento di emancipazione, in grado di opporsi a stigmi e imposizioni sociali.

Non può esistere un solo metodo di apprendimento. Un sistema scolastico incapace di prevedere e includere tutti, non sarà mai un buon sistema scolastico. 

Valeria Giorgianni

 

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Fonti:

https://www.aiditalia.org/che-cosa-sono-i-dsa 

https://www.articolotrentatre.it/cms/allegati/open/2425/l39educazione-come-pratica-di-liberta-e-coscienza-critica-nel-pensiero-di-paulo-freire-giroux.pdf

https://disattentamente.substack.com/p/il-riduzionismo-biologico-non-salvera?utm_source=share&utm_medium=android&r=1i396z&triedRedirect=true&_src_ref=google.com