Ti penso a Charles de Gaulle,
quando prendo il mio zaino
e metto il cappotto.
Ti penso ancora lì,
su quella poltrona rossa,
mentre mi guardi
e sorridi.
Questa volta,
non siedo accanto a te.
Vado verso le vetrate
a osservare
il cielo,
Parigi.
Mi siedo da sola e — no —
non penso più a te
prima dell’imbarco.
Ma, sai,
ci penso – e sorrido –
con occhi ancora lucidi.
Se fossi qui,
scacceresti questa malinconia
ricoprendomi di lodi d’amore.
Io tornerei a respirare,
ignorando la facilità
con cui lasciamo
che altri
asciughino lacrime
sconosciute.
E mentre mi fermo,
dove ormai
non ci sei più,
— lentamente —
scompari.
Un tempo mi sarei odiata,
incapace di ricordare
la tua voce,
la tua risata,
le tue parole.
Ma non ti vedo.
E — lo sai —
io ricordo male:
se soffro,
ricordo solo il bene.
Eppure
ci penso,
anche quando
non ho bisogno di pensarci.
Mi manca
chi eravamo:
sapere,
saperti,
saperci insieme.
Adesso — è vero —
non sappiamo nulla.
Non riconosco
la persona che ho amato
e – ancor meno –
quella
che tu
hai adorato.
Quindi ci penso:
a questo riscoprirsi,
nel lasciare andare.
Per poi guardarsi
con altri occhi,
orecchie,
bocche.
E accettare che – no –
non ti penso
perché esistiamo
solo in distese asfissiate
che non abitiamo più.
Mentre respiro Parigi,
anche senza di te.
Che privilegio
aver amato.
Che privilegio
aver ancora
il silenzio
e la pace nel cuore.
Valeria Giorgianni