Il peso di una laurea mai raggiunta. Perché la morte di Miriam tocca tutti noi

Il copione si ripete. E anche per questo atto il finale è notoriamente tragico. Ci si aspettava una chiusura di scena diversa, magari una timida richiesta di aiuto, che avrebbe potuto essere tempestivamente accolta.

 

Una tragedia ancora da ricostruire

Miriam Indelicato, 23 anni, originaria di Trapani, dove aveva frequentato il Liceo delle Scienze Umane, si era poi trasferita a Roma per frequentare l’università Luiss Guido Carli. Aveva annunciato ad amici e parenti che si sarebbe laureata il 17 aprile.  Quello che nessuno sapeva, però, era che Miriam non era pronta a nessuna laurea. La sua carriera universitaria risultava ferma dal 2024. Nessun esame, nessuna laurea da festeggiare. Forse per Miriam sarebbe stato più facile mentire fino all’ultimo alla sua famiglia, ai suoi amici e a se stessa. Così, la mattina del 17 aprile, Miriam viene trovata senza vita nella tromba delle scale del condominio dove abitava. Le autorità attendono l’esito degli esami medico-legali per chiarire se si sia trattato di un fatale incidente o di un gesto volontario. Intanto, non possiamo che rimanere inermi davanti all’ennesima vita spezzata dalla paura, dalle bugie, dalla solitudine.

Lunedì scorso i funerali, a Santa Ninfa hanno dato l’ultimo saluto a Miriam, in un silenzio pieno di grida di dolore.

Un futuro tanto lontano?

La morte di Miriam ha posto in me (e spero in tutti noi) una riflessione, che porta con sé tanti altri interrogativi sulla nostra vita.

Cosa ci si aspetta da noi, giovani in mezzo a un caos di cui non siamo stati neanche gli artefici? Ce lo chiediamo ogni giorno, quando passiamo ore della nostra quotidianità a domandarci cosa fare del nostro futuro. Un futuro che non è per nulla lontano. Un futuro che si riferisce a uno, due, massimo tre anni. Intanto ti perdi, nella tua testa, cercando un modo per realizzarti, banalmente solo per mettere da parte qualche soldo o per sentirti realizzato/a. La paura costante di non essere mai all’altezza, di non arrivare a quelle aspettative che tutti ripongono su di te. Tu, che non puoi permetterti di rallentare, e se lo fai ti ricordi che tutto ha una scadenza. Ti avvicini all’età in cui dovresti almeno andare a vivere da solo. In cui dovresti essere sicuro di cosa vuoi dalla vita. In cui tutto dovrebbe avere un senso. Invece, accade tutto il contrario.

 

Non perdere tempo

Allo stesso tempo però, non vuoi ritirarti dalla vita, vuoi uscire e non perdere i tuoi anni. Perché di questo stiamo parlando: non sprecare tempo. Tutto corre e nessuno ti aspetta. Gli anni passano e sono scanditi dalla quantità di esami universitari che riesci a sostenere. E se non riesci? Non sei fatto per continuare a studiare. Questo ti fanno credere: che non sei riconoscente nei confronti della tua famiglia, che fa sacrifici per permetterti una grande istruzione, lavora per assicurarti un futuro che probabilmente loro non sono riusciti a realizzare. E quel peso che stava iniziando a crescere dentro di te inizia ad assomigliare a un macigno che non riesci più a spostare. Si fossilizza e cammina con te, fino a diventare parte del tuo essere. Pensi sia normale, in fondo. Misurarti con i macigni altrui. Perché più ne hai più sei forte, questa è la regola. Si fa a gara a chi porta la propria vita al limite del lavoro. Se non fatichi e non sacrifichi la tua vita per laurearti in tempo e con il massimo non ha senso ciò che hai fatto fino a quel momento. E lo spazio digitale in cui navighiamo amplifica tutto. Lauree record, vite piene di riconoscimenti, di lauree, di master. Da una parte. Dall’altra c’è il confronto sano, quello in cui alcuni hanno il coraggio di ammettere che non è vita vera. Solo costruzione, messa in mostra per sentirsi meno soli. Ma a che scopo?

 

Non siamo attori della nostra vita

Performare. La parola chiave che muove questo circolo vizioso, in cui tutto deve essere perfetto per uno spettacolo scritto ad hoc per ognuno di noi. Seguire il copione, fare più audience possibile, dimostrare che ci siamo solo noi in questo atto.

Miriam poteva liberarsi di questo peso? Probabilmente sì. E in che modo? A volte le sole parole non bastano, la paura è un vincolo che ci trattiene, limitando la nostra libertà e prendendo il sopravvento. Dobbiamo farci voce potente per coloro che non hanno potuto chiedere una mano, per tutti quei giovani che sono intrappolati in un mondo distorto. Abbiamo il compito di plasmare una vita il cui obiettivo non è eccellere, pur di trovarci rinchiusi in noi stessi. Ricordiamoci di respirare. Non siamo concorrenti di un quiz a premi, ma protagonisti il cui premio è quello di vivere, anche a costo di perdere durante il gioco.

 

Elisa Guarnera