Il vuoto e la paura che sento adesso, in questo mattino dal cielo terso, mi fanno capire quanto tengo a te.
Ieri – sciocco me – mi sono mostrato stolto e arrogante, beffardo e malvagio, irridendo i tuoi sentimenti per gonfiare il petto. E ora che mi resta? Un petto vuoto, privo di emozioni, e la testa piena di pensieri rivolti a te, che un giorno sei vicina e un altro più lontana, in una storia che assai mi ferisce, ma senza cui non potrei più esistere.
Mi manca il respiro quando ti penso, affogo se sospetto che il tuo cuore mi ha rimosso. Mi gira la testa quando vedo una tua foto, mi immagino a tenerti stretta a me, in una notte d’estate, dopo una sera passata a ballare.
Non so ballare, né cantare, forse, nemmeno so amare.
Avrei bisogno di averti sempre accanto, di vederti sorridere a un palmo da me, di poter incrociare il tuo sguardo ridente e lasciare che le tue dolci mani possano accarezzarmi il viso. Quando non ti vedo e non ti sento, quando non sei con me, è come se tu non esistessi, e non esistessi dunque anch’io. È come se mettessi in dubbio tutto ciò che è già successo, quel molto che, per la mia fretta di amare, mi appare sempre poco.
Io so che ti amo e so che tu ami me. Ma questo dannato scorcio della tua vita ci ha maledetto, ci ha inflitto pene che non meritavamo. Forse, però, è tutto quanto una grande prova di fede. Pur non essendo credente, io sono un uomo di fede.
Ho fede nell’amore, in quella magia che unisce le cose. Ho fede che l’attesa, il silenzio e la distanza, siano il sacrificio che mi è richiesto, una prova di fede. Come se dovessi sprofondare all’inferno e galleggiare nel purgatorio, prima di abbracciare l’angelo che mi attende in paradiso.
E allora aspetto, resisto, metto a tacere le paure e le ansie che mi attanagliano. Ti sto vicino col pensiero, col corpo ancor non posso. Ti accarezzo con i miei sentimenti, le mie mani non riescono.
Il silenzio, con cui mi stai punendo me lo sono meritato. E come un condannato io l’accetto e attendo. La tua punizione è giusta, il mio dolore è il prezzo che pago per il crimine più efferato: aver fatto soffrire un’anima pura e dolce, aver ferito l’essere più buono che conosca, una dea alla quale ora chiedo la grazia di accogliermi di nuovo tra le sue braccia.
Giuseppe Libro Muscarà