Il blocco dello Stretto di Hormuz minaccia di colpire duramente le economie mondiali. L’UE mette in guardia i 27 sullo scoppio di una probabile crisi, ed intanto rinnova il proposito dell’indipendenza energetica. L’Asia già in grave difficoltà ritorna al carbone.
L’allarme del Commissario Jørgensen
“Non dobbiamo illuderci che la crisi in Medio Oriente avrà conseguenze di breve durata sui mercati energetici”. Queste le parole del Commissario Ue all’energia, Dan Jørgensen, che non ha fatto molto per nascondere la sua profonda preoccupazione. Il messaggio ai paesi membri è stato chiaro: “meglio essere preparati che ritrovarsi nei guai”. Attualmente non vi sarebbe alcuna crisi di sicurezza degli approvvigionamenti, ma il Commissario ha precisato che la situazione potrebbe aggravarsi. L’UE starebbe valutando ogni possibilità per affrontare lo shock energetico, inclusa quella del razionamento del carburante. Jørgensen si è poi rivolto ai cittadini europei, invitandoli ad adottare comportamenti responsabili come smartworking e utilizzo di mezzi pubblici. Dichiarazioni che hanno fatto parecchio discutere, ma che sembrano inevitabili. Infine, il Commissario ha voluto sottolineare come “l’Unione debba diventare indipendente dal punto di vista energetico”, poiché “questa crisi mostra per l’ennesima volta che l’Europa è vulnerabile agli shock energetici esterni”.
L’Asia in forte emergenza
Quello che l’Europa teme possa avverarsi, in Asia è già realtà. Smartworking, sospensione delle attività didattiche e reintroduzione dei combustibili più inquinanti. Queste alcune delle contromisure adottate dal Continente che più di tutti dipende dalle forniture del Medio Oriente. La situazione più grave in Bangladesh, dove per risparmiare energia elettrica il governo ha imposto la chiusura anticipata di uffici pubblici e centri commerciali. Qui le riserve energetiche rischiano seriamente di esaurirsi, provocando una paralisi produttiva. Le Filippine sono entrate ufficialmente in emergenza politica, col Presidente Ferdinand Marcos Jr. che ha dichiarato “un pericolo imminente di disponibilità energetica criticamente bassa”. Lo Sri Lanka ha deciso di bloccare il paese per un giorno a settimana, trasformando il mercoledì in festivo per scuole, università ed uffici pubblici. L’obiettivo è ridurre gli spostamenti, e di conseguenza i consumi. In India il governo tenta di tenere sotto controllo la situazione, sostenendo di avere riserve di greggio per altri due mesi. Ma allo stesso tempo cerca di contenere gli sprechi di gas, imponendo misure per proteggere il GPL domestico. Altri paesi asiatici, come Thailandia e Vietnam, stanno invece promuovendo lo smartworking per i lavoratori pubblici.
Rincari, razionamenti, ma anche…ambiente
Ma la crisi non è semplicemente energetica, è anche ambientale. Per sopperire alla carenza di petrolio e gas, diversi paesi asiatici stanno aumentando l’utilizzo di carbone, il combustibile di gran lunga più inquinante. Uno dei casi più evidenti di passo indietro ambientale è quello dell’India, che sta spingendo al massimo tutte le sue centrali. Stesso discorso per le Filippine che, dipendenti al 98% dal petrolio importato, sembrano non avere grosse alternative. Anche potenze industriali come Giappone e Corea del Sud hanno rallentato il programma di transizione energetica, riattivando centrali che dovevano essere progressivamente dismesse.
Si tratta di misure necessarie per fronteggiare la crisi energetica di queste settimane, ma che rischiano di tramutarsi in un aumento delle emissioni, e in un passo indietro nella lotta al cambiamento climatico.
Giovanni Gentile Patti