EDITORIALE – La rivincita dell’horror

Il genere horror è storicamente sottorappresentato agli Academy Awards, dove si candida solo in categorie tecniche senza portare mai a casa il premio come miglior film.  Eppure, il 2025 è stato un anno d’oro per il cinema di genere. Tra polemiche, censure e personaggi iconici, ripercorriamo la storia di un genere che ha dovuto lottare per affermarsi.

Per la prima volta nella storia degli Oscar, film di genere horror hanno vinto 8 premi in una notte. Parliamo di: “Sinners” (4 premi), “Frankenstein” (3 premi) e “Weapons”(1 premio).

Sinners” è poi diventato il film con più candidature di sempre (ben 16). Oltre ai già citati, ricordiamo Bring her back dei fratelli australiani Philippou, The monkey di Oz Perkins, 28 anni dopo di Danny Boyle, The ugly stepsister di Emilie Blichfeldt, che ha avuto anche una candidatura nella categoria “Miglior trucco”.

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Amy Madigan in “Weapons”, vincitrice dell’Oscar come “Miglior attrice non protagonista”- Entertainment Weekly

La nascita: il gotico e i mostri

All’inizio del Novecento, il cinema reinterpreta i grandi classici gotici tra questi Dracula di Bram Stoker, che ha ispirato Nosferatu, film muto del 1922 di Murnau, un pilastro fondamentale del cinema espressionista tedesco. Qui la paura è visiva e simbolica, non essendo accompagnata da dialoghi e riflette traumi post-bellici.

Negli anni ’30 la Universal Pictures rende il genere riconoscibile e popolare, soprattutto introducendo i mostri iconici come Frankenstein e Dracula. Dopo il secondo conflitto mondiale, negli anni ’50 e ’60 l’horror si mescola con la fantascienza. I temi rispecchiano ancora una volta le paure della società: invasione, perdita di identità, il comunismo e il conflitto nucleare. Il film chiave è Inavsion of the body snatchers del 1956, una pietra miliare del cinema paranoico della guerra fredda.

Negli anni ’60 e ’70, l’horror si avvicina alla realtà e diventa più disturbante, l’orrore non è lontano, ma dentro la società. L’esempio più calzante è Night of the living dead di Romero, film indipendente con budget ridotto che ha scritto la storia del genere degli zombie. La scelta di un attore afroamericano come protagonista fu innovativa, in quanto nel pieno dell’ondata di proteste per i diritti civili. Il protagonista è l’unico che sopravvive agli zombi diventando l’eroe, ma alla fine viene ucciso dai razzisti locali.

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Un frame da “La notte dei morti viventi” di Romero- Rolling Stone

L’entrata nelle case dell’horror e l’affermazione come genere “pop”

Gli anni ’80 segnano uno tra i periodi più creativi dell’horror che comprende più sottogeneri. Nasce lo slasher con personaggi iconici come Michel Myers, Jason e Freddy Krueguer. La formula tipica era un gruppo di giovani in un contesto isolato, che spesso venivano puniti per aver commesso trasgressioni, rispecchiava la paura della gioventù fuori controllo.

Nasce anche il body horror, in quanto aumenta la sperimentazione con il trucco prostetico. Il corpo diventa luogo dell’orrore attraverso malattia, perdita di controllo e mutazione, spesso usato come metafora per la paura dell’AIDS e l’ansia per le trasformazioni scientifiche. Due esempi chiave sono La mosca di Cronemberg e La cosa di Carpenter. Accanto a questi fenomeni popolari, c’è l’horror autoriale come Shining di Kubrick, che tratta temi come isolamento e crisi familiare. Il genere esplode soprattutto grazie al mercato dell’home video, con cui invade le case.

Questo porta anche a un’ondata di moral panic, dove alcuni contenuti vengono visti come dannosi per la società. Il genere viene visto come un capro espiatorio perfetto. Paradossalmente le conseguenze furono per lo più positive, creando un pubblico coeso e dando maggiore notorietà a film più estremi.

Freddy Krueger, un personaggio icona degli anni 80- Esquire

Le grandi saghe e la rinascita dell’horror

Negli anni ’90 e 2000 il genere subisce una crisi, dando per lo più vita alla nascita di grandi saghe come Scream e Final Destination, una wave più commerciale, dove i protagonisti conoscono le regole dell’horror e c’è anche una componente humor. Si afferma anche il genere del “found footage“, ovvero il finto ritrovamento di filmati di sorveglianza, un esempio è The Blair witch project. Dal 2010 si assiste a un periodo di rinascita, grazie a case di produzione come A24, che investono in giovani registi e hanno fatto del genere il loro marchio di fabbrica. Si parla di “Elevated horror”, si trattano temi esistenziali e sociali e la regia è molto curata. I film principali sono Midsommar, Get out e Hereditary. Questo mutamento ha permesso al genere di entrare ai concorsi e alla stagione dei grandi premi.

Una scena da “Scappa- Get out” – MUBI

Un genere immortale

L’horror ha purtroppo sofferto della maledizione del genere “pop”, ovvero data la sua grande popolarità viene considerato meno di qualità dalla critica cinematografica. Tuttavia, i numeri parlano chiaro solo negli USA nel 2025, il genere ha guadagnato 1,1 miliardo di dollari, tenendo in vita molte sale cinematografiche. Inoltre, si reinventa continuamente, in quanto dipende dalle paure dell’essere umano, ieri la guerra, oggi lo sviluppo tecnologico. Attraverso l’uso dell’immagine estrema, riesce ad essere più incisivo. Lo spettatore ha la possibilità di provare un’esperienza catartica a costo zero. Uno degli aspetti più potenti dell’horror è che le sue paure non sono mai davvero universali. Cambiano a seconda di chi sei, della posizione che occupi nella società. Per questo il genere riesce a raccontare in modo così diretto cosa significa appartenere a una categoria. La fascinazione dell’essere umano per gli aspetti più oscuri dell’inconscio è immortale, questo permette di esplorare il genere in modi sempre inediti. Alla fine, l’horror è entrato agli Oscar, ma viene ancora trattato come un’eccezione, quando fa ciò che il cinema dovrebbe fare: raccontare il suo tempo.

Scena da “Bring her back”- Taxi drivers

Giulia Rigolizio