Satira del martire

“Non sono mai stato/tanto/attaccato alla vita”; Giuseppe Ungaretti, Veglia

Ho sputato ‘sti 4 versi in croce.
Sanno di saliva, sangue e aceto.
Non ho potuto sceglierne di più
e con più cura, scriverli addirittura,
assaporandone
gli accostamenti piccanti e accorti,
compiacendomi tra me e me
delle immagini puerili
di una mente disoccupata.

Esibire ruote di fregnacce policromatiche,
insulto all’arte e all’ ingegno umano
ahimè, non posso quassù appeso.
Chiodi arrugginiti e ben assestati
da altri, non da me
mi trafiggono mani e calcagni.
Mi dissanguano a morte
come monito,
come macabro spettacolo.

Ma foche con palloni sulla punta del naso
bazzicano tutt’intorno.
Latrano ebeti
applaudendosi sole.
Così buffe, potrebbero essere quasi
un sollievo a tanta sofferenza,
ma sono così tante e così fastidiose
da desiderare ardentemente un paio
di chiodi arrugginiti pure nei timpani,
o una morte veloce.
Posso solo sperare però
(quanto è sadica la Speranza!)
di non avere così tanto
sangue ancora in corpo,
di essere spremuto come ketchup,
e alla fine
buttato via da questo
circo di mondo.
Senza resurrezione.

E il verso più bello di tutti
è il grido estremo di vita
della mia carcassa.

Giulio Mannino