Nausea e Desassossego: due volti dell’inquietudine novecentesca

In un giardino pubblico di Bouville, Antoine Roquentin osserva una radice di castagno. Improvvisamente le parole scompaiono, i significati si dissolvono e resta solo una massa nera, nodosa, opprimente, in pratica pura esistenza.

«Quella radice era impastata nell’esistenza», scrive Sartre. Non è più una radice, è l’essere stesso nella sua nuda contingenza. È la Nausea.

A migliaia di chilometri, in una Lisbona grigia, Bernardo Soares – semi-eteronimo di Fernando Pessoa – siede alla scrivania di un ufficio anonimo e confessa: «Il tedio… Pensare senza pensare, con la stanchezza di pensare; sentire senza sentire, con l’angoscia di sentire; non volere senza che non si voglia, con la nausea di non volere». È il desassossego, l’inquietudine perpetua.

Due opere, due lingue, due autori che probabilmente non si lessero mai. Eppure La Nausea (1938) e Il Libro dell’Inquietudine (composto tra gli anni Dieci e Trenta, pubblicato postumo) sembrano pagine dello stesso diario dell’assurdo. Entrambi sono testi frammentari, quasi diari filosofici, che registrano lo stesso choc ontologico: l’esistenza non ha giustificazione, è di troppo.

La rivelazione sartriana

Roquentin, storico in crisi che studia un nobile del Settecento, credeva di poter dare senso al passato attraverso le parole e i documenti. Ma un giorno il mondo gli si rivela nella sua gratuità. L’esistenza non è necessità, è contingenza pura. Le cose non hanno ragione di essere lì, esistono e basta. Questa scoperta non è intellettuale, è viscerale. La nausea è fisica: sale dallo stomaco, invade la bocca, rende ripugnanti i volti degli altri, la propria mano, persino una sedia.

Sartre non descrive una semplice malinconia. La nausea è l’esperienza fenomenologica della contingenza: «L’essenziale è la contingenza. Voglio dire che non si può definire l’esistenza come necessità. Esistere è semplicemente essere lì».

Tutto è gratuito: il giardino, la città, io stesso. La coscienza, che vorrebbe dare ordine e significato, si scontra con una materia indifferente e opprimente.

L’inquietudine di Pessoa

Pessoa/Soares vive la stessa estraneità, ma con una sensibilità più poetica e ironica. Il desassossego non è un momento di crisi improvvisa, è lo stato permanente dell’anima moderna. Non c’è catarsi, solo una lucidità dolorosa che si prolunga all’infinito.

Il tedio pessoano non è noia banale, è «nausea di non volere», vuoto dell’anima che sente il proprio vuoto. Soares si sente «la periferia di una città inesistente», un passante che osserva se stesso vivere come si osserva un estraneo. La routine dell’ufficio, i colleghi, le conversazioni quotidiane diventano insopportabili proprio perché fingono di dare un senso a ciò che è radicalmente insensato. La vita è «una locanda dove devo fermarmi fino all’arrivo della diligenza dell’abisso».

Mentre Roquentin prova ribrezzo per l’essere pieno e opaco delle cose, Soares soffre per la vacuità: vacuità delle cose, degli altri e soprattutto di se stesso. Entrambi però arrivano alla stessa conclusione, l’io non è sostanza solida, ma una finzione fragile di fronte all’assurdità.

Convergenze divergenze

Le somiglianze sono profonde. In entrambi gli autori il quotidiano borghese appare grottesco: maschera di senso su un vuoto ontologico. La lucidità è insieme condanna e unica dignità possibile. La solitudine è radicale. Il protagonista diventa spettatore di se stesso, incapace di azione autentica o di fusione con il mondo.

Eppure le differenze illuminano due anime del Novecento. Sartre, filosofo, trasformerà la nausea in premessa per l’esistenzialismo: poiché nulla è necessario, l’uomo è condannato a essere libero e a creare il proprio senso attraverso le scelte. La nausea può essere superata (o almeno affrontata) nell’impegno.

Pessoa rimane invece nel regno dell’estetica. Non c’è via d’uscita salvifica. L’unica consolazione è trasformare l’inquietudine in letteratura, scrivere il malessere con ironia e precisione. La salvezza, se esiste, è nella bellezza della frase che fissa il vuoto.

Uno cerca nell’azione una risposta; l’altro sublima il nulla nella poesia frammentaria. Uno grida la nausea; l’altro la sussurra con infinita malinconia.

Un malessere ancora nostro

Oggi, nell’epoca degli schermi e delle distrazioni continue, nausea e desassossego non sono scomparsi, si sono solo anestetizzati. Lo scroll infinito, il “quiet quitting” esistenziale, la sensazione diffusa di essere “di troppo” nel flusso delle notifiche ricordano da vicino le esperienze di Roquentin e Soares.

Non si tratta di depressione clinica, ma di una rivelazione lucida: l’esistenza non viene con il libretto delle istruzioni. Possiamo fingere di non sentirla, sommergerla di rumore, o avere il coraggio di guardarla in faccia.

Sartre e Pessoa ci ricordano che questo sguardo, per quanto vertiginoso, è anche l’inizio di una libertà o di una bellezza possibile. La nausea e il desassossego non sono solo malattie dell’anima moderna, sono i momenti in cui l’anima moderna diventa davvero consapevole di sé.

Forse, come suggerisce Soares, l’unico modo per sopportare l’inquietudine è scriverla. O, come spera Roquentin alla fine del suo diario, trasformarla in arte.

Gaetano Aspa

Fonti:

Jean-Paul Sartre, La nausea, traduzione di Bruno Fonzi, Einaudi, Torino 1999 (collana Einaudi Tascabili. Classici moderni), ISBN 88-06-11727-0.

Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, a cura di Valeria Tocco, Mondadori, Milano 2011 (collana Classici Moderni), ISBN 978-88-04-61189-9.