Referendum: vince il No dopo una lunga rincorsa. Il centro sinistra festeggia, mentre la Premier affronta la sua prima sconfitta

I numeri del Referendum

Nulla da fare per la riforma della giustizia. Alla fine di una combattuta campagna referendaria vince il NO. Lo scarto si attesta intorno al 4%, decretando la bocciatura della separazione delle carriere dei magistrati. A incidere sull’esito finale anche l’affluenza record – circa il 59% -, ciò a dimostrazione di come la consulta popolare sia stata particolarmente sentita.

Il Si ha avuto la meglio in sole tre regioni: Veneto (58,41%), Friuli-Venezia Giulia (54,47%) e Lombardia (53,56%). Nel resto d’Italia – centro, ma soprattutto al Sud – ha prevalso il No, in alcuni casi con ampi margini: in Sicilia con il 60,98%, in Calabria 57,26%, in Basilicata 60,03%, in Abruzzo 51,77%, in Molise 54,70%, nel Lazio 54,59%, nelle Marche 53,74%. Stesso esito anche in Piemonte (53,50%), Liguria (57,03%), Val d’Aosta (51,81%) e Trentino-Alto Adige (50,59%).

In forte controtendenza il voto degli italiani all’estero, dove il Sì ha ottenuto il 56,34% con circa 800 mila preferenze. Vince il No soltanto in Europa, mentre negli altri continenti i nostri connazionali hanno scelto il sì – in Sud America quasi il 73%.

Centro sinistra, prove di alleanza

Al termine degli scrutini, i rappresentanti dell’ala progressista si sono ritrovati alla festa romana di Piazza del Popolo. A detta dei leader del Campo Largo, l’intenzione sarebbe approfittare della battuta d’arresto del Governo per fare fronte comune in vista dell’elezioni del 2027. Dichiarazioni lapidarie di Giuseppe Conte che definisce l’esito del Referendum un “avviso di sfratto” nei confronti di Giorgia Meloni. Il Presidente dei Cinque Stelle ha inoltre auspicato l’indizione di primarie aperte ai cittadini, così da legittimare la nascente coalizione. Invito accolto dalla Segreteria del PD Elly Schlein, che si è detta pronta anche all’eventualità del voto anticipato. Pare invece defilarsi Silvia Salis, sotto i riflettori già da alcuni mesi. La Sindaca di Genova non prenderà parte alle primarie, poiché teme possano alimentare scontri e divisioni interne.

Anche AVS fa eco alla proposta di rafforzare l’alleanza. Ai microfoni dei giornalisti, Angelo Bonelli, riferendosi a Conte e Schlein, ha detto “dobbiamo costruire insieme un progetto per cambiare l’Italia”. Più pragmatico Fratoianni che dando priorità al programmasalario minimo, istruzione e sanità su tutteposticipa la discussione sulle primarie.

Forti critiche nei confronti del governo arrivate anche dai partiti dell’ormai frammentato Terzo Polo. Matteo Renzi evidenzia la perdita di consenso verso Meloni, invitandola a dimettersi così come lui stesso fece dopo la sconfitta incassata nel referendum del 2016. Deluso Carlo Calenda – schierato a favore del Si – dall’estrema politicizzazione del Referendum. Il leader di Azione condanna le scelte del governo, ma al contempo prende le distanze dalla radicalizzazione del Campo Largo.

Terremoto nella maggioranza

Attraverso un video pubblicato sui propri social, la Presidente Giorgia Meloni ha preso atto della scelta dei cittadini, esprimendo però il rammarico per “un’occasione persa di modernizzare l’Italia”. La Premier ha voluto ribadire che l’esecutivo andrà avanti nell’interesse del Paese, ma l’uragano del No ha già travolto le prime vittime. A seguito della sconfitta si sono dimessi il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro – già al centro della bufera per il caso 5 forchette –  e il capo di gabinetto del medesimo ministero, Giusi Bartolozzi. Stessa sorte toccata alla Ministra del Turismo Daniela Santanchè – accusata di diversi reati -, che dopo l’iniziale resistenza ha dovuto cedere alle pressioni della Presidente Meloni. Con una lettera indirizzata alla Premier, la Ministra Santanchè ha accettato le direttive, ma non senza remore: “obbedisco” si legge nella missiva, ma “non ti nascondo un po’ di amarezza […] nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri”.

Dopo gli addii in FdI, inevitabili scossoni anche in Forza Italia che tanto aveva spinto per la riforma della giustizia voluta dallo storico leader Silvio Berlusconi. Nella mattinata di ieri, Maurizio Gasparri ha rassegnato le dimissioni da Capogruppo al Senato. Secondo quanto appreso dalle agenzie di stampa, Gasparri sarebbe stato sfiduciato da 14 senatori – su 20 totali –, i quali avrebbero richiesto la sua sostituzione. Tra i firmatari della proposta risulterebbero anche i ministri Zangrillo e Casellati. Prende il posto di Gasparri la senatrice Stefania Craxi.

La tensione è alta, ma al momento non ci sarebbe alcuna crisi di governo. Nonostante l’esito del Referendum, infatti la Presidente del Consiglio non avrebbe intenzione di chiedere al parlamento un voto di fiducia. Si delinea però uno scenario inedito: quella del referendum è la prima vera sconfitta di Giorgia Meloni, che sino alle prossime elezioni dovrà fare a meno di quell’aura di invincibilità che l’aveva accompagnata dall’inizio della legislatura.

 

Giovanni Gentile Patti