Le sere in cui ti rivedo

Era tardi e la pioggia non accennava a smettere. Continuava a battere sul ferro della ringhiera, lenta e costante come un metronomo. Scendeva fine, come un respiro che il cielo non riusciva più a trattenere.

Fumavo sul balcone, con la sigaretta ormai ridotta a un piccolo lume tremante, consumato. Lentamente mi bruciava le dita. Stavo immobile a guardare lo Stretto, mentre ne accendevo un’altra.  Le luci calabre si allungavano nell’acqua, tremavano, poi si dissolvevano. A un tratto Cristo Re sembrò cadermi addosso. Il respiro si spezzava, il cuore cominciava a martellarmi in petto, perdevo il senso e perdevo la realtà.  Perdevo i sensi. Mi perdevo tra i pensieri che correvano veloci, tutto si distorceva, cadevo nella tana del Bianconiglio. Il respiro diventata sempre più corto, credevo di morire.

Davanti a me si aprivano scenari e immagini irreali, ricordi o forse fantasmi delle nostre estati. Pensavo a quanto avrei voluto che tu venissi da me in una sera come questa, quando la pioggia scende incessante e tutto sembra sospeso tra il reale e l’impossibile Ti vedevo lì, ferma sulla soglia del balcone, a guardarmi fumare. E io, come sempre, non avrei saputo che dire per giustificarmi. Ti avrei sorriso, ma tu avresti scosso la testa indispettita, con quel gesto lieve che usavi per dirmi non voglio che continui a ucciderti. Sapevo che odiavi il fumo, tanto quanto le bugie.

Una dietro l’altra si susseguivano immagini e suggestioni.

Vidi un sole cocente battere su Taormina, in un pomeriggio di luce accecante di un settembre qualsiasi.  La pietra calda sotto i piedi, tu che cammini un po’ più avanti, con un vestito rosso, la tua mano stretta nella mia. Ogni volta che ti voltavi per dirmi qualcosa mi accecavi, con il tuo sorriso dolce e i tuoi capelli che ondeggiavano nei vicoli stretti; la tua risata rimbalvaza contro i muri come un’eco che non voleva spegnersi. Ti muovevi davanti a me, leggera e sicura, e io ti seguivo come si segue un sogno.

Poi la scena cambiava, senza transizione, come nei sogni. Siamo in cucina, la mia. La luce è diversa, morbida, sospesa. Tu mescoli la farina con gesti rituali; io provo a imitarne l’armonia, ma sono solo capace di gesti buffi e tu ridi, prendendomi in giro con dolcezza e un sorriso che sembra contenere un intero universo. In quell’istante, imperfetto e fragile, sento la felicità come un filo sottile che attraversa tutto il tempo.

Un colpo di vento scuote il balcone. La pioggia cade più intensa, ma io non mi muovo. Ogni goccia sembra custodire un frammento di memoria, ogni riflesso nell’acqua una fotografia di ciò che siamo stati.

E poi arriva la notte, quel momento in cui la città tace, completamente. Nemmeno le auto lontane, nemmeno i cani. Solo il vento e la pioggia. In quel silenzio mi pare di poterti rivedere davvero. Tu che dormi, con la tapparella abbassata, ma non chiusa del tutto.
La luna entra a righe sottili e ti illumina il volto, come se volesse scolpirti a forza nella memoria. Ecco, il ricordo esatto in cui ho capito che ti amavo, il punto esatto in cui scoprii che l’esatta manifestazione dei desideri giovanili può trovare spazio in questo adulto reale.

Resto immobile con il fiato sospeso, vivo, tremendamente vivo di fronte all’eternità spalancata accanto a me. Dormivi. Attendevo quell’attimo di beatitudine come il lebbroso aspettava la guarigione. Il miracolo si compiva davanti a me. Aprivi gli occhi e mi guardavi, sorridevi e ti accoccolavi leggera sul mio petto. Parti di me si ricomponevano, parti di me tornavano a casa. Il cosmo si assestava sul suo asse, scompariva la fame e il freddo, la guerra era finita.

Un fulmine squarciò il cielo sopra Messina, riportandomi al presente. La sigaretta si era spenta tra le dita bagnate. Guardai ancora per un po’ le luci confuse al di là dell’acqua, poi rientrai, lasciando la porta del balcone socchiusa.
Dentro, l’odore di fumo e di pioggia si mescolava al silenzio della casa. Non c’era nulla da dire, nulla da spiegare. Solo quella sensazione, sottile e precisa, che qualcosa fosse finito per sempre, ma che al tempo stesso continuasse a vivere in qualche luogo segreto, dove né la pioggia né il tempo possono arrivare.

 

Gaetano Aspa